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Le
Sante Icone
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"L'Icona
è un'opera d'arte che supera l'arte: lungi dall'essere solamente
di ordine estetico, il messaggio dell'Icona è di ordine teologico"
(E.
Sendler "L'icona immagine dell'invisibile" Ed Paoline)
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Brani
tratti dal libro:
L'icona,
i colori e l'ascesi artistica
Arte
della bellezza e creazione artistica
In
senso generale Arte significa l'insieme degli artifici o procedimenti
che fanno raggiungere un certo scopo; così, ad esempio, l'arte
medica distinta dalla scienza medica, come applicazione pratica della
teoria. In senso estetico l'arte è, da parte dell'uomo, la produzione
di opere belle. La definizione del bello in generale e del bello d'arte
è propria dell'Estetica.
L'Arte
è innanzi tutto la rappresentazione della realtà esteriore
delle cose appartenenti al mondo minerale, vegetale, animale e umano,
trasfigurata in Bellezza dal genio dell'artista; ma è anche la
rappresentazione della realtà interiore che si trova nella realtà
esteriore.
Quando
si stabilisce una comunione fra l'artista e lo spettatore, è
Arte perfetta, perché fra i due sussiste uno stesso modo di vedere,
capire, sentire e intuire la realtà.
Soffermandoci
sulla pittura e sul disegno, gli artisti si possono classificare in
tre categorie:
- Artista materiale
o della terra.
- Artista spirituale
o del cielo.
- Artista della
via di mezzo fra terra e cielo.
Da
quanto sopra detto, l'Arte è una delle attività umane
che scaturisce da una emozione estetica provocata dall'attenzione su
un particolare della natura: emozione estetica che nell'impeto della
sua passione creativa si traduce in un'opera pittorica o scultorea utilizzando
le risorse della tecnica, della fantasia e del pensiero, ma esaurendosi
nel capolavoro stesso.
L'Arte
può essere vissuta da chiunque ne abbia l'attitudine. È
un bisogno connaturato di produttività e di imitazione, mosso
dall'amore che la multiforme natura produce sulla coscienza impressionabile
dell'artista. L'uomo ha contemplato sempre con gioia il cielo, il mare,
le montagne, gli alberi, i fiori, gli animali. Il senso estetico è
posseduto sia dagli uomini primitivi che da quelli progrediti. Esso
sopravvive alla stessa intelligenza: infatti possono compiere opere
d'arte anche gli idioti e i pazzi.
L'emozione
estetica fatta temporanea passione si esaurisce soltanto quando l'operatore
è riuscito a dare al suo lavoro tutto se stesso, immedesimandosi
con gioia estetica alla sua opera. Quando l'immedesimazione non è
totale per difetto di capacità tecniche o per mancata risposta
esecutiva del proprio corpo, allora il travaglio può durare mesi
e anni, fino a quando la carica esplosiva sarà esaurita nel capolavoro
conclusivo o resterà sepolta nell'inconscio per sopravvenute
nuove impressioni ed emozioni estetiche.
L'attività
estetica si manifesta nella contemplazione e nella creazione della bellezza;
essa è completamente disinteressata perché nella gioia,
nel godimento artistico la coscienza quasi si libera di se stessa e
si trasferisce in un altro essere dal quale si lascia assorbire.
Nel
momento in cui l'artista mette mano al pennello ed ai colori della sua
tavolozza, la sua coscienza sperimenta l'amplesso con la natura che
egli osserva fuori di sé e dentro di sé e proietta sulla
tela. Ma poiché questo processo psico-fisico avviene nell'uomo
primitivo e nell'uomo civile, nel savio e nel pazzo, nel santo e nell'ateo,
con incalcolabile influenza emotiva su chi vede la creazione di queste
opere d'arte e su chi le produce fino a dirigerne i processi dell'evoluzione
spirituale personale, è evidente che per noi Archeosofi l'Arte
e la produzione delle sue opere devono essere utilizzate per fini di
salita e di perfezione interiore, e non di caduta, di rovina e di morte
spirituale.
 Se
l'attività estetica rimane allo stato virtuale e potenziale nella
maggior parte degli uomini a causa della civiltà industriale
e tecnologica che toglie la libertà creativa ad ogni singolo
operaio e lavoratore intellettuale, è compito degli Artisti seguaci
di Archeosofia il proporre alla società nuovi modi di vita, ove
il necessario sfruttamento dell'uomo sull'uomo da parte del singolo
imprenditore o dello Stato imprenditore, non tolga all'individuo la
gioia estetica.
Rieccheggiando
la filosofia greca, Seneca (Ep. 65,3) dice che omnis ars est imitatio
naturae. Dante sostiene che l'artista è a Dio quasi nepote (Inf.
11, 105), perché Dio è il creatore di tutte le cose visibili
e invisibili, quindi si considera come il padre delle creature. L'artista
è il riproduttore delle creature. Dobbiamo però intendere
con intelligenza queste parole: copia o imitazione della natura. L'opera
d'arte non è una riproduzione realistica o materiale delle cose:
questa è il prodotto del calco e della fotografia. L'opera d'arte
è una interpretazione della natura, più esattamente è
la rappresentazione della visione soggettiva che l'artista si è
formata nella sua coscienza contemplando il vero. In altre parole l'opera
d'arte scaturisce dall'incontro soggettivo del pensiero e della fantasia
dell'artista con uno o più elementi oggettivi.
Michelangelo
ha scritto: "Si dipinge col cervello et con le mani". Questo
concetto è pure espresso da Leonardo da Vinci: "La pittura
è prima nella mente del suo speculatore, e non può pervenire
alla sua perfezione senza la manuale operazione".
L'artista
rievoca in se stesso un sentimento già provato guardando una
scena del mondo che lo circonda e che lo ha fortemente impressionato
per i suoi colori e la sua forma.
L'arte
è una via al bello? o una via al brutto? Dipende dalla sensibilità
dell'artista che può essere ricettivo in prevalenza al bello
oppure al brutto. L'artista che segue l'Archcosofia può essere
ricettivo soltanto al bello, perché ha capito quale itinerario
deve seguire per essere veramente Uomo. Infatti la scelta spontanea
dei colori e dei soggetti dev'essere tutta improntata al bello e al
bene. Se l'opera d'arte non risponde alla rivelazione di una realtà
superiore, se l'artista non cerca di penetrare la realtà interiore
delle cose per risalire agli attributi di Dio, allora egli è
un artista del brutto e del cattivo.
L'Arte
è alta e perfetta in senso superlativo quando non soltanto appaga
i bisogni fisici del senso estetico, le leggi della bellezza formale,
la fedele rappresentazione della realtà esteriore e della vita,
le esigenze emotive dell'umanità, ma esprime la verità
spirituale interiore, la realtà non apparente delle cose, la
realtà più profonda, la gioia di Dio Creatore espressa
nel mondo, la sua bellezza e il suo fascino attrattivo, e la manifestazione
della forza e dell'energia divina nella creazione del mondo fenomenico.
L'Artista
deve vedere nel mondo intero, nella vita, nell'uomo, la bellezza di
Dio, amando ciò che ha visto e provare in questo amore e in questa
bellezza una beatitudine pura che eleva a Dio.
La
Bellezza come la Verità, la Bontà, la Conoscenza, la Potenza,
sono attributi di Dio, e l'uomo può cercare e scoprire la Divinità
nel Bello.
(...
... ...)
L'ascesi
artistica, i colori, la pittura e l'icona sacra
La
pittura ha due funzioni: la prima è quella di appagare la sensazione
visiva utilizzando il giuoco dei colori, delle proporzioni, delle luci
e delle ombre, permettendo all'artista di esprimere se stesso e far
partecipi gli altri della propria sensibilità estetica.
In
questa prima funzione rientra la così detta arte profana utilizzata
per tutte le manifestazioni della vita di relazione. Essa si contrappone
ad un altro tipo di arte, le cui finalità sono religiose e quindi
per rappresentare il divino. Di qui la seconda funzione della pittura,
che diviene arte sacra. Quest'ultima, in virtù della finalità
a cui è destinata, esce dai canoni usuali e si delinea con delle
caratteristiche sue proprie. È di arte sacra che tratteremo,
sotto il profilo sia artistico che teologico, puntando sul valore dell'icòna
e dell'iconografia cristiana.
Icòna
dal greco Etxát, (cicòn = immagine) è il termine
tecnico usato per indicare le immagini sacre nell'arte bizantina, in
special modo quella russa, designando senza possibilità di equivoco
la pittura su tavola, a differenza di quella su muro. In Occidente tale
termine è passato a designare genericamente gli antichi dipinti
a soggetto religioso di provenienza orientale.
L'icòna,
che per lo più rappresenta immagini di santi o di personaggi
divini (il Cristo, la Vergine, la Sofìa), fa la sua comparsa
nei primi secoli del Cristianesimo. Ma di questo periodo rarissimi sono
gli esemplari sopravvissuti alla distruttrice furia iconoclasta dell'VIII
e IX secolo, favorita anche dalle piccole dimensioni dei dipinti. Fra
le icòne più antiche abbiamo quelle provenienti dai conventi
del Sinai, del VI secolo, oggi custodite nei musei di Kiev e del Cairo.
