La memoria delle vite passate e sua tecnica

(Brani tratti dal quaderno)

Introduzione

Della reincarnazione hanno parlato Gotama Buddha, Krishna, Pitagora e Gesù il Cristo come di una esperienza vissuta. Ma queste autorevoli testimonianze non sono rimaste isolate, bensì sono state confermate da molte altre persone che hanno avuto la stessa esperienza di "ricordo delle vite passate", sia spontaneamente, sia ricorrendo alle tecniche di risveglio spirituale.

Le tecniche che aiutano la memoria delle vite passate si trovano accennate nelle diverse opere di Yoga Tantrico, Alchimia e Kabbalah, ma l'esposizione più dettagliata nei minimi particolari si riscontra in alcuni quaderni di Archeosofia, che l'Autore ha scritto per i seguaci della sua scuola.

Ovviamente, per capire e utilizzare con profitto la metodologia di questa trattazione, si presuppone nel lettore un rigoroso studio preliminare dei quaderni citati, per cogliere le sottigliezze, i particolari tecnici o le chiavi dell'ascesi che condurranno alla Conoscenza totale e all'Illuminazione. Quindi non ci si illuda di ottenere i carismi o "poteri occulti" limitandosi a leggere questo quaderno: occorre mettere in opera le varie risorse della propria psiche e dello stesso organismo fisico, secondo la comprensione unitaria delle diverse dispense che "Archeosofica" ha programmato e messo a disposizione dei volenteroso, pazienti e tenaci cercatori della Verità.

A chi si avvicina per la prima volta a questi argomenti, precisiamo che l'Archeosofia è la scienza che fa conoscere l'Assoluto, l'Uomo e la Natura fisica e metafisica.

I giovani sono ansiosi di scoprire, di sperimentare, di possedere la Verità che li farà liberi; ebbene, tutto questo è realizzabile dopo una lunga preparazione dottrinale ed una tenace esercitazione quotidiana, che "Archeosofica" è in grado di dare.

La memoria delle vite passate, che generalmente è assopita, una volta ridestata conferisce un ripensamento e una revisione delle proprie convinzioni ideologiche, filosofiche, morali o religiose personali, e provoca una consapevolezza sulle finalità della propria esistenza: se ricordare un episodio lieto o doloroso dell'attuale esistenza offre la sensazione di rivivere il passato nella coscienza del presente, il ricordo degli episodi delle vite passate conferisce la certezza di essere una forza perenne, una presenza nel cosmo di pensiero, volontà, sentimento, e quindi di ottimismo volontaristico per lavorare spiritualmente per sé e per gli altri.

Per una migliore comprensione del quaderno che sottoponiamo alla benevola attenzione del lettore, suggeriamo di leggere tutti gli altri programmati e già usciti, e ricordiamo che per ottenere una reale trasformazione di noi stessi occorre gettarsi nella pratica dell'ascetica proposta dall'Archeosofia con tutta la potenza della mente, del cuore e delle proprie forze: diversamente non si conclude niente.

I lavori e le conquiste dei Grandi Istruttori spirituali dell'Umanità si compendiano nella celebre frase di Gesù:

"Il Regno dei Cieli è preso a forza ed i violenti se ne impadroniscono".

Dimostrazione scritturale e sperimentale della reincarnazione

Il cammino dell'umanità è regolato dai dirigenti didattici cosmici attraverso la Legge della reincarnazione. Ogni pensiero e azione produce degli effetti, le cui ripercussioni si fanno sentire sul responsabile durante la sua vita terrena e nelle successive. Questa affermazione non è un'ipotesi, ma un dato di fatto scaturito dalla fenomenologia alla quale va incontro chi pratica le ascesi archeosofiche. Per gli Archeosofi, la reincarnazione è una certezza dimostrata dalle esperienze iniziatiche che restituiscono la memoria delle vite passate con dettagli convincenti.

