1)
Platone è senz'altro la fonte più attendibile: egli
fu discepolo diretto di Socrate e con lui condivise sempre l'idea
della filosofia come ricerca continua.
2)
Senofonte è la fonte più banale e meno interessante:
il Socrate degli scritti di Senofonte è un cittadino ligio
alla tradizione, il vero interprete dei valori correnti, il saggio
che mira al bene dei suoi concittadini ed è ossequioso
verso la città e le sue divinità. Va subito precisato
che Senofonte era un grande generale, coraggioso e valoroso, ma
non era certo un'aquila: i suoi scritti stessi non sono certo
esempi eclatanti della letteratura greca: sono ridondanti e ripetitivi.
Senofonte fece anche campagne militari con Socrate e nei suoi
scritti ne esalta il valore dicendo che non stava mai fermo, era
sempre in azione, non soffriva niente (camminava addirittura a
piedi nud sul ghiaccio). A Senofonte della filosofia non gliene
importava nulla e con Socrate, di cui era grande amico, non trattava
mai argomenti filosofici , ma solo militari : questo ci consente
di capire che Socrate modulava il discorso a seconda del personaggio
che aveva di fronte : con un filosofo parlava di filosofia, con
un generale di guerra.
3)
La testimonianza di Aristotele è stata a lungo ritenuta
la più attendibile perchè Socrate non viene caricato
di significati simbolici: Aristotele ce ne parla in modo oggettivo.
Tuttavia la testimonianza aristotelica ha dei limiti: in primis,
è la meno " artistica " delle 4 ed è l'unica
di un non-contemporaneo. Va poi detto che in Aristotele Socrate
ci viene presentato quasi come un " robot ": la filosofia
socratica viene presentata come un susseguirsi di ragionamenti
e non viene dato spazio al filosofare in pubblico, al dialogo
aperto.
4)
Aristofane è il personaggio più vicino a Socrate
come età: ci presenta un Socrate relativamente giovane
(circa 40 anni). Va ricordato che Aristofane era un commediografo
e ne risulta che l'immagine che lui ci dà di Socrate è
fortemente impregnata di tratti sarcastici. Ne "Le nuvole"
ce lo presenta come un sofista studioso della natura (il contrario
di ciò che era in realtà), con la testa fra le nuvole.
Insomma Aristofane è l'unico a darci di Socrate un'immagine
fortemente negativa (non a caso Aristofane era stato uno dei primi
accusatori di Socrate). In realtà non dobbiamo pensare
che Aristofane volesse gettar discredito su Socrate o lo prendesse
in giro per cattiveria: in fondo lui faceva solo il suo lavoro
di commediografo, che consisteva nel far ridere. In realtà
con la figura di Socrate vuole prendere in giro non Socrate, ma
l'intera categoria dei filosofi.
La
testimonianza di Platone resta la migliore e le altre tre vanno
sfruttate come appoggio. Platone lo conosceva davvero bene ed
era lui stesso un gran filosofo: il grosso limite è che
trattandosi di un filosofo, Platone avrebbe potuto rimaneggiare
i discorsi di Socrate, ed è proprio quel che fa man mano
che invecchia. "L'apologia ", per fortuna, resta un
dialogo giovanile nel quale Platone descrive il processo che decretò
la condanna a morte di Socrate.
E'
proprio in questo dialogo che emerge fortemente la differenza
tra Socrate ed i sofisti: i sofisti pronunciavano discorsi raffinati
ed eleganti, ma totalmente privi di verità: per loro l'importante
era parlar bene, avere un buon effetto sulle orecchie degli ascoltatori.
Per Socrate invece quel che più conta è la verità:
lui si proclama incapace di controbattere a discorsi così
eleganti e ben formulati (ma falsi). Socrate, pur non tenendo
un'orazione raffinata, dice il vero: la critica ai sofisti verrà
poi ripresa da Platone stesso.
I
sofisti puntavano a stupire l'ascoltatore, dal momento che erano
convinti che la verità non esistesse (soprattutto Gorgia).