Importanti centri iconografici furono la Palestina, la Siria, l'Egitto,
Bisanzio e, naturalmente, la Russia.

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La
questione delle immagini, vista nella sua dimensione teologica,
riveste un'importanza incalcolabile, perchè colpisce l'essenza
stessa del cristianesimo, cioè l'incarnazione ... L'Icona
è il tesoro della Chiesa indivisa.
(Daniel
Rousseeau "L'icona splendore del tuo volto") |
Dai
luoghi di origine furono in gran numero esportate in Occidente, specie
a Roma, ove divennero oggetto di culto e venerazione, ma anche di gravi
e ignoranti devastazioni, quali restauri, sovrapposizioni di altre pitture,
coperture con argento. Uno di questi casi è la Madonna di S.
Maria Nuova, dove sotto una pittura del 1800 ed un'altra del XII secolo,
è stata scoperta una preziosissima e stupenda icòna del
IV o V secolo. La fantasia e la devozione popolare attribuirono ad alcune
icòne una origine non proveniente da mano umana. Una di queste
icòne, definite acheròpite, è quella del Salvatore,
custodita nel Sancta Santorum della Basilica di S. Giovanni in Laterano
a Roma.
In
Russia la produzione di icòne fu particolarmente fiorente, specie
nel XIV e XV secolo, e la scuola artistica di Novgorod ha dato gli esemplari
più belli. Le più antiche icòne russe risalgono
al XII secolo.
L'icòna
è un prezioso strumento della speciale arte sacra che aiuta all'ascesi:
i suoi colori simbolici ed i canoni pittorici costituiscono una scienza
estetica per l'autosuperamento di se stessi e l'imitazione perfetta
del Cristo.
L'ascesi
artistica rientra nell'educazione artistica atta a vivificare e a mettere
l'amante dell'arte ad un livello superiore nella scala dei valori interiori,
che progressivamente aumentano dall'uomo comune al santo.
Educazione
artistica in senso generico significa educazione all'arte, è
un penetrare nel santuario dell'arte attraverso la creazione figurativa.
Poiché l'arte è in noi, deve sbocciare dal cuore e dall'intelligenza
aperti al divino. Abituarsi a considerare la creazione artistica solo
e unicamente come espressione del sentimento e sfogo della fantasia
non aperti agli archetipi divini, è un criterio che fa decrescere
in statura spirituale.
L'Arte
è assai di più: è una inconscia ricerca del supremo
Artista dal quale escono da sempre i meravigliosi quadri della natura,
le galassie, i sistemi solari, il giuoco delle energie, la manifestazione
della vita minerale, vegetale, animale, umana, superumana. L'artista
cerca Dio perché intuisce d'avere con Lui una certa parentela
e di portarne quindi l'immagine impressa nello spirito. Questa ricerca
deve farsi cosciente perché le porte sono più d'una, ed
entrarci può essere salvifico o dispersivo. Contemplare le bellezze
della natura, i suoi colori, le sue linee quando si è impreparato,
è pericoloso: l'arte uccide o conferma la vita, condanna o è
salvifica.
La
creazione, o meglio, la "captazione artistica", va considerata
un linguaggio fatto di immagini e di colori, ove ogni colore portato
sulla tela o sulla tavola o sul muro non è veramente il colore
della nostra coscienza, ma un sintomo di essa, un grido di gioia o di
tristezza, di amore o di odio, di piacere o di dolore, di scoperta della
Via alla reintegrazione divina o di smarrimento nel caos.
La
necessità di esprimersi attraverso le arti figurative è
innata nell'uomo, ma poiché gli individui non sono tutti uguali,
ovvero non sono evoluti allo stesso modo in Sapienza e Amore, il motto
pitagorico del "conosci te stesso" è fondamentale per
diventare Figli alati dell'Arte Divina.
La
pittura e la scultura, ma la prima in special modo, usano un linguaggio
non sempre corretto, e in questa ipotesi si tratta di un linguaggio
offensivo nei confronti degli altri e dell'artista.
L'Archeosofia
utilizza l'arte del dipingere non solo come voluttà estetica
ma per stabilire una diagnosi, cioè un'analisi psicologica profonda
dell'Io dell'artista, e una terapia "cromo-ascetica" indispensabile
a liberarlo dalla tendenza a utilizzare colori e modi espressivi contrastanti
con la perfezione morale, religiosa e cristiana.
La
natura fisica è un riflesso di quella metafisica, o per lo meno
esiste una concordanza fra la Natura e la sua controparte sottile.
Un
pittore che dipinge in rosso e nero obbedisce agli impulsi rossicci
o rosso-nerastri dei suoi corpi energetici che caratterizzano la sua
natura. Un viola, un verde che per il pittore costituiscono la dominante
prescelta per il suo quadro, sono impulsi cromatici provenienti dalla
sua psiche e dai corpi energetici che compenetrano il suo corpo, poiché
sappiamo che l'uomo non è un composto di corpo e anima, bensì
di corpo fisico, corpo eterico, corpo emozionale, corpo mentale, energia
vitale, anima erotica, anima emotiva e spirito.
Dipingere
in blu significa sentire e pensare in blu. Approfondiremo questo concetto
più avanti.
Lavorando
a lungo su un quadro vissuto con intensità, si svolge una meditazione,
si fa una ginnastica mentale di attenzione, concentrazione e meditazione
sui colori, oltre che sul soggetto che si vuole fissare sulla tela,
lavoro costruttivo o distruttivo per l'interiorità. Di qui l'importanza
della scelta dei colori, perché nei colori è racchiuso
un simbolismo. Le icòne e le pitture sacre conformi alla tradizione
antica sono illustrate con precisi colori che hanno un linguaggio spirituale,
quel linguaggio che ritroviamo nelle pitture del Rublev, ove la porpora
scura significa l'amore divino, l'azzurro intenso è la verità
celeste, l'oro dei troni è il simbolo della sovrabbondanza e
della vita divina.
Se
l'ascesi in senso generico vuol dire autosuperamento, perfezione, ginnastica
per la conquista dei valori super-umani, l'ascesi artistica è
un modo di vivere nuovo dell'arte non abbandonata alla deriva, ma pilotata
dall'Io rifugiato nell'Io Cosmico del Cristo.
Un
artista può essere uno strumento di forze arhimaniche e luciferiche
fino al punto di tradurre in immagini e colori la pestilenza che sussiste
nella sua coscienza. Le sue opere saranno il conato psichico di un malato,
forse di un folle o di un perverso che influirà i predisposti
del suo tempo e quelli che verranno dopo, convibrando con la sua natura.
Quando, viceversa, l'artista è sulla via della santità,
allora risuona, vibra in armonia con le divine energie increate, con
gli spiriti di luce, con la Comunione dei Santi, con la Sofìa,
ed i suoi capolavori saranno la esteriorizzazione di contenuti interiori
ad alto livello spirituale, educativi ed animatori nei confronti di
chi è in grado di sentirne la benefica impressione estetica.
"Come
ai tempi delle catacombe bisogna scegliere tra vivere per morire o morire
per vivere. L'arte moderna non ha dinanzi a sé nessuna possibilità
di evoluzione, perché è essenzialmente la demolizione
restauratrice di tutti gli orrori dei secoli di decadenza. L'arte astratta,
nella sua punta più avanzata, ritrova la libertà vergine
da ogni forma pregiudiziale; la forma esteriore è disfatta, ma
l'accesso alla forma interiore è sbarrato dall'angelo con la
spada fiammeggiante. Si aprirà solo col battesimo, cioè
con la morte. L'artista ritroverà il suo sacerdozio solo nel
compiere un sacramento teofanico: disegnare, scolpire e cantare il nome
di Dio, nel quale Iddio prende dimora.
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L'Icona,
essendo veramente un'immagine teandrica,
prolunga, per coloro che la contemplano,
la grazie e il dono indicibile della venuta del Verbo
nella carne fino al ritorno definitivo del Cristo.
(Daniel
Rousseeau "L'icona splendore del tuo volto") |
La
stasi dei copisti, l'arte pietrificata, mummificata, tutto ciò
è fortunatamente superato. Dalla copia, attraverso l'impressionismo
e la disgregazione ultima dell'arte astratta, l'artista di oggi è
chiamato alla costruzione creatrice della forma interiore; ma la sua
verità può venire soltanto dal contenuto della visione
mistica: "La gloria degli occhi è di essere gli occhi della
Colomba" (s. Gregorio Nisseno, In. Cant., hom. 4). Non si tratta
più di incarnare un'idea. un punto di vista,ma dell'incarnazione
dei soffi dello Spirito Santo, dell'arte sofianica.
L'assolutamente
nuovo viene dal ritorno alle fonti dell'escatologia: Ci si ricorda di
ciò che viene"
Oggi
l'arte va sempre più decomponendosi non perché è
peccatrice, o perché è figlia del suo secolo, ma perché
nella rinunzia alla sua funzione sacerdotale, nel suo ostinato rifiuto
satanico ad essere teofanica, nel suo non comprendere che deve adempiere
a un sacramento, si fa demoniaca.
(...
... ...)

...
nell'icona il prototipo è partecipe realmente di colui che
essa rappresenta...
