Esaminare
il tema della "Gnosi" è la stessa cosa che ricostruire
alla rovescia la storia del Cristianesimo popolare o essoterico, e quello
più profondo e riservato o esoterico.
L’indagine
della "Gnosi" è una dura e avvincente ricerca e ricostruzione
culturale che, dai tempi moderni, consente di risalire alle epoche apostoliche,
per mettere a nudo verità ed errori scaturiti dalle passioni
disordinate degli uomini, impegnati nelle guerriglie religiose e sociali;
ma trattare la Gnosi è anche un andare assai lontano nei secoli:
prima dello stesso Avvento del Messia d’Israele e del mondo.
Purtroppo
ogni ricerca critica, sociologica, filosofica e soteriologica è
ostacolata ad ogni passo dalla scarsità e frammentarietà
dei documenti, spesso distrutti o falsificati, che potrebbero dare luce
sul più denso e fecondo travaglio religioso e iniziatico della
storia: la verità sul Cristianesimo delle origini e sul Gnosticismo.
L’espressione
ellenica "gnosis" affiora nel linguaggio dei pitagorici e,
naturalmente, di Pitagora, vissuto dal 580 al 500 circa a. C., nato
a Sidone (l’attuale Libano), oriundo e domiciliato nell’isola
di Samo, e morto nel Metaponto dopo un lungo soggiorno nella Magna Grecia,
ossia nella nostra attuale Calabria.
E’
dalla scuola gnostica italica, fondata dallo stesso Pitagora a Crotone,
che partì il raggio di luce spirituale e culturale che preparò
lo slancio dei movimenti sapienziali che vennero dopo. Più tardi,
il termine "Gnosi" rifulse con Platone verso il 387 avanti
Cristo, nel senso di una conoscenza salvifica, di una "Conoscenza"
come valore tecnico e di contemplazione, e di studio dell’Infinito
e dell’Eterno.
Dagli
gnostici Pitagorici rileviamo la più alta aspirazione della vita
umana alla conoscenza del mondo soprasensibile, del modo di liberare
l’anima dal servaggio mortificante della corporeità, della
ricerca di una via per ritornare purificati e rinnovati al punto cosmico
da cui emigrammo dopo il misterioso e fatale errore iniziale, che determinò
la caduta in questo basso mondo esistenziale
Pitagora
e i suoi discepoli, familiari con le scuole misteriche del loro tempo:
greche, siriache, egiziane, caldaiche, indiane, palestinesi, compresero,
sperimentarono e insegnarono tutto ciò che serve all’Uomo
per risalire, e per salire sempre più in alto verso Dio: musica,
matematica e metafisica dei numeri (Arturo Reghini - I Numeri Sacri
nella tradizione pitagorica massonica - Ignis, Roma, 1947), astrologia,
medicina, taumaturgia, teurgia, dinamica dei nomi e delle lettere, simboli
geometrici, tecniche della preghiera e contemplazione metafisica. Nulla,
assolutamente nulla fu trascurato: neppure l’arte, la drammaturgia,
l’educazione fisica e la politica per evolvere le masse.
La
teologia pitagorica era, a quanto sembra, orientata in senso monoteistico:
ammetteva cioè un Dio supremo al disopra degli dèi, ma
è certo che questa dottrina fu sviluppata filosoficamente in
rapporto e connessione all’aritmologia (Rivista "Conoscenza"
- Firenze Anno XII n. 4-5 - 1976, Luglio e Ottobre - Diretta da Loris
Carlesi. Dir. Via san Zanobi, 89 - 50129 Firenze.), e Dio fu considerato
identico all’Uno, come Principio originario.
In
psicologia, la sua scuola considerò l’anima umana di origine
divina: come una sostanza eterna, unitasi con un corpo a titolo di espiazione,
e destinata a trasmigrare da un corpo all’altro; e non solo in
corpi di uomini, ma anche di bestie o piante; credenza che si trova
anche nell’India di ieri e di oggi. L’anima, nell’unione
con il corpo, è chiusa come in una tomba (Filolao, fr. 14 D).
La durata delle incarnazioni venne stabilita (ideata) fino a quando
non si fosse purificata, e resa degna di tornare alla patria celeste.