Socrate per difendersi in tribunale non pronuncia un discorso
(come i sofisti), ma imposta un dialogo botta e risposta: è
proprio dal discorso che viene a galla la verità (Platone
dirà che il discorso tra due o più individui è
come lo scontro tra due pietre dal quale nasce la fiamma della
conoscenza). Lo stile oratorio di Socrate è scarno, secco
e quasi familiare, modulato a seconda dell'interlocutore. Il punto
di partenza del discorso socratico è la cosiddetta "
ironia socratica ", ossia la totale autodiminuzione, "
io non so, tu sai ".
Così
inizia anche "L'apologia": si pone la domanda "che
cosa è x ?" e l'interlocutore cade nel tranello e
risponde, sentendosi superiore a Socrate. Socrate, come abbiamo
detto parlando di Senofonte, parla di argomenti noti all'interlocutore:
se ad esempio parla con un generale gli chiederà "che
cosa è il coraggio?". Quello risponderà, per
esempio, dicendo che il coraggio è il non indietreggiare
mai. Allora Socrate interverrà dicendo che quello non è
coraggio, bensì pazzia.
La
critica diventa stimolo per l'interlocutore a fornire una seconda
risposta meglio articolata: il gioco può andare avanti
a lungo e spesso rimane aperto. Questo metodo viene detto "
maieutico": Socrate diceva di fare lo stesso lavoro della
madre, la quale era ostetrica: lei faceva partorire le donne,
lui le anime. Come le ostetriche valutano se il neonato è
" buono", così Socrate valuta se le idee, le
definizioni sono buone.
Non
tutti gli interlocutori erano intelligenti e riconoscevano i propri
errori: spesso preferivano evitare Socrate. Da un interlocutore
Socrate fu anche denominato "torpedine" in quanto l'incontro
con Socrate risulta scioccante perchè ribalta le concezioni
di chi era convinto di sapere e dimostrava che in realtà
non sapeva. Socrate stesso si paragonava ad un moscone che stimola
il cavallo: lui stimolava gli uomini a ragionare. Socrate con
il processo dell'autodiminuzione afferma di non sapere nulla,
mentre sostiene che i sofisti sappiano tutto: dice che forse l'educazione
che impartisce lui è inutile rispetto a quella sofistica,
ma senz'altro è più importante.
Le
calunnie nei confronti di Socrate hanno avuto inizio quando lui
si definiva sapiente in quanto l'oracolo di Delfi gli aveva detto
che era il più sapiente tra gli uomini. Lui era rimasto
sconvolto da tale affermazione e non riusciva a crederci: allora
cominciò a girare per Atene per vedere se trovava persone
effettivamente più sapienti di lui. Dunque si recò
da coloro che si ritenevano sapienti: politici, poeti, artigiani.
Socrate si accorse che tutte e tre le categorie erano convinte
di sapere, ma in realtà non sapevano niente: i politici
erano i peggiori di tutti non in quanto politici (Socrate stesso,
se vogliamo, era un politico perchè svolgeva la sua attività
in pubblico) ma in quanto non capaci di insegnare il loro sapere:
un vero sapiente deve spiegare ciò che sa: anche i politici
migliori (Pericle) non sanno trasmettere il loro sapere. Lo stesso
era per i poeti, che a partire da Omero erano considerati sapienti
ed educatori: Socrate li biasima sia perchè dicono assurdità,
sia perchè il loro non è un sapere, ma una forma
di "follia ispirata": era la divinità che parlava
per bocca loro.
I
meno peggio risultarono essere gli artigiani, che almeno sapevano
fare diverse cose di utilità pubblica: la loro è
una "tecnè", ossia una sapienza pratica. Però
anche gli artigiani avevano i loro difetti: erno sì competenti
nel loro settore, ma peccavano di presunzione perchè erano
convinti che la loro conoscenza fosse universale ed illimitata,
anzichè limitata. Inoltre essi agivano senza pensare e
ponderare. Socrate arrivò alla conclusione che l'oracolo
di Delfi aveva ragione: lui stesso è il più sapiente,
pur sapendo di non sapere.