(Daniel
Rousseeau "L'icona splendore del tuo volto") |
|
Teologia
della presenza nell'icona
La
comprensione del come una icòna opera sull'uomo pio e del come
l'uomo misticamente preparato agisce sull'icòna, è resa
più facile se chiediamo una risposta alla logica dell'Archeosofia.
Infatti essa ci dice che ogni cosa sulla terra e nell'Universo è
dotata di movimento, vibrazione, e che le sue onde si propagano in tutte
le direzioni senza limitazione di distanze. Tutto è registrato
dai computers dello spazio ed è possibile entrare in risonanza
con queste registrazioni. I fenomeni extrasensoriali che in questi ultimi
anni hanno suscitato una maggiore attenzione da parte del mondo scientifico
e degli psicologi, hanno al loro attivo ampie statistiche a conferma
di quanto sosteniamo. Infatti i fenomeni di psicometria sono una dimostrazione
eloquente che certi individui, dotati più di altri di queste
facoltà paranormali, possono entrare in sintonia con le cariche
vibratorie registrate da un oggetto che fu impressionato anche migliaia
di anni or sono, e riviverne i luoghi, i costumi, i personaggi.
Talora
un oggetto o un frammento di qualche cosa che fu presente ad un determinato
avvenimento, in mano ad un sensitivo è sufficiente per fargli
vedere, come se avesse gli occhi di un profeta, ciò che accadde
alla presenza di quell'oggetto stesso. Il medico francese Nostradamus,
famoso per le sue profezie, riusciva a vedere sulla superficie di uno
specchio, preparato con le regole della teurgìa, le scene dei
fatti che sarebbero accaduti e poteva indagare su avvenimenti passati
di cui ignorava i particolari.
Analogamente
è bene mettere in evidenza che le visioni dell'Apocalisse di
Giovanni Evangelista a Patmos, di Isaia, Daniele, Ezechiele, poggiano
sul fatto che tutto è registrabile, tutto è stato scritto
nel grande libro della natura dalla potenza del pensiero di Dio e degli
uomini.
Nessuna
cosa è isolata dall'altra, nessuna creatura ragionante è
autonoma, ma tutto è interdipendente. Vige una legge della sinergia,
della gerarchia, delle corrispondenze, degli interscambi telepatici
fra cose, vegetali, animali, uomini, angeli, Dio.
L'intero
cosmo è immerso in un oceano di energie; il cosmo è chimico,
eterico, emozionale, mentale, psichico. Se così non fosse le
comunicazioni fra le cose e gli esseri non sarebbero possibili.
La
terra da noi abitata ha una controparte eterica, emozionale e mentale,
per cui freme di emozione e pensa. L'uomo è composto anch'egli
di corpo fisico, corpo eterico, corpo emozionale, corpo mentale, anima
erotica, anima emotiva e spirito. Per questa sua costituzione occulta
può entrare in telepatia con tutto e con tutti. Questi concetti
scaturiti dalla sperimentazione vanno tenuti presenti nella mente, perché
serviranno a capire il meccanismo delle immagini sacre e quindi delle
icòne.
Tutte
le volte che uno di noi pensa, disegna, scrive una lettera, dipinge,
senza saperlo pensa, disegna, scrive, dipinge la stessa cosa con una
mano invisibile, ma reale, in un punto dell'Universo che rimane nei
secoli.
Ebbene,
fra l'immagine dipinta e pensata, l'artefice di essa e questa registrazione
nel cosmo, si forma un circuito che si ripercuote sull'artefice e su
coloro che sintonizzeranno con questa immagine. L'immagine sarà
poi edificante o distruttiva per chi l'ha fatta e chi la osserva, perché
ha le proprietà del boomerang. È per questo che diciamo
che una pittura può uccidere, distruggere la psiche oppure santificarla.
Usiamo
forse un linguaggio insolito per i teologi, ma scienza e religione non
sono disgiunte, sono due aspetti di una stessa verità. È
falso che la scienza non ha nulla in comune con la religione, poiché
se un profondo spirito religioso studia e approfondisce la fenomenologia
e le leggi della materia, comprende meglio le funzioni della creazione.
Non è a caso che Tommaso d'Aquino, Teilhard de Chardin, Vladimir
Soloviev, Pavel Florenskij furono grandi scienziati e grandi teologi.
Un vero mistico e teologo non può e non deve fare a meno di essere
matematico, astronomo, biologo, fisico, chimico, perché diversamente
la sua obiettività potrebbe risentirne.
Fede,
scienza, ascetica, teologia fanno l'individuo santo e cosmico.
Nella
preparazione per imitare il Cristo Glorioso hanno il loro importante
ruolo anche la pittura e la scultura, e in special modo la pittura archeosofica,
che è pittura sacra, pittura delle icòne: quella pittura
che realizza la grazia della divina presenza, la presenza che aiuta
a diventare perfetti.
Ecco
quanto scrive sulla teologia della presenza Paul Evdokimov, uno dei
più grandi ed ispirati scrittori di Cristianesimo:
"Diciamo
l'essenziale: per l'Oriente l'icòna è uno dei sacramenti
della presenza; il rito della sua consacrazione le conferisce un carattere
miracoloso: "Canale della grazia dalla virtù santificatrice",
è il luogo delle "fanìe" o manifestazioni. Il
settimo concilio lo dichiara esplicitamente: "Sia attraverso la
contemplazione della Scrittura, sia attraverso la rappresentazione dell'icòna...
noi ci ricordiamo di tutti i prototipi e siamo introdotti presso di
loro". E il concilio dell'860: "Ciò che il libro ci
dice con la parola, l'icòna ce lo annuncia con il colore e ce
lo rende presente". "Quando i miei pensieri mi tormentano
e mi impediscono di gustare la lettura -dice S. Giovanni Damasceno-
io mi reco in chiesa... La mia vista è fascinata e porta la mia
anima a lodare Dio. lo considero il coraggio del martire... il suo ardore
m'infiamma... cado a terra per adorare e pregare Dio per intercessione
del martire". Perché questi è presente nella sua
funzione d'intercessione e di comunione.
Certo,
l'icòna non ha realtà propria in se stessa, non è
che una tavola di legno; ma proprio perché trae tutto il suo
valore teofanico dalla sua partecipazione al "tutto Altro",
non può rinchiudere niente in se stessa, ma diviene un punto
schematico d'irraggiamento della presenza. L'assenza di volume esclude
ogni materializzazione; l'icòna suscita una presenza energetica
che non è localizzata né rinchiusa, ma irradia tutt'intorno
al suo punto di condensazione".
L'espressione
felicissima dell'ultima frase richiama ai concetti esposti precedentemente,
secondo i quali la materia tutta quanta è compenetrata di un
duplicato eterico, emozionale e mentale dinamizzato dal santo pittore
che riesce a comunicare con la tavola tramite ciò che ha in comune
con essa (ancora corpo fisico, eterico, emozionale, mentale) ed arriva
a comunicare con le divine energie, con lo Spirito Santo, con la Trinità,
con la Sofìa e con lo spirito immortale del santo che l'icòna
raffigura, mediante ciò che nel sacro pittore è ben altro,
cioè eros, anima emotiva e spirito. La "condensazione"
è dovuta a tutto questo. Chi, pur non essendo l'autore dell'icòna,
la tocca, la bacia, la contempla come oggetto sacro terreno in corrispondenza
ad una realtà metafisica, subisce una iconizzazione, energizzazione
salutare e illuminante nella misura della sua ricettività.
Dice
ancora Evdokimov: "È questa una teologia liturgica della
presenza che distingue nettamente l'icòna da un quadro a soggetto
religioso. Ogni opera puramente artistica si situa in un triangolo chiuso:
l'artista, la sua opera, gli spettatori: l'insieme si trova chiuso in
un immanentismo estetico. L'arte si situa tra i beni emotivi che agiscono
attraverso la sensibilità. Ora l'arte sacra giustamente, si oppone
a tutto ciò che è soave ed emolliente, ad ogni accordo
delle anime romantiche, per una certa aridità ieratica e per
lo spogliamento ascetico della sua fattura.
L'icòna,
col suo carattere sacramentale, rompe il triangolo e il suo immanentismo.
Essa si afferma indipendente e dall'artista e dallo spettatore, e suscita
non l'emozione ma l'avvenimento di un quarto elemento in rapporto al
triangolo: l'avvenimento del trascendente, di cui attesta la presenza.
L'artista scompare dietro la tradizione che parla, l'opera d'arte diviene
il luogo teofanico davanti al quale non è più possibile
restare semplice spettatore: l'uomo si prostra nell'atto di adorazione
e di preghiera".
Per
la Chiesa Orientale, e su questo punto l'Archeosofia ne condivide la
convinzione, l'icòna è quindi un sacramento, per l'esattezza
quello della presenza personale, perché una vera icòna
deve avere una carica di presenza, dev'essere un "canale della
grazia dalla virtù santificatrice". È proprio per
questa sua sacralità che l'icòna riceve la consacrazione,
quasi trasformata in mensa eucaristica, affinché la divina presenza
scenda in essa rendendola luogo teofanico.