L’etica
pitagorica, religiosamente ispirata, inculcava la purezza della vita,
la misura e l’armonia di tutte le attività, il culto della
sapienza come mezzo di salvazione, e l’imitazione della Divinità.
La
Cosmologia pitagorica, di tipo ionico, l’astronomia e l’astrologia
furono sviluppatissime, così come l’armonia delle sfere,
che ispirò il grande dell’astronomia rinascimentale: Keplero.
Il
pitagorismo, sempre attuale e da approfondire, influenzò il pensiero
greco e il platonismo. La concezione politica fu conforme a questi princìpi,
ma non fu compresa: fu perseguitata la scuola, ed il governo insanguinato
a causa delle rivoluzioni dei crotonesi democratici. L’ordine
pitagorico fu letteralmente distrutto in un non precisabile momento
della rivoluzione, fra il 460 e il 400 a. C. Morirono quasi tutti: pochi
furono gli scampati (Liside, Filolao e pochi altri). La scuola riapparve
nel I° secolo in una forma eclettica: come neo-pitagorismo. Le basi
aristocratiche del Maestro per la conduzione politica e sociale, di
tipo superiore: iniziatico, non resse alla reazione bestiale dei partiti
democratici.
A
questo punto, ci poniamo una domanda: Dobbiamo attribuire a Pitagora
l’inizio della gnosi pagana, arrivata per intero fino al pitagorico
Apollonio di Tiana, contemporaneo di Paolo di Tarso? Oppure è
necessario risalire ancora a qualche altro personaggio? Sì! Crediamo
di poterlo affermare: e questo fu Mosè, uscito dai seminari dell’Egitto,
educato alla sapienza dei Faraoni al tempo di Ramesse II°, nel 13°
secolo a. C., che, illuminato dalla rivelazione e da diverse iniziazioni
(Grégoire de Nysse- La vie de Moisé - Ed. du Cerf, Paris,
1955 - trad. e intr. di J. Daniélou.), diede, ai più adatti
del suo popolo, una nuova gnosi.
Profeta
e dotto nella sapienza umana e in quella divina (almeno in quella possibile),
Mosè portò la gnosi egizio-giudaica in Palestina: una
gnosi che poi fu ingigantita dall’apporto delle rivelazioni dei
grandi profeti d’Israele venuti dopo di lui, e che ad Alessandria
e a Gerusalemme elaborarono i pensatori, i teurgi che tennero conto
di Pitagora e di Mosè: ossia della gnosi pitagorica e della Kabbalah
con la mistica della Mercavah e degli Hekhaloth. La tradizione kabbalistica
fu regolarmente trasmessa da Mosè ai Settanta Iniziati (Esodo,
24: 1; Numeri, 11: 16; Luca, 10: 1; Saint-Yves D’Alveydre- Mission
des Juifs- in due volumi. Dorbon- Ainé, Paris.) e continuò
ad essere posseduta e trasmessa senza interruzioni dagli Iniziati continuatori;
ma rifulse con il profeta Elia, dal quale uscì una scuola di
Esseni quando si stabilì sul monte "Carmelo del mare":
una pittoresca località, bellissima per il panorama, ma assediata
dall’urbanistica moderna di oggi. Vi soggiornammo nel 1964, durante
uno dei nostri numerosi viaggi.
Soffermiamoci
un pochino su questa montagna che si erge sul Mediterraneo (meglio sarebbe
chiamarla il promontorio di una cordigliera) perché la vita gnostica
vi ebbe molta parte.
La
parola "Carmelo", o "Kermel", viene da carm: vigna,
e da El: Signore, quindi: "la vigna del Signore"; e questo,
non solo per la fertilità del suolo, ma soprattutto per l’intensa
attività mistica degli anacoreti. Insomma: fin dall’antichità,
non per nulla il Carmelo è stato chiamato "monte di Dio".