Ma al di fuori di queste esperienze alla portata di tutti coloro che vogliono provare, abbiamo la credenza nella reincarnazione in tutti i popoli, dall'antichità a oggi, nel folklore, nelle religioni: credenza che deriva dal fatto positivo che vi sono stati, e continuano ad esserci, individui che ricordano luoghi, nomi, persone ed episodi di vite passate, lontane talora di secoli.

È fuor di dubbio che in qualità di sperimentatori non potevamo passare sotto silenzio un argomento così importante e che fa parte dell'intera ricerca archeosofica.

Sappiamo quale importanza abbia la dottrina della reincarnazione (da non confondere con quella della rinascita o rigenerazione spirituale) per i popoli orientali, asiatici (Indiani, Tibetani, Giapponesi, Cinesi, ecc.). Né possiamo dimenticare gli antichi Egiziani, gli ebrei kabbalisti, i pitagorici, gli Esseni, i neoplatonici, i cristiani esoterici ed anche gli Islamici. Nel Corano di Maometto vi sono diversi passi allusivi. Per esempio, la Súra II della vacca, versetto 26, dice: "Come potete voi non credere in Dio, mentre che voi eravate morti ed egli vi ha rivivificati? Egli ancora vi farà morire, per poi rivivificarvi di nuovo; quindi infine, a lui sarete fatti ritornare".

Le leggi della Reincarnazione e della Giustizia universale (Karma), sono il corollario della grande legge dell'Evoluzione, cioè del processo lento di trasformazione della materia e della coscienza verso stati sempre più perfetti, e che si avvicinano al modello della perfezione divina.

La vita è dolorosa esperienza di peccatori che tornano alla scuola terrena tante volte quanto basta per diventare amici di Dio. E l'Archeosofo deve sapere chi è stato per costruirsi un domani diverso, migliore, felice, per sé e per gli altri che ha danneggiato o che deve istruire. L'astrologia può essergli di aiuto, ma l'autoscopia è il mezzo migliore, come in certi casi è utilissima la psicometria ed anche la lettura delle registrazioni akashiche. Nell'autoscopia entra in giuoco la memoria dell'EGO; nella psicometria si fa funzionare la facoltà di mettersi in rapporto con le registrazioni che si trovano in un oggetto che appartiene al reincarnato; con la chiaroveggenza è possibile leggere, vedere le immagini di luoghi e scene accadute nel passato, ma registrate nel così detto piano akashico. Ci occuperemo più avanti di queste esperienze.

Passiamo alle prove tradizionali e Scritturali, e per cominciare atteniamoci alla Bibbia; nella Sapienza di Salomone (Sap. VIII, 19-20), leggiamo: "Ero, poi, un figlio ben dotato e ho avuto in sorte un animo buono; o piuttosto, essendo buono, venni in un corpo incorrotto". Sant'Agostino considera questo passo come una dimostrazione della preesistenza delle anime e della reincarnazione (De gen. ad litt., 10,7). Nel Talmud, un'opera ebraica compilata nel V secolo dagli ebrei più eruditi di quell'epoca, vi è un passo che dice così: "L'anima di Abele passò nel corpo di Seth, e più tardi in quella di Mosè".

È fuor di dubbio che Gesù Cristo abbia insegnato in segreto ai discepoli questa grande verità, e l'abbia accennata anche pubblicamente, senza svilupparla, tacendo il piano della creazione che non poteva essere capito dalle masse e dagli uomini del tempo, perché pochi erano i colti e gli evoluti: "Ho ancora molte cose da dirvi, ma adesso non siete in condizione di portarle. Quando, però, verrà lui, lo Spirito di verità, vi introdurrà a tutta intera la verità; egli, infatti, non parlerà per conto suo, ma dirà quanto ascolta, e vi annunzierà le cose da venire".