Il
suo non va interpretato come atteggiamento di rinuncia alla ricerca
della verità , ma come segno di modestia intellettuale:
è proprio il fatto di essere consapevoli della propria
conoscenza che spinge l'uomo a sforzarsi di raggiungere la conoscenza;
se si è convinti di sapere già tutto non ci si sforzerà
di migliorare. Tra le varie accuse che vengono mosse a Socrate
c'è anche quella di corrompere i giovani nella piazza rendendoli
peggiori: lui ribatte a questa accusa dicendo che non avrebbe
motivo di fare ciò. Infatti se corrompesse i giovani finirebbe
per vivere in una città di giovani corrotti , il che si
ritorcerebbe contro lui stesso.
Va
senz'altro ricordato il cosiddetto "intellettualismo etico"
di Socrate: secondo lui nessuno può compiere il male sapendo
effettivamente di compierlo: nessuno potrebbe mai fare del male
volontariamente. Un rapinatore rapina non pensando di fare del
male, ma di fare del bene: è un errore intellettuale ritenere
bene ciò che è male. E' un atteggiamento tipicamente
cristiano-cattolico che si possa scegliere tra bene e male indistintamente.
Dunque Socrate introducendo l'intellettualismo etico dimostra
di aver agito per il bene della sua città. E' Socrate che
ha scoperto il concetto moderno di anima: in precedenza significava
"soffio vitale", ciò che fa vivere le cose; questo
termine assunse poi il significato di "immagine nell'Ade",
un'esistenza depotenziata.
Per
gli Orfici significava "demone". A partire da Socrate
fino al giorno d'oggi l'anima è diventata il nostro io:
ci identifichiamo con l'anima. Secondo Socrate possiamo dividere
i beni ed i mali in tre categorie a) dell'anima b) del corpo c)
dell'esterno.
Il
corpo è lo strumento nonchè la prigione dell'anima.
Il denaro, per esempio, è un bene esterno. In alcuni frangenti
sembra che Socrate (e anche Platone ) rifiuti i beni materiali
e del corpo, scegliendo quelli dell'anima; in altre occasioni
pare che possano essere accettati entrambe. Socrate, per esempio,
pare che non disprezzasse il vino. Quest'ambiguità tra
beni del corpo e beni dell'anima può essere spiegata affermando
che i beni son tutti beni finchè non entrano in conflitto
con altri: la ricerca del piacere fisico diventa un male quando
la si antepone alla ricerca di quello intellettuale.
Questo
non vale solo per i beni, ma anche per il rapporto tra anima e
corpo: il corpo per Socrate e Platone non va disprezzato, anzi
va apprezzato perchè serve all'anima. Per il Cristianesimo
la ricchezza è un mal , per Socrate e Platone è
un bene finchè non entra in conflitto con gli altri beni.
Interessante è il concetto socratico di ingiustizia: essa
non danneggia chi la subisce, ma chi la commette. La giustizia
infatti dà un senso di piacere interiore e chi è
ingiusto perde questo piacere, mentre chi subisce l'ingiustizia
continua a provarlo. Questo vale anche per Platone.
Tra
le cose che Socrate dice di non sapere vi è la conoscenza
dell'aldilà, di cosa c'è dopo la morte (Platone
dirà di essere in grado di dimostrare l'esistenza di un
aldilà). Per lui non è che se si vive una vita giusta
si sarà premiati: si è già appagati dal vivere
giustamente, la felicità che si prova perchè si
è giusti è già una sorta di premio: Socrate
dice che magari potrebbe esserci una vita ultraterrena, ma lui
non lo sa. Tra le varie accuse rivolte c'era anche quella di ateismo
e di empietà: Socrate infatti credeva nei demoni, che lui
proclamava "figli delle divinità". Lui dimostra
che è un'accusa sbagliata dicendo che se crede nei demoni
che sono figli delle divinità, è ovvio che creda
anche nelle divinità: perchè ci sia il figlio (demone),
ci devono anche essere il padre e la madre (le altre divinità).
Ma che cosa era questo demone? Abbiamo due testimonianze divergenti:
per Platone era una sorta di angelo custode - coscienza personale
che interveniva ogni qual volta Socrate stesse per sbagliare:
si tratterebbe di una sorta di "aiuto privilegiato"
che non tutti hanno: solo le persone per bene. E' un dono divino
per i buoni. E' come se la divinità partecipasse alla vita
umana.