I Fenici lo chiamavano già Roch Kadosh: il promontorio sacro,
e il dio Baal vi era adorato. I Greci l’avevano votato al culto
di Zeus, e gli Israeliti di Yahveh. Giosuè - successore di Mosè,
dal quale aveva ricevuto una speciale Investitura, o Iniziazione, e
che fu con lui sul Sinai - prese possesso del Carmelo e vi portò
la tradizione gnostica ereditata da Mosè (Cfr. la Bibbia, in
merito)
Questa
località fu sempre un centro iniziatico: basta pensare alle vicissitudini
di Elia al tempo del re Achab d’Israele dall’875 all’853
a. C., quando fece scendere il fuoco dal cielo e consumare le vittime
sacrificali del re apostata, e alla distruzione dei sacerdoti di Baal
Melqart, ma anche alla sparizione davanti agli occhi del discepolo Eliseo
sul "carro di fuoco", ai prodigi taumaturgici di quest’ultimo,
e all’afflusso dei fedeli nei giorni di Sabato e delle calende,
o Luna Nuova, che salivano in pellegrinaggio per farvi le offerte sacrificali
e consultare i profeti (Cfr. I Re).
Si
racconta che Pitagora andasse spesso a meditare "nel santo luogo
del Carmelo", e ne abbiamo la conferma dal biografo Giamblico in:
Vita di Pitagora III, 5. Questo grande gnostico soggiornava spesso al
Carmelo, prima di andare in Egitto, anche perché era nato a Sidone,
in Fenicia, ed aveva partecipato alle iniziazioni misteriche di Biblo
e di Tiro ed in molte altre parti della Siria. Sidone, come sappiamo,
è vicina al sacro monte. Non è da escludersi che Pitagora
prendesse contatto con le "Scuole dei Profeti", che hanno
avuto sempre i loro continuatori, ed hanno preparato le Sinagoghe, specialmente
dopo la schiavitù di Babilonia
Al
tempo di Gesù Cristo, il Carmelo e la Scuola dei Profeti, con
la Sinagoga ivi esistente, era fra le più famose della Galilea,
ed il Messia vi andava spesso, specialmente al tempo del novilunio,
quando vi erano molti fedeli d’Israele e poteva quindi predicare,
esercitare la taumaturgia, liberare gli ossessi. Del resto, il Carmelo
non è molto lontano da Nazareth, dal Monte Thabor, da Cana, da
Cafarnao, dal lago di Tiberiade (Matteo, 4: 23-24; Marco, 1: 38-39;
Il Carmelo nella Tradizione e Storia- di P. Fiorenzo del Bambino Gesù,
Un. Tip. Cremonese, Cremona, 1930 pag.139; Isaia, 9: 1-2).
La
gnosi prese consistenza, talora drammatica, al tempo di Gesù
e immediatamente dopo perché, se per i seguaci suoi contava la
fede e la carità, per gli gnostici aveva il primato la conoscenza
razionale che, nel tempo, con il decadere del primo fervore, divenne:
prima razionalismo religioso, e poi razionalismo materialistico; eccetto
alcune correnti, dove la pistis (fede), l’agapè (amore)
e la gnosis (conoscenza) vennero vissute sincretisticamente. Ora: è
fuor di dubbio che la conoscenza conduce all’esperienza e l’esperienza
alla conoscenza; ma, per iniziare l’esperienza salvifica, sono
necessarie la fede e la speranza nel programma, proposto da una persona
autorevole, profeticamente garantita. Ebbene: al tempo di Giovanni Battista,
l’attenzione fu posta sul figlio di Maria, salutato dai Re Magi,
gli gnostici del mondo caro a Pitagora. Il Signore fu riconosciuto dagli
indizi delle Scritture e fideisticamente accettato come Maestro e Salvatore;
mentre gli gnostici, ancora presi dal sofismo, aderirono secondo i princìpi
della loro gnosi, più razionalistica che fideistica, condizionata:
in parte dalle Scritture Sacre dei profeti, ma maggiormente dagli elementi
della vasta cultura cosmogonica e astrologica del tempo, dalle dottrine
misteriosofiche e dalle religioni orientali, cercando di interpretare
e arricchire la predicazione cristiana con lo sforzo di soddisfare le
tendenze sincretistiche del mondo della cultura come una esigenza del
cristianesimo, al fine di aggiungere una più organica ed elevata
sistemazione teorica e rituale nella stessa teurgia.