Tutto
questo rimane duro da ammettere per la Chiesa d'Occidente, dopo la battaglia
contro l'iconoclasmo risoltasi con un altro genere di iconoclasmo: il
lasciar entrare il profano nell'arte sacra spogliandola della sacralità
della presenza.
(…
… …)
La
vera icona può dipingerla solo l'artista in stato di santità
L'evoluzione
dell'arte sacra
L'arte
e il talento pittorico, anche se necessari, non bastano per preparare
una vera icòna. L'artista che esegue un'opera a soggetto sacro
cristiano non deve solo essere credente o sentire il fascino del tema
religioso: egli deve condurre una vita ascetica coerente con i soggetti
da raffigurare. Ciò può sembrare eccessivo ed è
un problema delicato, in quanto non sempre sono associabili talento
d'artista e attitudine alla santità.
Joseph
de Volokolamsk, uno dei santi della Chiesa Russa separata nato fra il
1439 e il 1440 in una provincia di Mosca, scriveva nel VI capitolo dell'Illuminatore
che il culto dei santi e delle icòne è indispensabile
perché "lo spirito umano, venerando la santa icòna,
s'innalza dal visibile al desiderio e all'amore dell'invisibile, del
Divino, e la grazia di Dio discende su di noi per mezzo di questa immagine,
come, nell'Antico Testamento, mediante la materia del bastone di Mosè,
Dio realizzò i suoi miracoli. Non esisteva gioia più grande
per il pittore Daniel e il suo allievo Andrej Rublev -ricorda Joseph
con stima- che quella di contemplare le sante icòne e di elevare
così i loro cuori ed il loro spirito verso i santi e il Cristo
stesso".
In
passato abbiamo avuto tanti grandi artisti, come Cellini, Caravaggio,
Michelangelo e molti altri famosi che non furono né cristiani
perfetti né asceti, anzi spesso condussero vite sregolate e immorali.
Eppure a questi uomini fu affidato dalla Chiesa, secondo noi con molta
leggerezza, il sublime compito di raffigurare la Divinità in
tutti i suoi aspetti, di esprimere ciò che può essere
espresso solo da particolari persone e in particolari condizioni. Se
le funzioni liturgiche, l'amministrazione dei sacramenti non possono
essere affidate all'uomo qualsiasi che passa davanti alla chiesa, ma
soltanto al sacerdote preparato allo scopo in anni di seminario, studio
e vita cristiana esemplare, come si può affidare allo stesso
uomo qualsiasi la rappresentazione di Cristo?
Si
dice che il Cardinale Lafontaine, in un convegno all'Istituto Beato
Angelico di Roma, abbia detto che non basta la pietà e la fede
per fare di un pio, ma mediocre artista, un grande pittore, scultore
o architetto: ci vuole "la mano buona". Sicuramente questo
è vero: per un certo verso Giotto, Michelangelo, Caravaggio,
Leonardo hanno donato all'arte degli aspetti che i santi artisti non
hanno saputo o potuto dare. Ma basta la "mano buona"? Certamente
no! Vi è arte sacra profana e arte sacra sacrale. Se all'artista
pio manca la capacità, l'arte sacra sacrale è ugualmente
salva perché ben altre sono le regole ed i canoni che la informano;
ma se l'artista è incredulo, e tanto peggio se di vita sregolata
e immorale, se gli manca la fiamma interiore, anche se ha una "mano"prodigiosa
può fare soltanto arte religiosa profana. Può ben capirci
chi ha visitato le piccole chiese rupestri della Cappadocia, rivestite
di affreschi ingenui, commoventi, che trasudano fede, fatti da mani
inesperte e "non buone", mani che però sono appartenute
ad uomini che per la fede in Cristo hanno affrontato la persecuzione
e il martirio. Dinanzi a quelle pitture maldestre l'animo freme e s'incanta
e le venera e, come dice San Basilio, "la venerazione dell'immagine
si trasmette al suo prototipo".
Una
comune religiosità non basta. Benvenuto Cellini, dopo la fusione
del Perseo, chiese al Duca di Firenze qualche giorno di libertà:
"Mi
faccia grazia di lasciarmi prima andare per otto giorni a ringraziare
Iddio; perché io so bene la smisurata mia gran fatica, e cognosco
che la mia buona fede ha mosso Iddio al mio aiuto: per questo e per
ogni altro miracoloso soccorso, voglio andare per otto giornate pellegrinando,
sempre ringraziando il mio immortale Iddio, il quale sempre aiuta chi
in verità lo chiama... Nel nome d'Iddio mi partii di Firenze
sempre cantando salmi ed orazioni in onore e gloria di Dio per tutto
quel viaggio".
Atteggiamento
lodevole, da parte del Cellini, questo è certo. Ma il Perseo
non era certamente un soggetto religioso, e pertanto non poteva ispirare
allo scultore un particolare slancio mistico. È lecito pensare
che l'artista, nella sua caotica religiosità, esasperato dalle
difficoltà esecutive del suo capolavoro, abbia pregato con sincerità
per ricevere dall'alto un soccorso, un'ispirazione e, una volta riuscito
nell'intento, abbia sentito il bisogno dell'evasione dall'ambiente per
distendere i nervi, per rilassarsi nella preghiera di ringraziamento.
Ma avrebbe fatto la stessa cosa se avesse dovuto rappresentare un demone.
Anche il combattente prega con fervore Iddio per vincere la sua battaglia
ed assassinare il nemico che gli sta di fronte, e dopo averlo ucciso
ringrazia ancora Iddio per la vittoria e l'aiuto ricevuto. Anche la
donna di malaffare accende una candela davanti all'immagine purissima
della Vergine affinché le faccia avere più clienti, uomini-animali.
Con
questo non intendiamo giudicare e condannare i nostri simili, ma diciamo
soltanto che un'icòna, destinata ad essere venerata e pregata
dal cristiano assorto e dialogante con ciò che sta oltre la materia
della tavola, dev'essere eseguita da una mano pura e da un cuore e una
mente puri assistiti dallo Spirito Santo.
Diciamo
anche, però, che un peccatore pentito può ricevere il
dono della celeste assistenza attraverso il travaglio di preparazione
della sua icòna personale. Vi sono icòne e icòne:
icòne per la chiesa e i suoi fedeli, e queste può dipingerle
soltanto un santo, affinché l'immagine abbia la divina presenza
ed aiuti i preganti, e icòne strettamente riservate al pittore
in arte sacra che, benché indegno, lo condurranno alla perfezione
spirituale più eccelsa.
L'esperienza
dell'icòna è possente in tal senso: la pittura deifica
o satanifica, dipende dalla scelta del soggetto, dei colori e dalla
meditazione condotta durante l'esecuzione.
Pio
XII disse parole giuste: "Quanto più l'artista vive la religione,
tanto meglio è preparato a parlare il linguaggio dell'arte, ad
intenderne l'armonia, a comunicarne i fremiti".
Scrive
l'arcivescovo Celso Costantini in un suo interessante libro, a nostro
avviso, però, non sempre coerente: 14
"Nel
1932 io battezzai il pittore cinese Chen-Suan-Tu.
Egli mi disse dopo il battesimo: -Fin'ora, quando dipingevo qualche
soggetto cristiano, sentivo un certo disagio: mi pareva di essere uno
straniero in casa d'altri. Oggidì mi sento figlio della Chiesa
ed entro in colloquio con i soggetti delle mie pitture. Prego e dipingo;
e i Santi mi rispondono. Ho la gioia della sincerità, che mi
dà un nuovo vigore-. La preghiera è una elevazione a Dio
e un colloquio con lui, con la Vergine e con i Santi. L'arte sacra ha
veramente dei caratteri che la avvicinano alla preghiera e spesso può
dirsi una preghiera visiva. Infatti la preghiera è un riconoscimento
e un omaggio a Dio; è un atto di adorazione e di venerazione;
è una vocazione. Tale pure è lo spirito dell'arte sacra,
che il Papa ha definito ancella nobilissima della liturgia. Come la
preghiera deve essere sincera e chiara, così l'arte sacra deve
essere sincera e chiara, non presentarsi arbitraria, falsa e astrusa".
Vi
fu un tempo, in questa nostra terra d'artisti, in cui c'era un sacerdozio
laico fatto di artisti che del dipingere e scolpire facevano un'azione
sacra. Oggi i tempi sono diversi, deteriori. La progressiva discesa
verso una sempre più materiale espressione dello spirituale,
iniziata con Giotto, ha distrutto qualsiasi sacralità nell'arte.
La ricerca del particolare, il drappeggio, il chiaroscuro, la prospettiva
studiata e perfezionata, l'eccessiva umanità delle scene che
spesso sconfina in realismo crudo e inutile, sono tutti elementi negativi,
che distraggono l'osservatore e lo allontanano sempre di più
dalla comunione con Dio. Le chiese non sono più templi, spazi
sacri, luoghi teofanici, ma gallerie d'arte, musei, in cui la gente
non prega col cuore, non si raccoglie in se stessa e in Dio, non si
lascia irradiare dallo Spirito divino, e mentre viene celebrato il sacro
mistero del pane e del vino trastulla la sua mente osservando "com'è
fatto bene quel Gesù Bambino che sembra proprio vero".