Fra i discepoli del Signore vigeva la convinzione che un individuo poteva aver peccato prima di nascere, ossia in una vita anteriore. Lo confermano alcuni discorsi riportati dai Vangeli. Per i seguaci di Cristo e per coloro che erano istruiti nelle cose spirituali, i morti potevano ritornare a vivere sulla terra, e in corpi e circostanze conformi alla legge di compensazione. Difatti, un giorno Gesù, andando dalla parte di Cesarea di Filippi, chiese ai suoi discepoli: "- Chi dicono gli uomini ch'io sia? - Ed essi risposero: - Alcuni dicono che tu sei Giovanni Battista chi Elia, chi uno degli antichi profeti risorto. - Ed egli a loro: - Ma voi, chi dite che io sia? - Pietro rispose: - Il Messia di Dio- ".

Nel concetto dei discepoli, la risurrezione era la reincarnazione. Le idee al riguardo non erano ben chiare alle masse. Erode Tetrarca chiedeva del Cristo: "È Giovanni Battista risuscitato da morte" Quindi, chi non era iniziato ai misteri della Kabbalah o scienza segreta dei profeti ebraici, aveva una vaga e incompleta cognizione sull'anima e il corpo. Si credeva che un uomo potesse rivivere, ma non si sapeva esattamente in che modo. La risurrezione era la spiegazione popolare insegnata dai dottori della Legge, dai Rabbini, ma la reincarnazione era la spiegazione degli iniziati, che la indicavano con le rivoluzioni dell'anima, il Ghilgùl. La risurrezione è di un Dio fatto Uomo, la reincarnazione è degli uomini.

Al paralitico della piscina di Bethesda, la cui infermità durava da ben 38 anni e costituiva una crudele esperienza, Gesù disse: "Ecco, tu sei stato sanato: ora non peccare mai più, perché non ti capiti di peggio". E che cosa mai aveva potuto fare un bambino innocente da meritare una pena così dura: trentotto anni di paralisi?!

Passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita. I discepoli si soffermarono pensosi e compenetrati dalla dottrina sulla reincarnazione che Gesù aveva dovuto spiegare in segreto, e chiesero: "Rabbi, chi ha peccato: questo uomo o i suoi genitori, perché nascesse cieco?" La risposta, anche se logica, non appaga: " Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma fu perché siano manifestate in lui le opere di Dio".

Il Cristo era radicale nelle sue affermazioni e avvertimenti. Un istruttore che insultò i sacerdoti, tacciandoli di " razza di vipere ", un Uomo che per affermare la verità non temette una morte atroce, non avrebbe lasciato i suoi intimi in una illusoria ed errata credenza. Se la dottrina della reincarnazione fosse stata un'assurda supposizione, perché non spiegò ai discepoli come stavano le cose, e non li rimproverò, impugnando la tesi secondo la quale si nasce e si muore una sola volta? Su questo punto l'Evangelista non ci dice nulla. Egli era il discepolo prediletto, il più informato.

Gesù non ha escluso la dottrina della reincarnazione, ha taciuto, mettendo in risalto un caso che rientrava in un'altra fenomenologia, quella di nascere cieco per servire da cavia in una guarigione miracolosa; supposto che il testo scritturale non sia stato alterato dai posteriori copisti. Se il concetto di reincarnazione, espresso nella frase " ... chi peccò, questo uomo o i suoi genitori, perché egli è nato cieco? " fosse stato un'eresia, Gesù ne avrebbe discusso per eliminarlo. Ma i discepoli espressero quel dubbio perché tali idee rientravano nella comune credenza dei Farisei, degli Esseni, dei Profeti e del Cristo stesso.

Si racconta che Giovanni il Battista fosse la reincarnazione dì Elia, il profeta che doveva tornare di nuovo. Ciò è confermato dal passo scritturale di San Matteo: " E se voi volete accettarlo, egli è quell'Elia che doveva venire. Chi ha orecchio per intendere, intenda". Frase eloquente, significativa, che il Cristo rivolge a quelli che sanno e possono capire il senso profondo delle Scritture. "Chi ha orecchio per intendere, intenda! " Che cosa bisognava intendere, la reincarnazione o le cervellotiche affermazioni dei commenti ecclesiastici su questi passi? "- Ma io vi dico che Elia è già venuto, e non lo hanno riconosciuto; ma lui ha fatto tutto quanto hanno voluto. E nella stessa maniera sarà da essi trattato il Figliuol dell'uomo. - Allora i discepoli compresero che aveva parlato di Giovanni Battista". I vangeli raccontano infatti la decapitazione di Giovanni da parte di Erode, prima che Gesù facesse questo discorso.