Gli
gnostici ed i loro capiscuola (Basilide e Isidoro, Carpocrate ed Epifane,
Valentino, Eracleone, Tolomeo, Teodoto, etc.) partecipavano alle comunità
cristiane, ricevendo l’ordinazione episcopale, presbiteriale e
il diaconato, nella più ampia libertà interpretativa di
come svolgere la catechesi e la missione salvifica del Cristo, anche
perché il Cristianesimo delle origini è sempre stato una
religione rivelata, di massa e di élite, mistica e iniziatica
ad un tempo, esoterica per alcuni, meno esoterica per altri. Solo più
tardi si delinearono e si fecero sempre più aggressivi gli interventi
restrittivi degli ecclesiastici a tendenza non esoterica e - diciamolo
pure - non iniziati alla gnosi giudaica, perfettamente viva e conosciuta
da pochissimi: dai santi Giovanni Battista, Giovanni Evangelista, Pietro,
Giacomo, Paolo di Tarso e certamente dai settanta discepoli di Cristo,
in analogia ai settanta anziani di Mosè e di Esdra, famoso scriba
e restauratore del Giudaismo post-esilico.
E’
certo che vi è sempre stata una circolante trasmissione esoterica,
iniziatica, orale e solo parzialmente scritta: una tradizione Kabbalistica
giudaico-cristiana e pitagorico-ermetica che gli esperti riconoscono
in alcune espressioni paoline e nell’Apocalisse di Giovanni, dove
si espone la dottrina e l’esperienza metafisica della Merkavah
o il "Trono di Dio sul Carro di Fuoco" e dei palazzi, o Hekhaloth
(Gershon G. Scholem - Les origines de la Kabbale - Aubier-Montaigne,
Paris.). Ma: niente da fare: i Cristiani Gnostici, che avevano combattuto
contro il conservatorismo degenere della Sinagoga e la tirannide dei
Cesari, si trovarono dissacrati e massacrati con tutti i mezzi, dal
potere temporale.
Nella
terminologia greca delle religioni misteriosofiche, il vocabolo "gnosi"
assunse un significato: religioso sì, ma scientifico, perché
questa conoscenza fu intesa ad affrancare dall’azione malefica
del destino con tutti i mezzi tecnici psicofisiologici disponibili:
riti magico-teurgici, meditazione, astrologia iniziatica, etc., fino
a trasmutare l’interiorità dell’uomo in un essere
supermateriale e superpsichico, e puramente spirituale. I moventi di
questo immenso movimento e travaglio, che si ritrova fra i seguaci dei
misteri Orfici, Eleusini ed Ermetici, sono quelli stessi di Filone,
di san Paolo, ma anche il Corpus Hermeticum. gli Oracoli Caldaici, i
papiri magici, i testi gnostici di Tito Flavio Clemente Alessandrino,
che, in Excerpta Theodoti, 78,2, suonano sempre allo stesso modo: "Chi
fummo, che cosa siamo diventati, dove eravamo, dove siamo stati gettati,
qual è la meta verso la quale ci affrettiamo, da chi o da che
cosa siamo stati riscattati, cos’è la generazione, cos’è
la rigenerazione".
Se
la conoscenza dell’uomo è l’inizio della gnosi e
della perfezione, la conoscenza di Dio è il compimento. Fin qui
è semplice; ma gli gnostici formularono delle teorie, delle ipotesi,
spesso in contrasto con la Bibbia; poi talune comunità scesero
in estremismi pericolosi e sconcertanti, specialmente in fatto di continenza
e castità, o di caduta in senso opposto. Si fece di ogni erba
un fascio e si ebbero gli eresiologi intransigenti, come un Ireneo,
vescovo di Lione, o un Tertulliano, apologista e spietato autore di:
"La prescrizione contro gli eretici". A cercare di calmare
gli animi si fecero sentire Clemente d’Alessandria e poi il suo
discepolo Origene, entrambi antignostici moderatori. Ma la diversità
nel modo di valutare l’identità di Gesù, il significato
allegorico e simbolico spesso dato alle Scritture, il modo di condurre
la catechesi e le modalità di somministrare i Sacramenti, il
pitagorismo inserito nella dottrina e nella ritualistica, la visione
pessimistica nel considerare cattiva la materia e la creazione, contribuirono
alla rottura definitiva fra Gnosticismo e Chiesa di massa, che si consolidava
con l‘uso delle armi pagane.