Non
c'è più nei soggetti religiosi la via all'edificazione
interiore, perché l'arte ha dimenticato la lingua sacra dei simboli
e delle presenze e le sue opere non hanno il soffio trascendente dello
Spirito di Dio. Tuttavia l'opinione pubblica ha continuato a ritenere
arte e grandi artisti ciò che costituiva una decadenza spirituale,
alla quale ha aderito la stessa Chiesa Romana, o contro la quale non
ha lottato come si conveniva.
Noi
oggi ammiriamo i capolavori dei grandi maestri, ma secondo la dimensione
del sacro essi resero ancora più povera l'arte nelle chiese,
con il nulla osta delle autorità ecclesiastiche responsabili
di un simile scempio. Nella sua opera già citata, l'arcivescovo
Costantini osserva:
"Ma
l'arte bizantina, a mano a mano, diventa un'industria, e ripete con
stanchezza lungo i secoli del medioevo gli antichi modelli: l'anima
non palpita più in queste figure stereotipate. Solo talvolta
qualche accento più vivo si nota nella freschezza popolare delle
icone.
Dopo
l'eresia iconoclasta dell'VIII secolo, molte icone sono trasportate
in occidente e molti monaci pittori trasmigrano nei conventi d'Italia.
E l'arte bizantina si incontra con l'arte romanica e gotica e trasmette
a queste gli schemi compositivi e le forme bizantineggianti del mestiere...
Manca
in quest'arte un senso di tenerezza e intimità. Nella scena della
nascita rappresentata nel secolo XII si vede spesso il bambino Gesù
collocato, non nella mangiatoia, ma sopra un altare... Ma in Toscana,
nel Trecento, la scuola di Duccio, di Martini e di Lorenzetti a Siena
e quella di Cimabue a Firenze destano l'arte, quella bella addormentata,
dal lungo sonno. Questi pittori tengono conto degli antichi schemi,
ma osservando il vero, rendono la Madonna più viva e umana. Merita
un particolare ricordo Ambrogio Lorenzetti che ci si presenta nell'iconografia
mariana con una nota di commovente dolcezza, dipingendo la Madonna (chiesa
di S. Francesco a Siena) nell'atto di allattare il figlio. Se è
vero quanto racconta il Vasari, l'entusiasmo del popolo per la Madonna
di Cimabue, è un sintomo del favore popolare per la nuova arte.
Con
Giotto la Madonna discende per sempre dal suo trono gemmato, e si mescola
alla nostra vita, in attitudini più libere da confidente e operosa
familiarità. La Basilissa bizantina depone i manti imperiali;
la corona di regina si trasforma in aureola, i fondi d'oro si animano
di bei paesaggi; l'ideale si fonde col reale; l'antica visione ieratica
immobile si tramuta in scene vive.
Così
arriviamo al primo Rinascimento. Maria fila, cuce, legge, prega, circondata
di Santi e di devoti...".
E
chi più ne ha, più ne metta, aggiungiamo noi. Voler popolarizzare
in maniera così rozza la Vergine Maria e Gesù Bambino,
il futuro Cristo, voler abbassare il divino al rango umano, e non innalzare
l'umano al rango divino, significa voler distruggere, dal punto visivo,
la funzione trascendente ed ecclesiale del Logos e della Madonna, significa
voler trascurare con troppa leggerezza i principi teologici e liturgici
che regolano l'iconografia e tutta la dottrina cristiana.
Dopo
l'imprudente demolizione dei canoni tradizionali d'arte sacra, iniziato
con il secolo XIII, siamo scivolati sempre più nell'oscurantismo,
sino ad arrivare a quell'Ottocento di neoclassicismo fosco ed equivoco
non solo per l'arte sacra, ma per la poesia, la filosofia, tutta l'arte
in genere. Epoca in cui i salotti brulicavano di pseudo-intellettuali,
di spiritisti, di falsi profeti e guastatori della visione cristica
della vita terrena e divina. E la notte dell'arte sacra non si è
fermata: siamo arrivati al surrealismo, all'astrattismo, al cubismo,
al dadaismo, al caos. Eppure l'arte sacra non può essere progressista,
perché poggia sui principi eterni e di conseguenza deve raffigurare
l'eterno presente.
Se
fin dai primi secoli la Chiesa, nel II Concilio di Nicea, condannò
l'eresia degli iconoclasti, avversari e distruttori delle immagini sacre,
rivendicando l'ortodossia del culto e dell'uso delle immagini sacre,
nel tempo, poco per volta, ha lasciato morire l'arte tradizionale facendosi
in certo qual modo essa stessa strumento dell'iconoclasmo, alla stregua
dell'Islamismo e del Protestantesimo, che sappiamo nemici dell'iconografia.
San
Giovanni Damasceno afferma che nell'icòna vi è la presenza
dello Spirito Santo. Perché mai, allora, il dogma dell'icòna
per la Chiesa di Roma non ha più senso? Nello spirito dei Padri
della Chiesa e in conformità alla tradizione liturgica il simbolo
contiene in se stesso la presenza di ciò che simbolizza.
Giovanni
Papini, parlando dei rimedi per far risorgere l'arte sacra, ha scritto
ne Il Sacco dell'Orco: "Di rimedi è difficile parlare. Il
genio non nasce quando a noi piace. Bisognerebbe che la fede tornasse
ad essere forte e ardente in tutti, perciò anche negli artisti
che oggi sono, di solito, atei o, peggio ancora, indifferenti o, peggio
che peggio, cattolici d'un cattolicesimo men che tiepido e tutto esteriore".
Un'altra
voce si leva a condannare lo scempio dell'arte sacra, ed è quella
del P. Martino Gillet:
"L'arte
è rivelatrice della realtà e l'artista, il vero artista,
il quale ha ricevuto dal Cielo il privilegio glorioso di vedere la realtà
come per trasparenza, scartando tutto ciò che la nasconde ai
nostri sguardi, deve presentarcela in piena luce, e metterci faccia
faccia con essa.
|
E
il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
(Giovanni,
1,14)
...
la riscoperta dell'icona in seno alle chiese cristiane ne fa
un luogo ecumenico privilegiato..
(Daniel
Rousseeau "L'icona splendore del tuo volto")
|
Ed
è qui che l'artista si avvicina di più a Dio, artista
egli stesso, il più grande di tutti, il solo che sia veramente
creatore.
L'arte
qui raggiunge la religione elevandoci a contemplare la realtà
alla sorgente stessa di ogni realtà che è Dio, e delle
rivelazioni che egli sì è degnato di fare agli uomini.
E
cosa meravigliosa che Dio si sia rivelato al mondo, per analoghe ragioni
a quelle che spingono gli artisti a creare dei simboli rivelatori della
realtà. Iddio, infatti, dando all'uomo la sua Rivelazione, l'ha
adattata con simboli al suo intelletto, e sotto questo punto di vista,
l'universo non è che una immensa foresta di simboli, ove gli
uomini con facilità possono scoprire la realtà divina.
L'arte,
dunque, chiama la religione; e il vero artista nell'espressione simbolica
della realtà di cui egli ha l'intuizione, si innalzerà
fino a Dio, alla sorgente suprema di ogni realtà".
Non
è facile prevedere quale sarà il futuro dell'arte, in
genere e del l'arte sacra in particolare, a furia di cercare nuovi modi
di esprimersi e perdendo gli uomini il senso del sacro e dell'amore
reciproco. L'Arte e la Scienza rispecchiano la società, le sue
aspirazioni. Noi sappiamo che l'arte è stata sollecitata nei
secoli da due motivi: dall'amore per la natura e dall'amore per Dio.
Il
mondo sembra avviato all'avvelenamento progressivo dell'aria, dell'acqua,
alla distruzione del paesaggio. L'uomo non ama più la natura,
sostituisce gli alberi con il cemento e con le colture uniformi; l'uomo
tende al collettivismo ateo e fannullone, la terra si popola di "anime
morte", per dirla con Gogol.
Si
sente nell'aria che la gente si avvìa verso un mondo nuovo, ma
non siamo sicuri che sia migliore, perché appiattirsi non è
certo la prospettiva di un mondo felice e interessante. Il chiasso,
l'aria irrespirabile, la scomparsa del bello nella natura per la quotidiana
opera demolitrice, i lunghi periodi di freno imposto alle espressioni
artistiche seguiti da altrettanto lunghi periodi di sfrenata e maniacale
libertà, che cosa possono darci?
La
collettività aspira alla libertà di lavorare poco, ma
aumenta di numero e si autocondanna a lavorare di più e sempre:
essa spera di avere più tempo libero da dedicare a se stessa,
ma quando lo avrà, questo tempo libero, in un mondo demograficamente
destinato alla saturazione biologica, alla lotta per la sopravvivenza,
all'assenteismo per tutto ciò che non è pane e sessualità?
Dostoievsky,
ne "I Demoni", fa una grande considerazione: "Sappiate
che l'umanità può fare a meno degli Inglesi, che può
fare a meno della Germania, che niente è più facile per
lei che fare a meno dei Russi, che per vivere non ha bisogno né
di scienza né di pane, ma che soltanto la bellezza le è
indispensabile, perché senza bellezza non ci sarà più
niente da fare in questo mondo! Qui è tutto il segreto, tutta
la storia è qui". Gogol, con parole esatte e precise, esprime
la sua fede in questi termini: "Se l'Arte non compie il miracolo
di trasformare l'anima dello spettatore, non è che una passione
passeggera.