La reincarnazione di Elia era stata profetata da Malachia: "Ecco (disse Iddio) che io manderò a voi il profeta Elia, prima che venga il grande e tremendo giorno del Signore".

Elia era morto da molti secoli (per l'esattezza era stato trasportato in cielo da un carro di fuoco, secondo l'allegoria kabbalistica della via mistica chiamata Merkavah, il Carro; allegoria che i sacerdoti nascondevano al popolo facendola passare per un fatto reale, cioè fisico, invece di uno stato di coscienza), nel IX secolo prima di Cristo. Al tempo della predicazione di Gesù, vi era in evidenza un grande predicatore, di nome Giovanni Battista, somigliantissimo nel fisico, nell'abbigliamento e nel parlare, allo scomparso profeta Elia: quell'Elia che Cristo stesso addita quale suo precursore, quell'Elia che doveva ritornare sulla terra per compiere la missione di araldo del Messia.

Le rassomiglianze fra i due profeti si trovano descritte nella Bibbia in Re, 1, 8 nel secondo libro, e in Matteo, III, 4, ove di Elia si legge: "Era un uomo peloso con una cintura di cuoio ai lombi"; e di Giovanni: "Aveva il vestimento di pelo di cammello e una cintura di cuoio ai lombi ". La solitudine e il deserto erano la dimora di entrambi. Per quaranta giorni e quaranta notti Elia camminò per giungere a Horeb, il monte di Dio nel deserto del Sinai. Giovanni viveva nel deserto della Giudea, oltre il Giordano, battezzando. Che cosa di più? Vita solitaria e di volontaria rinunzia al vivere in comunità. Somiglianza di cibo: "Ho comandato ai corvi di nutrirti", disse Dio al profeta, e miele selvatico e locuste furono il cibo del Battista.

La preesistenza di Giovanni Battista in Elia fu confermata dagli studi del noto scrittore ecclesiastico della Chiesa antica, Origene. Egli cita l'esempio delle parole di S. Paolo agli Efesini, I, 4: "Dio ci ha eletti prima della fondazione del mondo ... " a conferma della nostra preesistenza prima che il mondo fosse. Qualcosa di simile troviamo in Geremia, 1, 4: "Il Signore mi indirizzò la parola, dicendo: - Prima che ti formassi nel seno materno, io ti conobbi; prima che tu uscissi alla luce, io ti consacrai e ti diedi profeta alle genti -". Perché fu scelto? Forse perché dal ciclo delle rinascite Geremia, come anima, era fra le più purificate? Troviamo ancora nei Vangeli i passaggi scritturali che fanno supporre la dottrina della reincarnazione e della ruota dei ritorni in terra, quando gli ebrei, nell'attesa della venuta di Elia, impressionati dall'abbigliamento e dal modo di vivere e comportarsi, chiesero a Giovanni:

"Tu chi sei?" Ed egli confessò e non negò, e confessò: " Non sono io il Cristo". Allora gli domandarono: " Chi sei dunque? Sei Elia? " E disse: "No!". "Sei il Profeta?" E rispose: " No! ". Gli dissero pertanto: " Chi sei, per rendere conto a chi ci ha mandati? Cosa dici di te stesso? " Riprese: "io sono la voce di colui che grida nel deserto: addirizzate la via del Signore, siccome il profeta Isaia ha detto".

Malachia aveva preannunziato, molti secoli prima, che il precursore di Cristo sarebbe stato Elia. Quindi, Giovanni era l'atteso Elia.

