Col
nome di Clemente Alessandrino (o di Alessandria) è conosciuto
Tito Flavio Clemente, uno scrittore ecclesiastico, nato ad Atene - come
egli stesso scrisse - intorno al 150, che si convertì al cristianesimo
dopo aver studiato la letteratura, la filosofia greca (Platone, Aristotele,
Eraclito, Democrito ecc.), le cerimonie e i misteri pagani, di cui divenne
esperto. Intraprese numerosi e lunghi viaggi sia a scopi culturali che
di evangelizzazione: Jonia, Magna Grecia, Siria, Palestina, Egitto.
Qui, nella città di Alessandria, restò particolarmente
colpito dalle lezioni del filosofo Panteno - il primo direttore che
si conosca del Didaskaleion, la locale scuola di catechesi e di teologia
(Vedi nota) - e ne divenne un discepolo. Intorno
al 200 Clemente succedette a Panteno nella direzione della scuola che,
sotto la sua guida, divenne rinomata e attirò scolari diventati
in seguito famosi teologi, come Origene.
Da una testimonianza dello stesso Clemente e da quelle contenute nel
Chronicon di Eusebio e in un’epistola di Alessandro, vescovo di
Gerusalemme, che fu suo discepolo, si sa che divenne presbitero. Un
paio d’anni più tardi, a causa della persecuzione ordinata
da Settimio Severo, particolarmente violenta ad Alessandria e nella
Tebaide, la scuola catechetica dovette chiudere e Clemente fuggì.
Essendo
stato imprigionato, il suo discepolo vescovo Alessandro - come si viene
a sapere da una sua epistola indirizzata a Origene - incaricò
Clemente di recarsi verso Antiochia e svolgere attività evangelizzatrice,
meritandone le lodi.
Clemente Alessandrino morì forse a Cesarea in Cappadocia, tra
il 211 e il 216.
Uomo
di vasta cultura ma influenzato fortemente dalla filosofia ellenista,
Clemente Alessandrino cercò di tradurre la fede cristiana in
un sistema filosofico. Il suo insegnamento - per la prima volta fissato
per iscritto - era volto a elevare il cristiano a una cognizione delle
cose divine e a dargli una formazione morale superiore, espressione
della somiglianza e immagine di Dio.
Le
sue opere pervenuteci sono:
- il Protreptokos pros Ellenas (Protreptico o Esortazione ai Greci),
un’apologia contro il paganesimo - forse scritta prima di diventare
direttore del Didaskaleion - in cui sembra trasparire il percorso interiore
di Clemente verso il cristianesimo: «Quella religione politeistica,
contro la quale Clemente appunta le armi dell'ironia e dello scherno,
- scrive il filologo Quintino Cataudella - è stata anche la sua
religione; quelle pratiche dei misteri, nelle quali egli si indugia
con particolare insistenza, per metterne in luce i ripugnanti particolari,
sono state - tuttavia - i mezzi coi quali egli stesso ha cercato, inutilmente,
la sua unione con la divinità. Quella filosofia pagana, la naturalistica,
e l'altra, più vera, di Socrate e di Platone, di cui rivela,
per la prima, l'errore fondamentale, per l'altra, l'insufficienza, sono
state le tappe attraverso le quali egli stesso è passato nel
suo graduale perfezionamento, fino al raggiungimento della suprema verità»;
- il Paidagogos (Pedagogo, cioè Gesù Cristo), probabile
continuazione del Protreptico, scritto in tre libri in cui insegna ai
convertiti i precetti della vita cristiana anche nei suoi aspetti quotidiani,
come ai bagni e nelle conversazioni, e i suggerimenti circa i vestiti,
gli ornamenti, la vita coniugale ecc.
- gli Stromateis (letteralmente "Tappeti", ossia tessuti intrecciati
di dottrine, o Tapici, o Stromata, o Miscellanea), un trattato incompiuto
sulle relazioni tra cristianesimo e cultura greco-pagana, nel quale
Clemente si prefiggeva di «abbracciare la verità mescolata
con i dogmi della filosofia, o piuttosto avvolta e ricoperta da essi,
come la parte commestibile della noce è coperta dal guscio».
Che la composizione fosse discontinua, a mosaico, era ben evidente a
Clemente stesso che così avvertiva il lettore: «Quest'opera
è come un campo pieno delle erbe più varie. Un uomo diligente
vi troverà quello che va cercando, ma dovrà cercarlo».
- il Quis dives salvetur (Quale ricco si salverà), uno scritto
in cui sono contenuti ammaestramenti sul significato e l'uso della ricchezza
nella concezione cristiana della vita.
Tra le opere perdute si annoverano:
- gli Hypotyposeis (o Institutiones, o Disposizioni), in otto libri,
di cui si conoscono solo alcuni frammenti, su alcune opere canoniche
e non canoniche. Essi, secondo Fozio, contenevano svariati dogmi, poi
condannati, come il docetismo, la metempsicosi, l'eternità della
materia, la pluralità dei Verbi (Logoi) ecc.,
- il trattato Sulla Pasqua (o De Paschate), sulla controversia pasquale,
- il Canone ecclesiastico (o Contro i giudaizzanti).