In
una visione iconografica del mondo, l'Arte deve gravitare attorno al
supremo modello di bellezza: Cristo, Colui che unisce l'immagine contaminata
dell'uomo alla Bellezza divina.
Svuotata
di ogni significato e di ogni trascendenza, la vita, e l'arte con essa,
perde la ragione di esistere. L'incessante e mai soddisfatta ricerca
di "valori" nuovi fa perdere di vista i vecchi, sui quali
invece l'uomo deve poggiare le sue fondamenta. Ragionamenti, dissertazioni,
elucubrazioni pseudo-filosofiche non sono altro che l'alibi dietro cui
si nasconde la disperazione dell'uomo che ha perduto Dio e si sente
vuoto, inutile, morto.
La
semplicità della fede è la medicina universale che può
guarire l'uomo e sollevarlo dalle teorie fangose in cui è caduto
per ignoranza e presunzione luciferica. Le parole di San Giovanni Damasceno
sono una fiaccola che illumina le tenebre:
"Fratello,
il cristiano lo è per la fede; colui dunque che avanza con fede,
conquisterà molto; colui che discute assomiglia al flutto instabile
del mare, agitato e battuto dal vento, a lui non sarà lasciato
nulla. È per la fede che tutti i Santi hanno compiaciuto Dio.
Riceviamo dunque la tradizione della Chiesa nella semplicità
del cuore e non con l'abbondanza di ragionamenti. Non accettiamo che
ci venga insegnata una fede nuova che i Santi Padri rimproveravano...
Adoriamo dunque le icòne; noi non offriamo la nostra adorazione
alla materia, ma attraverso esse a coloro che in esse sono rappresentati,
perché, come disse il divino Basilio, la venerazione dell'icòna
si trasmette al prototipo.
(…
… …)
L'icona
vissuta nella liturgia e teurgia cristiana
Lo
scopo di questo trattato, come del resto di tutti gli scritti di Archeosofica,
è di offrire agli studiosi non soltanto delle informazioni teoriche,
ma anche e soprattutto delle direttive pratiche, sperimentabili, affinché
coloro che aspirano alla perfezione spirituale abbiano una valida traccia
per lavorare in concreto, senza incertezze ed inutili dispersioni di
forze.
Abbiamo
cercato fin qui di dare una visione panoramica dell'iconografia, dell'arte
pittorica ad essa connessa, della sua teologia che ne giustifica l'importanza
per la vita spirituale dell'umanità cristiana e credente. Entriamo
adesso nel vero cuore dell'iconografia, nel suo aspetto più intimo
e sacro, a cui viene spesso solo accennato di sfuggita, ma che invece
costituisce il salto di qualità per cui il quadro cessa di essere
quadro e diviene "specchio temporale dell'eternità"
I.
L'ascesi,
la liturgia, l'epiclesi e la teurgia sono i pilastri sui quali poggia
la sacralità dell'icòna. Cerchiamo ora di definire queste
grandi attività umano-divine e la loro utilizzazione nella vita
di santità di ogni individuo.
Ascetica
e iconognosia
Si
chiama ascetica la scienza della perfezione umana. Etimologicamente
il termine deriva dal greco askéin, lavorare con arte intorno
a qualcosa, esercitarsi, impegnarsi a fondo. Tale vocabolo era in uso
nella lingua giudaica e nel greco classico in riferimento, per lo più,
a coloro che si esercitavano nella lotta. Con il tempo passò
ad indicare coloro che si applicavano ad una vita di austerità.
Così, per esempio, gli Esseni ed i Pitagorici venivano chiamati
asketés, asceti.
Fra
i cristiani orientali tale locuzione fu presto associata all'atletica
dell'anima, regola di vita atta a raggiungere la soppressione degli
istinti carnali e peccaminosi; il pieno e totale dominio sulle tendenze
sensibili, sulle passioni, sui desideri, in vista di ottenere quella
purificazione dell'anima che consente di votarsi per intero alla vita
dello spirito, che è la vita contemplativa e di avviamento all'unione
mistica con la Divinità (cfr. Atti, 24:16).
Lo
sforzo metodico o ascesi è la tendenza a reprimere le inclinazioni
disordinate per sviluppare le virtù cristiane. L'ascetismo implica
il sistema e la pratica di vita ascetica, messa in rapporto con il presupposto
di peccato, di espiazione, di sofferenza fisica e morale.
L'ascetica
nacque con i primi Padri del deserto e nel corso dei secoli venne perfezionata,
man mano che si svilupparono la psicologia,' la filosofia e la teologia:
perfezione di metodo in vista di accelerare la suprema unione con l'Assoluto.
L'ascetica
è quindi la scienza teologica della perfezione cristiana. Il
passo successivo è la mistica, scienza teologica della perfezione
secondo un suo elemento speciale: la "contemplazione infusa",
cui si associano talvolta dei doni straordinari quali le visioni, la
profezia, i rapimenti estatici, la levitazione, le stigmate. Parlando
di contemplazione infusa" si deduce ovviamente che l'esperienza
mistica, di cui l'ascesi è presupposto indispensabile, è
possibile soltanto con la diretta cooperazione di Dio. Proprio per l'oscurità
di tali elementi, che sono troppo trascendenti la comune intelligenza,
essi si inquadrano con il nome di mistica, dal greco niyslikòs,
cioè nascosto.
Fra
i mezzi ascetici di primaria importanza si colloca l'iconognosia, ovvero
la conoscenza dell'immagine per scopi di elevazione spirituale e di
incontro con la Divinità. L'icòna racchiude simboli e
scene dipinti a colori scelti secondo le leggi del colore e dei suoi
effetti sulla coscienza. Sotto certi aspetti è ciò che
in India si chiama "Mandala", ossia diagramma di meditazione.
L'icòna
ha una funzione didattica, è un costante richiamo a Dio, alle
sue energie, al Cristo, allo Spirito Santo, alla Vergine, a Sofìa,
ed al desiderio di imitarli. Fissarne i simboli significa entrare in
risonanza con gli archetipi di essi e riceverne i benefici influssi.
L'iconognosia
fa parte della theosis per mezzo dei simboli. L'icòna si può
considerare un castello di meditazione, un cerchio magico, un mezzo
potente sul quale fissare lo sguardo fisico e l'occhio della mente per
isolarsi dal mondo profano ed entrare nel mondo sacro. Le immagini divengono
"sostegni" alla meditazione. La meditazione sull'immagine
sacra, dall'inizio della sua preparazione al suo compimento, dirige
la volontà di salvezza del devoto, perché tale immagine
si anima, si dinamizza, si carica di fluido ed opera sulla coscienza
profonde trasformazioni salutari.
L'icòna
concentra, difende contro le distrazioni e le tentazioni, e omologa
la coscienza e le energie biologiche del corpo a un'icòna archetipica
formata dal pittore asceta e registrata nel piano akashico.
Non
è quindi a caso che riteniamo l'iconognosia archeosofica la più
avanzata forma di ascesi attraverso il simbolo, perfezionamento della
via ascetica del cristianesimo integrale o esoterico.
Liturgia
ed epiclesi
In
alcuni punti abbiamo accennato ad una liturgia dell'icòna. Dalla
tradizione sappiamo che liturgia significa "opera pubblica",
ossia culto pubblico al quale partecipano sacerdoti, assistenti e fedeli;
è in sostanza l'insieme delle cerimonie con le quali la Chiesa
manifesta a Dio la sua religione. La liturgia fa comprendere le parole
"Ama il prossimo tuo come te stesso", insegna qual'è
il vero rapporto fra l'io e gli altri, aiuta a comprendersi ed a pregare
per noi e l'umanità.
Il
culto o jerurgia (opera sacra) è l'insieme di tutte quelle pratiche
che permettono il contatto con il mondo invisibile o metafisico. Il
fine primario del culto è la gloria di Dio. Il secondo fine (fine
soteriologico) è la salvezza degli uomini ed è dipendente
dal primo, ma a causa della nostra natura decaduta spesso predomina
scadendo in preghiere egoistiche per ottenere grazie temporali e perdono
dei peccati. Analoghe finalità ha la Messa intesa come sacrificio
in cui si offre l'Uomo-Dio, sacrificio di istituzione divina che procura
a noi ogni grazia e salvezza ed a Dio ogni onore e gloria. La Messa
si deve considerare il centro del culto cristiano, e di conseguenza
della liturgia.
Si
può parlare di liturgia dell'icòna quando quest'ultima
è destinata alla pubblica venerazione ed è preparata in
una comunità monastica. Tale liturgia presuppone (a meno che
il pittore sia autosufficiente per il suo stato di santità) la
presenza di un maestro spirituale investito di sacerdozio che compia
la cerimonia, e di uno o più discepoli che abbiano chiesto di
essere accostati ed iniziati ai misteri rivelati dall'icòna in
forma simbolica. L'accesso all'icòna è paragonabile all'entrata
nel sacro recinto sacrificale, è la prova che il maestro ha riconosciuto
nei neofiti la necessaria maturità spirituale. Il lavoro può
essere iniziato solo dopo aver eliminato l'ignoranza che offusca l'intelletto,
appoggiandosi ad una rigida preparazione scolastica, dottrinale e ascetica.