Gli
Gnostici proponevano di dare ai convertiti due tipi di insegnamento:
uno esoterico, per i più evoluti e perciò maggiormente
adatti a recepire i Misteri del Regno, e una catechesi semplice e meno
profonda per il popolo, non sempre colto, ma spesso rozzo. La stessa
esigenza fu palesata per le cerimonie, i riti, le catene taumaturgiche,
ed i Sacramenti, i quali ultimi dovevano però essere riservati,
segreti, per garantire l’efficacia teurgica di essi. Ma la divergenza
di opinioni e la volontà di applicare l’insegnamento elementare
per tutti, unitamente a un culto liturgico, cioè pubblico e di
scadente efficacia, divennero sempre più motivo di scisma. Lo
studio delle influenze astrali fu: prima sottovalutato, e poi proibito,
nonostante l’esperienza astrologica positiva e ritenuta quindi
utile all’ascesi, nel senso di una scelta dei momenti stellari,
planetari e zodiacali più adatti allo sviluppo interiore. Si
noti che Daniele, il profeta del 600 a. C. che aveva annunziato il Messia,
era stato uno dei più grandi astrologi d’Israele, deportato
a Babilonia e fatto capo di tutti i magi e astrologi del regno di Nabucodonosor,
come, con Bibbia alla mano, abbiamo dimostrato nel nostro trattato di
Astrologia Iniziatica. A tutto questo aggiungiamo la teoria degli eoni,
della Sofia valentiniana con altri dettagli, ed ecco la profetica apprensione
del Cristo, culminante nell’angosciosa preghiera al Padre: "Custodisci,
Padre Santo, nel tuo Nome coloro che mi hai dato, affinché siano
una cosa sola, come noi. ... Io non prego solo per questi, ma anche
per quelli che, per la loro parola, crederanno in me, perché
tutti siano una sola cosa. Come Tu, Padre, sei in me e io in Te, siano
anch’essi una cosa sola, affinché il mondo creda che Tu
mi hai mandato" (Giovanni, 17: 11 e 20-21). Egli dunque conosceva
le difficoltà e il prezzo dell’unità. Gesù
sapeva che vi sarebbero state delle divisioni, delle divergenze di opinioni,
delle rotture di unità.
Lo
gnosticismo, battuto sul piano "essoterico" e considerato,
dagli eresiologi del 3° secolo, una "mala pianta" da sradicare
e bruciare con il fuoco della biblioteca di Alessandria, è diventato
il ceppo sul quale sono fiorite nuove scuole di alto significato iniziatico.
Dal
turbine tempestoso dello gnosticismo e dell’antignosticismo è
nata e sviluppata la scuola di Archeosofia: la "scienza dei princìpi",
che trae la linfa vitale dalle parole profetiche del Prologo dell’Evangelo
di Giovanni, e da quelle di san Paolo, quando questi scrisse la Prima
lettera ai Corinzi (2: 6-16) e la lettera ai Colossesi (1: 26): "Fra
i perfetti noi parliamo di Sapienza, ma non di sapienza di questo mondo,
né dei potenti di questo mondo, che vengono distrutti, bensì
parliamo di una Sapienza di Dio avvolta nel mistero, che è stata
nascosta, e che Dio predestinò prima dei secoli per la nostra
gloria".
La
nostra scuola è antica perché segue l’insegnamento
degli Apostoli, della loro catechesi ed esegesi, che ad Alessandria
d’Egitto si fece ascoltare con la successione ininterrotta dei
Maestri: dall’Evangelista Marco, discepolo di Pietro e Paolo,
a Panteno, Clemente Alessandrino, Origene, ed altri, e perciò
la loro gnosi è strettamente dipendente dalla Bibbia, cioè
dal Vecchio e Nuovo Testamento; ma moderna, in quanto fondata nel 1968
a Roma, per vocazione e lunga preparazione di chi l’ha fondata,
e che utilizza tutte le moderne conquiste scientifiche, psicologiche,
parapsicologiche e sociologiche. Non è una fondazione illusoria,
perché si è riservata una vita misterica, e quindi teurgica,
per i fratelli di ben provata buona volontà e per i suoi assistiti;
essa ha le sue Iniziazioni non simboliche, ma reali, e fa sue le parole
di Clemente Alessandrino, che il santo scrisse in Stromata, III, V,
44, 2-3 nel modo che segue:
"La
Gnosi viene riconosciuta dai frutti e dalla vita, non dalle chiacchiere
e dai fiori; noi infatti sosteniamo che la Gnosi non è un semplice
ragionamento, ma una scienza divina (l’Archeosofia) e quella luce
che viene nell’anima in seguito all’obbedienza di Comandamenti,
che rende tutto chiaro ciò che si trova nell’ordine del
divenire, dispone l’uomo a conoscere se stesso e gli insegna a
qualificarsi come possessore di Dio: ciò che infatti è
l’occhio nel corpo, lo è la Gnosi nell’intelletto".
