Svolgeremo in questa
sede un tema che penso sia nuovo: nuovo per gli archeosofi e nuovo per
coloro che non si sono mai avvicinati alla nostra corrente, al nostro
pensiero filosofico. Si tratta dell’Arte.
Noi
ne abbiamo accennato: abbiamo fatto un quaderno di Archeosofia sull’Ascesi
Artistica, ed abbiamo messo questo quaderno in programmazione, un po’
lontano nel tempo, in quanto ci premeva, per prima cosa, il dare agli
studiosi alcuni fascicoli informativi, al fine di cominciare a lavorare
su se stessi, con lo scopo preciso di ottenere una risposta; ma non
"risposta" intesa come ragionamento, ma come comunicazione
dallo spazio. Una risposta, cioè, capace di dare la certezza
della nostra funzione nel mondo, e quindi del nostro destino spirituale
per il futuro. E questo quaderno che abbiamo messo nel campo dell’Arte:
"L’Ascesi Artistica, i colori e la pittura" - che sarebbe
dovuto venire più in là, quando cioè gli Archeosofi
sarebbero stati più preparati, più sicuri, più
convinti - è stato invece anticipato, ma non come quaderno pronto
da distribuire, bensì come argomento da trattare.
A
qualcuno potrà magari sembrare una cosa strana e non collegabile
al cammino spirituale che si vuol fare, il tema dell’arte, l’educazione
artistica, l’importanza di essere artista. Eppure ho la netta
sensazione - a parte alcune esperienze non soltanto mie, ma anche di
persone che si occupano di problemi dell’anima - che l’arte,
il colore, la pittura, abbiano un’importanza fondamentale per
accelerare i tempi di trasformazione interiore.
Noi
tutti siamo investiti da ogni parte da stimoli e da forze, e reagiamo
a questi stimoli attraverso la sensibilità dei nostri cinque
sensi fisici, che corrispondono poi ai cinque sensi interiori, cioè
a quelli spirituali. Ebbene: uno di questi stimoli più forti
è naturalmente quello prodotto dalla luce e dal colore. E questi
stimoli fotonici, diciamo, o cromatici, dovuti appunto a queste vibrazioni
colorate che ci arrivano, possono fare di ognuno di noi un bruto o un
santo, un eroe o una persona piatta, vuota, senza contenuto sostanziale.
E’
importante parlare dell’arte, perché esiste sulla terra
una quantità enorme di artisti. Molti dipingono, specialmente
in terra di Toscana, dove, come sappiamo, il fiorire dell’arte
è da secoli proprio una caratteristica. Infatti, basta andare
all’estero per rendersi conto che "questo qua è un
lavoro toscano", oppure che "questa qua è una pittura
veneziana". Non dicono: "Questa è un’opera fatta
in Africa" o: "Questa è un’opera fatta in America".
Dicono sempre "Toscana", "Italia", appunto perché
noi siamo un popolo particolarmente sensibile ai giochi dei colori,
ed è una grande fortuna. Può darsi che la ricchezza produttiva
del popolo italiano, questa sua impossibilità di morire, siano
dovute proprio alla sensibilità particolare che esso ha per il
colore, che lo rende creativo. E quindi noi abbiamo scienziati, filosofi,
musicisti, uomini di pensiero, donne di grande sensibilità e
sentimento, da secoli, senza timore di esaurimento come è accaduto
con altri popoli che si sono estinti. Noi non ci siamo estinti: non
ci possiamo estinguere, perché abbiamo una sensibilità
particolare per la luce e per il colore. Questo, a qualcuno, forse potrà
sembrare esagerato, ma ci sono delle possibilità di dimostrarlo.
Ma
torniamo a noi e all’arte, e facciamo il ragionamento che segue.
Poiché la luce è capace di far crescere una foglia o un
fiore, e di far di noi degli individui complessi nel bene e nel male,
intratteniamoci sull’arte e sull’ascesi artistica.
Non
ripeterò i concetti dell’Archeosofia. in quanto si presuppone
che, più o meno, tutti, essendo un gruppo di amici, siamo a conoscenza
della dottrina. Quindi sarebbe inutile ripetere, perché sarebbe
un uscire fuori da questo tema particolare che è l’arte.
Cerchiamo
di definire anzitutto l’artista. Chi è l’Artista?