Offiziante
e neofito devono purificarsi, perché nessuno può celebrare
i vari riti se non è fisicamente e spiritualmente puro: digiuno,
preghiera e bagno sono i primi comandamenti. Si devono eliminare i demoni
con un rito di esorcismo e dispersione delle forze oscure, sempre presenti
quando si deve compiere un'operazione liturgica o teurgica. L'eliminazione
di Satana coincide con la purificazione del luogo, dei colori e della
tavola, con l'invocazione ed evocazione alla Dea della terra, Sofìa,
la Sapienza creata, la Vigilante, l'Archetipo dell'Anima del Mondo.
Poiché il neofito si avvìa all'illuminazione cristosofianica,
si tocca la tavola con il piedistallo del sacro calice, affinché
la Divina Presenza scenda e santifichi l'opera e colui che la compie.
E il momento dell'epiclesi ossia dell'invocazione, della "chiamata"
alla Divinità e allo Spirito Santo, momento culminante e decisivo
che si ripeterà nuovamente alla solenne cerimonia pubblica (o
a volte privata) della benedizione e consacrazione dell'icòna
ultimata.
Questa
è, in una brevissima sintesi, la liturgia relativa all'icòna
destinata al pubblico culto.
Quando
invece si tratta dell'icòna personale, oggetto della nostra trattazione,
diventa improprio parlare di liturgia, poiché la situazione è
diversa. L'insieme delle operazioni necessarie viene affrontato dall'asceta
in perfetta solitudine, al di fuori degli schemi di un organismo monastico
o comunitario, in quanto l'icòna ad altri non dovrà servire
se non a lui stesso come mezzo e supporto nella sua catarsi. L'individuo,
appoggiandosi esclusivamente sulla propria fede, sulla propria forza,
coraggio, volontà ed amore smisurato verso Dio, e con l'ausilio
della Grazia Divina, intraprende un'opera teurgica.
La
teurgia
La
teurgia è il Culto segreto della Divinità; la sua si risolve
in "opera divina". Essa insegna a combattere le potenze del
male per risalire purificati al "Sanctum Regnum" guidati dalla
Luce Cristica.
Troppo
spesso ed a torto la teurgia viene confusa con la comune magia e questo
è un gravissimo errore, a meno che non si voglia restituire al
termine "mago" il suo regale e grandioso significato originario
di "gran sacerdote".
La
teurgia di cui stiamo parlando introduce alla vita divina attraverso
Gesù Cristo rivelatore incarnato a testimonianza della discesa
di Dio nella storia dell'uomo, frutto dell'amore libero di Dio verso
gli uomini. Vista da questa angolazione, la teurgia è veramente
"opera divina" in quanto il Cristianesimo è una realtà
soprannaturale.
La
soprannatura creata dalla Divinità nella storia è presenza
nuova dell'Altissimo, intrinsecamente ordinata ad una finalità
di perfezione, per volontà di Gesù Cristo, in ordine al
totale possesso di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
Se
vivere secondo il Cristianesimo è vivere secondo Dio per mezzo
dei sacramenti attraverso la novità della Grazia, cioè
della vita divina in noi, la Teurgia Archeosofica è l'insieme
delle tecniche di progressivo risveglio dell'anima alla vita della Grazia,
che Gesù paragona ad un'acqua misteriosa, eterna, vivificante,
meraviglioso dono di Dio.
Alla
teurgia si rivolsero i nostri Padri in epoche precristiane, ma la pienezza
delle sue promesse si ebbe con l'avvento del Cristo. Pertanto chiunque
si avvicina ad essa dev'essere un cristiano fedele ed imitatore del
Maestro Gesù, perché senza questa condizione è
follia sperare nei risultati che la teurgia promette ai Figli della
Luce.
La
teurgia è uno dei più importanti segreti della Redenzione.
È regola antica parlare degli insegnamenti, della catechesi o
didattica mistica e iniziatica, e quindi dei Misteri dell'Altissimo
con la massima prudenza, quando addirittura non si debba tacere del
tutto: Dio stesso ha parlato per bocca dei profeti, ora occultando ed
ora disoccultando al mondo l'Eterna Sapienza.
L'insegnamento
profondo non sempre è trasmissibile, né scritto né
a voce, perché pochi e rari sono gli autentici discepoli pronti
a capire il vero senso della Parola di Dio. Le frasi di Gesù
Cristo, quelle pervenute a noi attraverso i Vangeli, sono significative:
"Non gettate le vostre perle dinanzi ai porci" (Matteo, 7:6);
"A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; ma
a quelli che sono fuori, invece, tutto viene esposto in parabole, affinché
guardino ma non vedano, ascoltino ma non intendano, perché non
si convertano e venga loro perdonato" (Marco, 4: 1 O12).
Chi
aspira a diventare teurgo dev'essere dotato dall'alto e dal basso, perché
occorrono qualità morali e religiose ben precise. La persona
più idonea è quella che ha ricevuto l'ordinazione sacerdotale
e ne ha fatto buon uso dando il primato alla carità, alla preghiera
e all'ascesi per mantenersi in stato di grazia. 1 presupposti migliori
sono quelli che caratterizzarono la vita privata e pubblica di Abrahamo,
Mosè, Aronne, Davide, Daniele, Elia o Giovanni Battista, gli
Apostoli.
Riassumiamo
le condizioni ottimali per accedere alla teurgia:
- la vocazione
religiosa, profetica e sacerdotale;
- la crescita mistica
dalla fanciullezza in avanti;
- la primogenitura,
se possibile;
- l'aver ricevuto
il Battesimo di acqua e di Spirito con l'olio, nonché la Cresima
e la prima Comunione Eucaristica;
- la vita intensa
di preghiera, carità ed esercizi ascetici di tipo archeosofico
(regime alimentare, ginnico, respirazione ritmica, concentrazione
e meditazione);
- lo studio quotidiano
delle Sacre Scritture, del simbolismo teurgico e liturgico e della
Teologia generale;
- la fede assoluta
ed incrollabile in Dio Uno e Trino, in Gesù Cristo unico Messia,
Maestro e Redentore, nella sua Provvidenza e nell'aiuto dei Santi
e delle Gerarchie Angeliche;
- il coraggio e
l'iniziativa nel prendere contatto con le Potenze Cosmiche;
- la continenza
sessuale ed i periodi di castità;
- l'aver ricevuto
l'ordinazione sacerdotale cristiana oppure iniziatica da parte di
un vero Ordine;
- l'esperienza
in astrologia per sapere quali sono i momenti astronomici che facilitano
il proprio organismo psico-fisico ad una buona riuscita nei riti teurgici.
Se
tutte le condizioni richieste sono soddisfatte, l'individuo può
diventare teurgo anche senza essere ordinato sacerdote, né iniziato
da un Ordine, né essere primogenito, ma utilizzando con profitto
l'iniziazione battesimale, cresimale ed eucaristica, perché in
tal caso supplisce la potente vocazione e la forza della carità,
della preghiera e dell'ascesi.
La
caduta nel peccato interrompe il rapporto con la Grazia santificante,
che si ristabilisce solo dopo un travagliato pentimento e un ciclo di
almeno 40 giorni di vita religiosa ed ascetica straordinariamente intensa.
Dio è Misericordia ma è anche Giustizia, sospende a divisi
quando la persona con la disubbidienza, -la superbia e l'egoismo si
allontana da Lui, ma accoglie e ricopre di doni chi a Lui ritorna con
amore, compunzione e umiltà.
Se
l'uomo è imbevuto dello spirito sacro della religione, se nutre
autentici sentimenti di pietà, se ha un credo fermo ed incrollabile
-senza essere sfiorato da alcun dubbio al punto di meritare la dignità
e l'autorità sacerdotale da Dio stesso, può, pregando,
consacrando, sacrificando, invocando e soffrendo, attrarre le virtù
spirituali e celesti e informarne le cose che sono sue e dare anima
e vita a qualunque opera teurgica. Ma senza meriti di santità,
di dottrina, di sacrificio, senza dignità naturali o educative,
senza l'assistenza della Grazia, lavorerà invano, ingannerà
se stesso e chi crede in lui, susciterà l'indignazione di Dio,
delle Gerarchie Angeliche, della Comunità dei Santi ed esporrà
la sua vita fisica e psichica a gravi pericoli.
Si
legge negli Atti degli Apostoli: "Dio intanto operava prodigi non
comuni per opera di Paolo, al punto che si mettevano sopra i malati
fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui, e le malattie
cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano.
Alcuni
esorcisti ambulanti giudei, si provarono ad invocare anch'essi il nome
del Signore Gesù sopra quanti avevano spiriti cattivi, dicendo:
- Vi scongiuro per quel Gesù che Paolo predica. Facevano questo
sette figli di un certo Sceva, un sommo sacerdote giudeo. Ma lo spirito
cattivo rispose loro: - Conosco Gesù e so chi è Paolo,
ma voi chi siete? - E l'uomo che aveva lo spirito cattivo, slanciatosi
su di loro, li afferrò e li trattò con tale violenza che
essi fuggirono da quella casa nudi e coperti di ferite" (Atti,
19:11-16).