Per
Senofonte invece il demone è un'entità che lo spinge
ad agire in determinati modi: Senofonte intende ancorare fortemente
Socrate alla credenza in un ordine divino e in un intervento divino
nella vita umana. Per Socrate l'importante non è vivere,
ma vivere bene: quando la nostra anima è sana, giusta,
allora anche noi stiamo bene. Sempre Senofonte nei "Detti
memorabili" riassume la prova dell'esistenza di Dio formulata
da Socrate in questi termini: ciò che non è opera
del caso postula una causa intelligente, con particolare riguardo
al corpo umano che ha una struttura organizzata non casuale. Per
questa sua origine l'uomo è ritenuto superiore a tutti
gli altri animali ed è oggetto dell'interesse di Dio, come
si deduce anche dalla possibilità di conoscere i suoi progetti
sull'uomo ricorrendo all'arte della divinazione.
Va
notato che il Dio socratico (inteso come intelligenza finalizzatrice)
è una sorta di elevazione a entità assoluta della
psychè umana.
Molti
hanno notato che gli accusatori non volevano in realtà
condannarlo a morte, ma semplicemente zittirlo. Ma Socrate non
può accettare di essere zittito: il suo destino è
andare in giro a colloquiare con la gente. Vivere bene per Socrate
significa svolgere quest'attività e non rifiutare di essere
colpevole significava non far perdere significato alla sua vita.
Dal momento che era già vecchio e gli restavano pochi anni
di vita, tanto valeva farla finita lì, ma non rinunciare
ai suoi ideali. Mentre la ricerca di Platone si spingerà
in un'altra dimensione, quella di Socrate rimane saldamente ancorata
al mondo terreno: la sua missione è far capire ai cittadini
ciò che fanno.
In
Socrate vi è poi un rifiuto della politica (che peraltro
troveremo anche in Platone): fa infatti notare che lui stesso
aveva avuto parecchi problemi con la politica: prima contro di
lui si erano scagliati gli oligarchici, ed ora i democratici (nell'accusa
ai danni di Socrate si possono scorgere istanze politiche: lui
era un aristocratico e i democratici volevano punirlo). Pur avendo
problemi con la politica, Socrate non dice che vada abolita. Prima
dell'esecuzione della pena capitale, a Socrate era stata presentata
la possibilità di evadere dal carcere, ma lui si era rifiutato:
in lui infatti vi era il massimo rispetto per la legge, che non
si deve infrangere in nessun caso.
La
legge può essee criticata, ma non infranta : di fronte
ad una legge ingiusta non bisogna infrangerla, ma bisogna battersi
per farla cambiare. Socrate afferma che sarebbe stato suo dovere
far cambiare la legge e che non essendoci riuscito è giusto
che lui muoia. Gli Ateniesi son convinti di essersi liberati di
Socrate avendolo eliminato fisicamente, ma in realtà per
liberarsene completamente avrebbero dovuto "ucciderlo filosoficamente",
batterlo a parole. In realtà volevano farlo tacere, ma
han sortito l'effetto opposto: Platone infatti, che era intenzionato
a dedicarsi alla vita politica, resterà sconvolto per condanna
del maestro e si dedicherà alla filosofia.
In
Socrate vi è una vaga idea di provvidenza divina , ma non
collettiva, bensì individuale: la divinità aiuta
solo i migliori. Celeberrima è la conclusione dell'Apologia,
in cui Socrate si rivolge ai suoi discepoli prima di essere giustiziato:
" Ma ormai è ora di partire: io verso la morte, voi
verso la vita . Chi di noi cammini a una meta superiore è
oscuro a chiunque: non al mio dio." Nel "Simposio"
di Platone Platone Alcibiade afferma che Socrate non assomiglia
a nessuno degli uomini del passato e del presente: è una
figura nuova. Non si interessa di politica, ma non la disprezza,
non rifiuta i festini, ma non vi si identifica (nel " Simposio
"tutti i convitati si addormentano, Socrate no).