Che cos’è l’Arte? Le definizioni sono state molte
e parzialmente vere, perché chi dà una definizione all’Arte
può essere soltanto, per lo più, un filosofo che, se proviene
da una scuola idealista concepisce l’Arte in un certo modo; se
viene da una scuola materialistica, l’Arte la vede, come definizione,
in un’altra direzione. Se si tratta di un teologo, la definizione
dell’Arte prende un’altra direzione e tutt’altra impronta.
La verità, però, è una sola. Quando noi parliamo
dell’Arte, ci riferiamo alle arti belle, naturalmente: pittura
e scultura, perché, come sappiamo, c’è l’arte
di scrivere, quella di amare, ma anche quella di rubare, (ci sono anche
scuole d’arte per il furto, lo sappiamo bene, purtroppo); ed è
un’arte, o artificio, anche quello di destreggiarsi per realizzare
una data cosa imitandola in base a determinate considerazioni. Ma a
noi questo non interessa, perché noi siamo orientati, in questo
tema, verso le belle arti.
Dunque
l’Arte, in sostanza, è un’attività della coscienza,
per cui un individuo, ponendo l’attenzione su un particolare della
natura (i fiori, una persona, in albero, il mare, il cielo, le stelle),
ne rimane impressionato e, rimanendo impressionato, subisce come una
violenta emozione, e questa emozione estetica si deve scaricare secondo
la tendenza di costruire che questo individuo possiede in se stesso.
L’uomo
è nato per costruire. E allora, che cosa fa l’Artista?
Costruisce, con gli artifici di cui dispone in quel momento (colori
e pennelli, o matita, o carbone), qualche cosa: cerca di costruire secondo
il suo modo di percepire, secondo le impressioni, secondo, diciamo,
la schoccata - come si usa dire oggi - sperimentata; guardando un aspetto
della natura; cerca cioè di rifare o di imitare, attraverso il
filtro della sua sensibilità artistica, il motivo esaminato ed
ispiratore.
Ora:
tutti quanti siamo predisposti a questo fenomeno dell’emozione
estetica. Non occorre esse- re artisti qualificati. Ogni individuo,
trovandosi di fronte all’Arno, o al cielo nel momento del tramonto,
prova un certo senso di ammirazione. L’uomo è innamorato
della Natura: tutti ne sono innamorati, ma l’artista ha una costituzione
più emotiva, più impressionabile; ha una facoltà
mnemonica pronunciata, per cui, se vede una foglia, questa foglia, qualora
abbia dei colori che lo emozionano, gli rimane impressa, e comincia
a lavorare nell’artista stesso, e spesso si traduce in un’opera
d’Arte.
Dunque
l’Arte, in sostanza, è un’attività della coscienza,
è un’intensa emozione provata nei confronti della Natura,
è il bisogno di rivivere quell’emozione e, in un certo
senso, anche di liberarsi, perché l’individuo che dipinge
è come un don Giovanni: è come un conquistatore di donne.
Prima fa fuoco e fiamme per averla, e quindi se la pensa, e la desidera
e se l’immagina in un certo modo, poi in un altro, e studia il
modo di impossessarsi di quella donna. Quando poi l’ha avuta,
quando l’ha posseduta, basta: è sazio, ha esaurito la sua
carica emotiva, e cerca un’altra emozione, perché egli
è "l’eterno insoddisfatto".
L’Artista
è eternamente insoddisfatto, e lo è per alcune ragioni
particolari, che cercheremo di individuare.
L’educazione
artistica, quindi, è fondamentale, appunto per la tendenza che
ha l’individuo di innamorarsi delle cose. D’altronde: come
potrebbe fare diversamente?
Anche
le Sacre Scritture parlano chiaro. Ci sono i versetti della Genesi che,
come sapete, dicono: "Iddio disse: Sia fatta la luce", e naturalmente,
poi, Egli fu soddisfatto di averla creata, la luce. Egli divise la luce
dalla tenebre, perché, indubbiamente, il primo grande Artista
è Iddio: è Lui il primo grande Artista. Il primo grande
quadro dell’Universo lo ha fatto Iddio, e, di conseguenza, noi,
che abbiamo l’impronta, cioè l’immagine di Dio, siamo,
per forza di cose, più o meno di tendenza estetica, e di tendenza
artistica. Non possiamo sottrarci a questa caratteristica.