Giustino martire, morto nel 165, parla anch'egli dell'anima che torna in corpi diversi, ma ritiene che non sia permesso ricordare le nostre precedenti esperienze mentre siamo di nuovo in esilio, qui, lontano dalla dimora celeste (come accadde a Giovanni il Battista). La frase di Giovanni è però la conferma che egli sapeva di essere Elia ... " siccome il profeta Isaia ha detto". Poi, la conferma finale assoluta, limpida, la dette Gesù, e le parole di Lui sono veraci:

"Sì, vi dico è più che profeta. Egli è colui del quale è scritto: Ecco, io mando il mio messaggero davanti al tuo cospetto, che preparerà la via dinanzi a te.

In verità io vi dico, che fra i nati di donna non è sorto alcuno maggiore di Giovanni Battista; però il minimo nel regno dei cieli è maggiore di lui.

Ora dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora, il regno dei cieli è preso a forza ed i violenti se ne impadroniscono. Fino a Giovanni, difatti, han profetato tutti i Profeti e la Legge. E, se volete capire, è lui Elia che doveva venire. Chi ha orecchie, intenda".

Giovanni fu arrestato nell'estate dell'anno 29.

L'esempio di reincarnazione indicato dai Vangeli, ma rifiutato dagli esegeti cristiani exoterici, malgrado l'evidenza delle affermazioni di Gesù, ha un significato tutto particolare dopo la Trasfigurazione sul monte Thabor. Dopo questo fenomeno, di cui furono testimoni Pietro, Giacomo e Giovanni, e nel quale Mosè ed Elia a colloquio con Gesù splendevano come il sole, bianchi come la luce. il divino Maestro, avvicinandosi, toccò i discepoli e disse loro: " - Alzatevi, non abbiate paura. - Alzando allora gli occhi, non videro nessun altro all'infuori di Gesù. Mentre discendevano dalla montagna, Gesù ordinò loro: - Non parlate a nessuno della visione. finché il Figlio dell'uomo sia risorto dai morti. - I discepoli gli domandarono: - Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia? - Egli rispose: - Sì, Elia deve venire a rimettere tutto in ordine; vi dico però che Elia è già venuto e non l'hanno riconosciuto, ma lo hanno trattato come hanno voluto...-",,. Ed infatti lo avevano già decapitato, come risulta dai capitoli precedenti del Vangelo di Matteo.

Giovanni il Battista negò di essere il Messia, ed in ciò ebbe ragione, ma l'aver anche negato di essere un profeta, il profeta o Elia, in stridente contraddizione con l'affermazione positiva del Cristo, può essere una smentita voluta, un silenzio deliberato o il mancato ricordo, privilegio che Dio può impedire a tempo e luogo. Noi non sappiamo se poi, dopo la nuova nascita, nella trasfigurazione del Thabor, Giovanni, reincarnazione di Elia, abbia avuto il ricordo totale delle sue passate esistenze, così come avviene per i risvegliati. Una cosa è certa: il martirio, dopo aver assolto la gigantesca missione di nunzio del Salvatore, è stato l'estinzione di tutti i debiti che aveva assunto nella persona di Elia, quando sul monte Carmelo si era macchiato di assassinio nei suoi slanci di fanatismo religioso. Ricordiamo, infatti, che Elia aveva fatto decapitare i profeti di Baal, dopo la sua vittoria contro il culto di quest'ultimo e la proclamazione di Jahwè come Dio unico.

"Chi di spada ferisce, di spada perisce" (Matteo, XXVI, 52): Gesù disse queste parole a Pietro, poiché con la spada tentava di difenderlo. Giovanni Battista morì sotto la spada del boia di Erode per proclamare e annunziare la presenza del Messia, esaurendo un vecchio Karma, come direbbero i filosofi dell'India, o con Cristo: "Ognuno raccoglierà ciò che ha seminato".