L’originalità
dell’opera di Clemente va ricercata sia nel tentativo di dimostrare
come la dottrina cristiana sia superiore a ogni filosofia pagana, ma,
al tempo stesso, in linea con quanto sostenuto da Giustino, contenga
quanto di meglio è stato elaborato nella cultura letteraria e
filosofica greca, di cui egli era un ottimo conoscitore, sia nella sua
infaticabile ricerca della tradizione, intesa come fonte genuina e autentica,
che lo ha portato a incontrare, nei suoi numerosi viaggi, i diretti
discendenti degli apostoli.
La
sua dottrina fu, in seguito, oggetto di alcune controversie. Clemente
fu considerato il fondatore dello gnosticismo cristiano, in quanto credeva
che la gnosi (= conoscenza) fosse l'elemento principale nella perfezione
cristiana. Tuttavia, per lui, l'unica vera gnosi era quella che presupponeva
la fede: infatti Cristo era diventato uomo per rivelare che, attraverso
Lui, gli uomini potevano diventare immortali. Inoltre, come il suo successore
Origene, Clemente era convinto dello scopo allegorico dell'Antico Testamento
e - come i filosofi di scuola greca convertiti - farciva spesso il proprio
insegnamento di stoicismo: il cristiano perfetto doveva condurre una
vita di calma inalterabile, anche nella persecuzione e nel martirio.
Un’analisi
recente dell’opera di Clemente Alessandrino ne sintetizza così
i principi: «Il suo sistema teologico è dominato dalla
dottrina del Logos che forma la Trinità insieme al Padre e allo
Spirito, il che spiega il suo insuccesso giacché la teologia
è dominata dall'idea di Dio e non da quella del Logos. Sul piano
ecclesiologico, concepisce la gerarchia ecclesiastica a tre livelli:
episcopato, presbiterato e diaconato. Considera la Chiesa come l'unica
Vergine-Madre e afferma che si distingue dalle sette eretiche - a suo
giudizio il maggior ostacolo per la conversione dei giudei e pagani
per la sensazione di divisione che creano - per la sua unità
e antichità. Dichiarò che il battesimo è una rinascita
e una rigenerazione (Strom., III, 12, 87), ma negò il carattere
sacrificale dell'Eucaristia (Strom., VII, 3 e VII, 6, 32) e interpretò
i riferimenti alla carne e al sangue di Cristo come simboli dello Spirito
Santo (id. 43, 2). Clemente inoltre negava la possibilità del
Verbo (Ped., I, 6, 42, 3) del perdono per i peccati commessi volontariamente
dopo il battesimo, sebbene sembra che tale posizione sia stata addolcita
con il passare del tempo, poiché identificò i " peccati
volontari " solo con il gesto di allontanarsi deliberatamente da
Dio rifiutando una riconciliazione con lui. Considerava l'uomo sposato
superiore al celibe - il matrimonio era un dovere verso la patria -
sebbene si opponesse alle seconde nozze».
La santità di Clemente Alessandrino è rimasta dubbia.
In Oriente è considerato un santo vescovo ma non ha una festa
specifica; in Occidente Clemente era commemorato il 4 dicembre nel martirologio
latino compilato da Usuardo (1400 circa). Tuttavia, in seguito alla
revisione dei martirologi a opera del papa cattolico Clemente VIII (fine
XVII secolo) fu depennato dagli elenchi, esclusione confermata da papa
Benedetto XIV nel 1748, motivandola sia con la dubbia ortodossia di
alcune sue idee, sia perché non si trovarono tracce antiche (anteriori
al IX secolo) del culto reso a Clemente né in Oriente, né
in Occidente.
Protreptico
(formato pdf)
Quale
ricco si salverà (formato pdf)
Nota:
1.
Panteno nacque in Sicilia nel II secolo. Fu un filosofo stoico ma
poi si convertì al cristianesimo. Frequentò come discepolo
la scuola di Alessandria e, intorno al 179, ne divenne direttore per
volere della comunità cristiana. Per la sua eloquenza, Clemente
Alessandrino lo soprannominò l’«ape sicula».
Nella sua scuola incontrò dei cristiani venuti dall’India
che lo invitarono a evangelizzare quella terra. Si recò quindi
in Oriente con la benedizione del vescovo di Alessandria, Demetrio.
Narrano Eusebio di Cesarea e san Girolamo che Panteno ritornò
dall’India portando con sé il libro del Vangelo di San
Matteo, scritto in lingua ebraica, che era stato dell’apostolo
Bartolomeo. Nel 200 circa, ormai anziano, lasciò la direzione
della scuola a Clemente Alessandrino. Morì pochi anni più
tardi.