Abbiamo
voluto citare questo brano per dimostrare che la teurgia senza la santità
non soltanto non funziona, ma apre le porte agli aggressori demoniaci
che infieriscono sui sacrileghi.
Guai
all'incauto che per curiosità o senza purezza di mente, di cuore
e di sensi osa avvicinarsi al Sanctum Regnuni. Chiunque vorrà
penetrare nel Santuario senza l'opportuna purificazione, sarà
dato in preda al maligno per essere divorato.
Chi
vuole operare teurgicamente, chiunque egli sia, deve incominciare con
il pregare ardentemente e con umiltà Iddio Padre Unico, giorno
e notte, per ricevere clemenza, ed essere puro e pulito interiormente
ed esteriormente, perché sta scritto nel Levitico: "Colui
che si avvicinerà alle cose sacre essendo immondo, perirà
al cospetto del Signore".
(…
… …)
Brani
tratti dal libro:
Tecniche
di risveglio iniziatico
(Ed.
Mediterranee, 1990)
(…)
Il fatto accadde anni or sono, giovedì 11 novembre 1971 a ore
13,30-15 a Morlupo (Roma) in via Flaminia 12, ove vivevo con la famiglia,
in una villa. Mi trovavo in casa, e fuori c'era una tempesta. Avevo
appena desinato, che fui preso da insolito torpore, sintomo peculiare
degli stati psichici che caratterizzano i miei contatti extrasensoriali.
Al buio, mi sdraiai in una poltrona della sala da pranzo, mi posi una
coperta sulla testa per non essere disturbato dai rumori, e sprofondai
in un dormiveglia, poi in un sogno che non era sogno. L'ambiente che
vedevo risultava nitido ed a colori.
Vivevo
in un grande monastero cristiano-ortodosso, russo, ove la basilica,
ricca di pitture, aveva dei locali adibiti alla preparazione delle tinte
e delle icòne destinate alle chiese. La mia funzione era di allievo,
ma ebbi la percezione che l'icòna avrebbe dovuto servire a me
stesso. Capivo la lingua e ovviamente quanto mi suggerivano di fare
o di non fare. Da quanto tempo fossi in quel monastero non saprei dirlo.
Assistevo
ai riti liturgici per la consacrazione dei diversi colori accuratamente
custoditi e preparati dai monaci con la stessa devozione e forza carismatica
dell'olio santo. I colori non erano a olio, ma a tempera.
Ebbi
l'impressione che i miei confratelli ed i loro canti fossero russi o
slavi. Al mio risveglio non ricordavo le parole udite, ma dopo qualche
tempo cominciai a ricordare alcune frasi ... birighicis ... dgli civò
èta ... malci. Io non conosco il russo.
Assistei
alla consacrazione della tavola stagionata, e vissi la scena in maniera
molto vivida; quella tavola doveva servire per dipingervi la Madonna
con il Bambino Gesú con i colori simbolici e consacrati, e quindi
carichi di una misteriosa forza. Fra canti e fumigazioni, la sacra tavola
di tiglio, piallata e raschiata in modo da renderla bombata, fu controllata
da un pope con una specie di metro, perché l'altezza e la base
fossero perfettamente conformi alle misure che la scienza della icòne
impone.
La
tavola vergine fu portata sull'altare, purificata dal rito, caricata
di energia e per questo gli officianti stesero le mani sopra il legno
invocando lo Spirito Santo. Poi, incensandola dai quattro lati, la deposero
sull'altare con la superficie da pitturare rivolta in alto e vi posarono
il calice per iniziare la Messa. In questa occasione, i sacerdoti chiesero
piú volte che la Vergine SS. ed il celeste Figlio, scendessero
nella tavola o la traessero a loro.
L'altare
era cubico; gli officianti vi stavano attorno. Il pane eucaristico fu
inciso in modo da ricavare da esso un cubetto da transustanziare.
Da
40 giorni ero stato sottoposto a penitenza, preghiera, esercizi ascetici
e alternati digiuni per mettermi nelle condizioni migliori o di grazia
per ricevere la virginea tavola sulla quale avrei dipinto la Madonna
con il Bambino. Un anziano monaco mi portava ogni sera un infuso di
erbe che lui diceva "spiritualizzanti"; al mattino un altro
monaco biondo, piuttosto giovane, mi dava una tazza di un altro infuso
di piante aromatiche che mi dovevano predisporre alla profezia. Il sapore
di quelle bevande era gustoso, ma troppo caldo.
Per
la cerimonia mi fu messo un manto azzurro, ed il sacerdote mi consegnò
la tavola che tenni rivolta verso gli altri, leggermente inclinata in
modo che la superficie convessa fosse rivolta in alto, verso il cielo.
Quindi, con canti solenni, mi accompagnarono in una cella, la mia cella,
ove era stato preparato un sostegno per fissare la tavola affinché
potessi iniziare l'opera.
-
Adesso stenderai per prima cosa su tutta la superficie della tavola
l'oro splendente, che simboleggia la divinità e la sua sovrabbondanza
- Così mi disse un monaco dalla barba bruna e dagli occhi scrutatori,
assistito da un altro monaco dagli occhi celesti che mi porgeva un pennello
consacrato e un recipiente con la soluzione aurea teurgicamente pronta.
-
Fai attenzione a non rovinare questo sacro legno. La sua superficie
ha ricevuto diversi strati induriti di materia organica nella quale
abbiamo incorporato le sante ossa triturate di un venerato adoratore
della Santa Trinità.
-
Inizierai a dipingere la SS. Vergine ed il suo Bambino quando sentirai
che l'oro fatto di Luce circolerà nelle tue vene di luce.
-
Durante la preghiera devi respirare quest'oro nella sua forma eterea,
e restare rivolto verso la direzione fra l'Est e il Sud, direzione ottima
per sentire l'oro e il suo colore giallo-arancione. Quando percepirai
te stesso interiormente come oro, allora potrai continuare il sacro
lavoro della tua icòne.
-
La tunica della SS. Vergine sia di un colore azzurro intenso, simbolo
della Verità celeste. Stai attento ai colori che adoperi, perché
la nostra arte è Arte Teofanica. Perciò, quando darai
l'azzurro intenso, che significa la Verità celeste, o l'azzurro
tenero, che mette in evidenza l'unità e il carattere divino della
natura Una, o se ricorri al color porpora scuro che è l'amor
di Dio, sappi sempre meditare efficacemente circa la scelta dei colori
da usare. Questo rosso è per il manto della Madonna, ma vi è
un terzo colore violaceo.
Quanto
tempo trascorse prima che io terminassi l'icòne, non saprei dirlo,
forse dei mesi, sia pure corrispondenti - in quella dimensione - al
breve tempo del mio stato di sopore.
Dipinsi
la camicina del Bambino candida come la neve.
Ogni
colore era dentro un suo recipiente ed aveva subìto un trattamento
liturgico speciale. Quando mi fu dato il barattolo del bianco, mi fecero
disporre con la faccia ed il petto rivolti a Nord-Ovest affinché
potessi essere più ricettivo alle forze nascoste del bianco che,
secondo l'istruttore, si trovano in direzione intermedia fra il settentrione
e l'occidente.
Terminato
il Gesú Bambino, il monaco che mi istruiva disse di meditare
a lungo fissando l'immagine che avevo dipinto, di pregare secondo l'invocazione
del bianco, di respirare la luce del bianco e resistere il piú
a lungo possibile fino a sentirmi tutto bianco, bianco come neve, il
bianco delle vesti di Gesú nella trasfigurazione. Poi per qualche
attimo mi distrasse per farmi vedere come avrei dovuto respirare e meditare
il bianco. Mi ricordo pure che ogni operazione si faceva con la coincidenza
delle fasi della luna. Dissertò sul valore del plenilunio e del
novilunio, e sulla scelta dei momenti astrologici benefici affinché
i sensi siano più ricettivi. Per l'udito osserva Saturno, per
la vista tieni conto del Sole, della Luna e di Mercurio, per l'odorato
bada a Giove, per il gusto tieni conto di Marte, per il tatto non dimenticare
Venere.
-
Respira la spiritualità del bianco. Bianco, così - mi
disse il monaco, aprendo il Vangelo di Matteo al cap. 17, versetto 2.
Qui mi svegliai con il ricordo dell'icòne fatta, con la sensazione
del profumo d'incenso e di cera consumata dagli stoppini accesi, con
la indescrivibile aspirazione sopraterrena del bianco e dell'oro.
(…
... ...)
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Come
NON devono essere
le icone: |
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| Ecco
alcuni esempi di come con l'andare del tempo l'arte iconografica
ha perso il suo valore spirituale e gli iconografi hanno subito
l'influenza della pittura classica occidentale, preferendo l'immagine
con i dettagli e le sfumature di colore e di ombra al puro simbolo
della spiritualità. L'arte sacra è stata profanata,
e così abbiamo un'arte sacra sacrale, e un'arte sacra profana |
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