Nel mondo cristiano, il già citato scrittore del 2° secolo San Giustino, ispirato al platonismo e neoplatonismo, afferma (Dial. 4: PG 6, 481-84) la preesistenza dell'anima, di cui essa non ha la coscienza, come nemmeno ha coscienza delle vite successive che seguono l'attuale. Salvo aver raggiunta l'Illuminazione.

Al tempo di Cristo, nella zona in cui il Battista battezzava e Gesù faceva i suoi ritiri spirituali, accanto al Mar Morto, vivevano circa 4000 eremiti e sacerdoti Esseni i quali credevano nella preesistenza delle anime e nella reincarnazione e trasmigrazione. Essi erano cultori di astrologia, medicina, praticanti la teurgia, ben conosciuti dallo storico Flavio Giuseppe. Quest'ultimo visse fra la fine del 37 e l'inizio del 38 dopo Cristo; nato a Gerusalemme, discendente di sacerdoti che per molte generazioni avevano tenuto in amministrazione il Tempio, fu egli stesso formato spiritualmente secondo le norme rabbinico-talmudiche.

Sin da giovane, dai 16 ai 19 anni, volle sperimentare la vita ascetica delle tre tendenze principali del giudaismo di allora: Farisei, Sadducei ed Esseni. Si recò a vita mistica nel deserto presso un eremita di nome Bano, e vi rimase tre anni, praticando frequenti abluzioni, vitto e vestito austero per la purezza ascetica. A 19 anni tornò in Gerusalemme (Vita, 10-12), a far parte della vita pubblica, dopo aver aderito definitivamente al partito dei Farisei. Nel 64, per la sua rinomanza nelle questioni giuridiche e nel maneggio degli affari, come nelle argomentazioni teologiche, fu mandato a Roma dalle autorità di Gerusalemme, per ottenere la libertà di alcuni sacerdoti.

Ebbene, questo importante e accreditato storico ed esegeta parla con convinzione della reincarnazione, non solo perché l'aveva appresa dagli Esseni, ma perché era una credenza diffusa nel popolo ebraico, per lo meno in certi strati. Del resto anche oggi, se visitiamo la Palestina, troviamo le sinagoghe con i rabbini kabbalisti che insegnano la dottrina della reincarnazione, specialmente nella zona di Safed. Flavio Giuseppe espone queste idee nel suo volume La guerra giudaica. Altre notizie sono date da Filone d'Alessandria in De vita contemplativa.

Leggendo Giobbe nel suo XIX capitolo, si ha l'impressione che parli anch'egli di trasmigrazione delle anime. Disperato per i propri guai, egli suppone di pagare uno scotto di chissà quali crimini compiuti in precedenti esistenze. "Chi mi darà che siano scritte le mie parole?... impresse in un libro con stile di ferro e scolpite, rimangano in tavola di piombo, ovvero sulla pietra con scalpello? Imperocché io so che vive il mio Redentore, che in un nuovissimo giorno io risorgerò dalla terra. E di nuovo sarò rivestito della mia pelle, e nella mia carne vedrò il mio Dio. Qui, lo vedrò, io medesimo, e non un altro, e in lui fisserò io stesso i miei occhi; questa è la speranza che nel mio cuore tengo riposta". Se vengono confrontati i passi di Luca, 11, 25-32, vi è di che supporre una reincarnazione di Giobbe in Simone, al quale era stato predetto che prima di morire avrebbe visto il Cristo di Dio. Dal Vangelo sappiamo che il vegliando Simone, dopo aver veduto e tenuto tra le braccia Gesù bambino, esclamò: " Ora muoio contento, poiché i miei occhi hanno veduto il Redentore".

Naturalmente ci limitiamo a questi pochi indizi, ma le casistiche moderne di parapsicologia, le testimonianze antiche ed attuali dell'India, sono tali e tante da dare la certezza della verità espressa nella reincarnazione. Senza contare che il presente scritto vuole introdurre nella tecnica per ricordare le vite passate. Però è sempre interessante ricordare che i primi vescovi della cristianità, quali Panteno ed il successore Clemente Alessandrino, sostennero in segreto e negli scritti riservati ai pochi, questo fenomeno così importante dell'evoluzione umana.