Soffermiamoci
ora maggiormente sulla tecnica discorsiva di Socrate: la confutazione
è la tecnica che dimostra l'inconsistenza del sapere dei
propri interlocutori. Ma per arrivare a questo risultato bisogna
partire dal metodo delle domande e delle risposte. "Che cosa
è la giustizia? " può essere il punto di partenza
per il dibattito: porre questa o qualsiasi altra domanda del genere
significa richiedere la definizione delle cose in questione, che
però deve essere valida per tutti i casi particolari.
In
questo senso la ricerca di Socrate è stata interpretata
da Aristotele come ricerca dell'universale, nell'ambito dei concetti
e dei problemi morali. Gli interlocutori di Socrate si dimostrano
incapaci di rispondere correttamente alla domanda sia perchè
sottovalutano Socrate (che dice di essere inferiore) sia perchè
rispondono citando casi particolari, anzichè la definizione
universale. Abbiamo già citato il caso della domanda "Che
cosa è il coraggio?": rispondere "non inditreggiare
mai" è sbagliato, così come dire "assalire
il nemico": si può essere coraggiosi anche nell'affrontare
una malattia o un'interrogazione: una definizione corretta deve
coprire tutti i casi possibili. Nella sua funzione negativa il
metodo delle domande e risposte si caratterizza come confutazione,
ossia dimostrazione della falsità o contradditorietà
delle risposte date dall'interlocutore.
Gli
effetti prodotti dall'esercizio di questo metodo sono paragonati
a quelli della torpedine marina, che intorpidisce coloro che tocca.
Di fronte alla confutazione si può reagire rifiutandola,
come fanno vari interlocutori di Socrate. Ma, se la si accetta,
essa può liberare dalle false opinioni che si hanno sui
vari argomenti e agire dunque come una forma di purificazione.
La situazione, che risulta dalla confutazione, prende un nome
greco che significa letteralmente situazione senza vie di uscita.
Essa consiste nel rendersi conto che i tentativi sin qui percorsi
di rispondere a un determinato problema , hanno condotto a un
vicolo cieco. Ma in questa nuova situazione, liberi dal falso
sapere e soprattutto dalla presunzione di sapere, ci si può
accingere alla ricerca del vero sapere, tentando nuove stade che
possano condurre ad esso.
In
questo nuovo orientamento il metodo delle domande e risposte può
assolvere una funzione positiva. Essa è paragonata alla
funzione svolta dalla maieutica, capace di far partorire ad ognuno,
mediante domande opportunamente indirizzate, la verità,
di cui ciascuno è gravido. Socrate si ostina incessantemente
a far convergere i propri interlocutori nell'ammissione di un
punto fondamentale: per saper agire bene, cioè virtuosamente,
in un determinato ambito, occorre possedere il sapere che renda
capaci di ciò. A questo risultato egli perviene mediante
l'analogia con le tecniche: il buon artigiano che sa svolgere
bene la propria attività possiede un sapere capace di guidarlo
a questo risultato. La stessa cosa deve valere in ambito etico-politico:
questo è il nocciolo della famosa tesi secondo cui la virtù
è scienza.
Questa
tesi conduce ad alcune conseguenze. In primo luogo, chi conosce
che cosa è bene e quindi anche che cosa è buono
per lui non può non farlo. Il bene è dotato di un
potere incontrastabile di attrazione. Ciò non significa
che Socrate disconosca l'importanza delle passioni e delle emozioni
nella vita umana, ma soltanto che in ogni ambito della vita umana
l'unico strumento capace di orientare verso il comportamento corretto
è ravvisato nel sapere.
La
posizione etica di Socrate non va confusa con forme di rigorismo
ascetico. Essa è invece definibile come una forma di eudemonismo,
perchè pone come obiettivo fondamentale il perseguimento
della felicità. E' il sapere che è in grado di effettuare
un corretto calcolo degli stessi piaceri , misurando le conseguenze
piacevoli o dolorose che essi possono arrecare . Questo è
il sapere , di cui Socrate dichiara di non essere in possesso
, ma proprio per questo è il sapere che egli persegue.
Non ha senso allora distinguere le varie virtù nettamente
le une dalle altre: la virtù è una , come uno solo
è il sapere in cui esse si compendiano: sapere che cosa
è bene e che cosa è male .