"Archeosofica"
è il nuovo Didaskaleion alessandrino, che cerca di evitare i
difetti e gli errori nei quali sono incorsi altri, che si sono dimostrati
poco aderenti alla pratica della fraternità, libertà e
uguaglianza: i pregi che qualunque sodalizio dovrebbe avere.
La
scuola di Archeosofia invita quanti vogliono guadagnare tempo, a prepararsi
alla realizzazione secondo il suo programma, e per questo ha messo a
disposizione il materiale di studio necessario, mediante dei libri,
da essa scritti, curati e stampati, e la pubblicazione di opere, una
delle quali porta il titolo: "Tecniche di Risveglio Iniziatico"
e il sottotitolo: "I Centri di Forza e la Metafisica Sperimentale"
(T. Palamidessi- Tecniche di risveglio iniziatico - Ediz. Mediterranee,
Roma, 1975 ).
"Archeosofica"
parla di una dottrina tradizionale, passata più volte alla distillazione
concettuale, per ottenerne: sia la quintessenza che la sicura medicina
del corpo e dell’anima; come dottrina serve ad appagare la tendenza
di tutti a filosofare, ma a non cedere alla tentazione del sofismo,
piuttosto che realizzare. Ma, se ognuno coglie le verità fondamentali
dell’Archeosofia e passa alla pratica da noi indicata, potrà
essere libero da questa esistenza: illuminato; quindi: sottratto alla
legge delle influenze astrali disturbanti e dall’insidia degli
arconti, troncherà volontariamente il suo destino di reincarnarsi,
Si accorgerà che non è solo, ma sostenuto dal Salvatore
e Iniziatore, disceso dall’Infinito nel Finito per inserirsi come
luce spirituale in ognuno di noi. Si renderà edotto che la fede,
la speranza, l’amore, l’umiltà, le tecniche di risveglio
e le Iniziazioni progressive orizzontali e verticali, umane e divine,
sono la Via salvifica.
La
pratica continua dei riti teurgici sacramentali, gli allenamenti ascetici
fatti di educazione del proprio Io, la polarizzazione e la meditazione
profonda, normale e trascendentale, su se stesso in Dio, nel dialogo
d’amore con Lui e la Natura, sostenuti dalla "Luce del Mondo",
che è Cristo: il Cristo Uomo, il Cristo Fratello, il Cristo Storico:
non simbolico, non mitologico, ma reale, il Cristo Dio... ecco: questa
pratica costante, martellante, di tutti i giorni, di tutte le ore, pur
inseriti nella società che deve diventare un Tempio, questa pratica
diventa la Verità che fa liberi, perché disincaglia dai
fondali di questo mondo decaduto.
Vi
sono molte catene da spezzare, prima di risvegliare e realizzare noi
stessi, prima di evadere verso il Divino. Tuttavia, se vogliamo liberarci
senza la fede in Dio, senza la morale assoluta, senza il lavoro ascetico
della "Grande Opera" che trasmuta la nostra interiorità,
ma con il solo razionalismo, impotente e rovinoso, allora si ha il destino
di quel Prometeo della tragedia di Eschilo.
Perdonate,
pazienti amici, se vi abbiamo stancati con la prolissità dei
nostri argomenti, e permettete di terminare questo nostro incontro ricordando
alcune frasi felici del Viandante Cherubico di Angelo Silesio: "Uomo,
non restare uomo; bisogna giungere al massimo. Iddio non accoglie presso
di Sé che gli Dèi".