San Gregorio Nisseno, fratello minore di Basilio di Cesarea, consacrato nel 371 e mandato a reggere la diocesi di Nissa in Cappadocia, sostenne: "è una necessità di natura per l'anima immortale essere guarita e purificata, e quando questa guarigione non avviene in questa vita, si opera nelle vite future e susseguenti " (Grande discorso catechetico, tom. III).

Anche San Girolamo, traduttore della Bibbia chiamata Volgata, fu per la trasmigrazione delle anime, prima che voltasse le spalle ad Origene ed ai suoi discepoli, impaurito dalla Chiesa Romana, nel 398. Il solitario di Betlemme (così fu chiamato San Girolamo) aveva sempre condiviso l'opinione di Panteno, Clemente ed Origene. Quest'ultimo, di cui avremo modo di occuparci per motivi importanti, visse dal 185 in Alessandria d'Egitto al 253. Morì martirizzato a Tiro, dopo atroci torture. In alcuni testi di Origene, che ancora oggi, e in particolare fra gli ecclesiastici della Francia, sono oggetto di studio, leggiamo passi come il seguente: "E allora Dio fece il mondo attuale e legò per castigo l'anima al corpo ... Dio, ... punendo ciascuno in misura del proprio peccato, rese uno demone, un altro anima, ed un altro angelo. Se così non fosse, se cioè le anime non preesistessero, per quale motivo troveremmo ciechi tra neonati che non hanno peccato e altri invece generati senza alcun male? È chiaro che le anime hanno dei peccati precedenti, in rapporto ai quali ciascuno riceve secondo il dovuto. Per castigo esse sono mandate quaggiù da Dio a subirvi un primo giudizio".

Molti sono i passi scritturali che si riferiscono all'insegnamento segreto di Gesù sulla legge della reincarnazione: segreto nel senso che le parole del Maestro sono comprensibili soltanto a chi "ha occhi per vedere ed orecchi per udire". Uno di questi brani è quello di San Luca, IX, 27: "Vi sono alcuni qui presenti che non gusteranno la morte fino a che non abbiano veduto il regno di Dio". La morte può gustarla solo l'iniziato, perché per questi è un transito da uno stato di coscienza vincolato dalla materia ad uno stato libero nella contemplazione della Luce; ma per chi non è Iniziato, alla morte seguirà una nuova morte dolorosa.

Non è tutto: nel Vangelo di San Giovanni, cap. III, vi è un lungo discorso fra Gesù ed un uomo chiamato Nicodemo, nobile giudeo, fariseo, membro del Sinedrio, ricco ed influente, divenuto discepolo del Signore. Recatosi di notte ad intervistare Gesù, durante la conversazione si sentì dire: "Nessuno può vedere il regno di Dio se non nasce di nuovo". Gli dice Nicodemo: "Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può, forse, entrare una seconda volta nel seno di sua madre e nascere?" Rispose Gesù: "In verità, in verità ti dico: nessuno, se non nasce da acqua e Spirito, può entrare nel regno di Dio. Ciò che è nato dalla carne è carne, ciò che è nato dallo Spirito è Spirito. Non meravigliarti perché ti ho detto: - Dovete nascere di nuovo -". Senza dubbio il commento si deve intendere come rinascita iniziatica aiutata anche dal rito del battesimo svolto in un certo modo... ma anche come ritorno in nuovi corpi, per completare la purificazione. Il testo evangelico va interpretato come insegna Salomone nei Proverbi, XXII, cioè secondo il metodo morale, allegorico e anagogico.

Nella Lettera ad Avito, San Girolamo sembra che abbia scritto: " Se noi esaminiamo il caso di Esaù, vediamo che egli fu condannato a causa dei suoi peccati di una cattiva vita precedente".

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