Poi
Dio disse, parlando al primo Uomo cosmico: "Prendi possesso di
tutto ciò che esiste attorno a te: dei fiori, degli alberi".
Quindi, l’individuo, in sostanza, è come incantato: è
preso dalla Natura.
Tutti
quanti noi siamo predisposti a guardare questo cielo, quell’acqua,
quei riflessi: è una cosa istintiva. Tutti i momenti siamo disposti
a soffermarci per vedere un motivo architettonico o uno spettacolo offerto
dalla Natura, perché l’uomo si nutre di colore, di luce,
di forme. E tutto quanto si svolge attorno a lui è poggiato sopra
il colore, il simbolo, il giuoco di luci. Qualunque cosa noi vediamo
ha un quid capace di suscitare una determinata emozione estetica: è
evidente.
Ora:
notiamo, negli Artisti, un travaglio enorme, che è quello provocato
dalla creazione artistica, e che spesse volte si risolve in malattia,
in follia, in sofferenza; e noi dobbiamo rendere atto di questo fenomeno:
della grande potenza che ha il colore; senza contare che la terapia,
oggi, ha dato prove evidenti di quanto sia efficace un determinato colore
per poter curare un male. Per esempio: in Francia il dott. La Prince
ha fatto interessanti studi sopra il colore: sull’influenza del
rosso, sull’influenza del verde, sull’influenza del giallo.
Addirittura, vi sono alcune malattie del cuore che vengono curate con
degli schermi colorati in verde. Sono dei vetri di colore verde che
vengono messi all’ammalato di cuore per un certo numero di minuti
al giorno; l’individuo, dopo un certo tempo, sente il cuore potenziato
con un ritmo nuovo. Questo dimostra che vi sono delle influenze sugli
organi. Per portare un altro esempio: il colore blu. Sappiamo che coloro
che hanno delle tendenze aggressive, violente, ecc., se sottoposti ad
un bombardamento attraverso la luce che filtra attraverso uno schermo
più forte, di colore blu, appunto, sentono un senso di spiritualità,
un senso di miglioramento interiore. Gente fiacca, senza vitalità,
attraverso schermi rossi prova maggiore energia.
Aggiungeremo
poi, per fare un altro esempio, che gli antichi Romani curavano certe
ferite avvolgendole con nastri colorati. Gli antichi Romani, per risolvere
alcune malattie, ricorrevano alla cromoterapia: pezzi di stoffa colorata
passati come bende sulla parte sofferente, ottenendo la guarigione.
E’ una cosa molto antica, questa; ma andatene a parlare con i
medici moderni, e sentirete quello che vi dicono...!
Ora:
noi abbiamo solo sfiorato queste cose, così: un po’ fugacemente,
perché dobbiamo arrivare ad un’altra meta: l’Ascesi.
Sappiamo
che gli Archeosofi hanno un programma: quello di giungere alla perfezione
cristica, cioè quello di realizzare in una sola vita, se questo
è possibile, o, alle brutte, in successive esistenze (ma si lotta
per risolvere il problema in una sola esistenza), una trasformazione
dell’interiorità prendendo come modello il Cristo, ma non
per fermarsi al modello Cristo, bensì per andare ancora oltre,
in quanto: il Cristo stesso ci ha dato una Via di perfezione, ma al
tempo stesso Egli vuole che noi andiamo oltre a quel livello evolutivo
(chiamiamolo così).
Bene:
l’Ascesi, cioè quella ginnastica che ci porta a diventare
perfetti come il Padre che è nei Cieli, contiene un sé
una branca particolare: l’Ascesi artistica, che ricorre al potere
del colore e alla sensibilità che ognuno di noi ha per certe
combinazioni cromatiche. Per questo motivo stiamo pensando di istituire,
in seguito, nella nostra Scuola, un ramo di educazione artistica.
Oggi
esiste una educazione artistica, nelle Scuole, ma non è costruttiva,
in quanto gli insegnanti ignorano la forza e la priorità del
colore sulla esistenza umana, e allora badano di raggiungere, e di far
raggiungere all’allievo, una certa capacità, risvegliando
in lui un certo gusto estetico. Ma il gusto può essere bello
all’apparenza, ma cattivo nella sua essenza. Di conseguenza, una
educazione artistica deve mirare a modellare la coscienza del bambino
e dell’adulto, istruendoli sul significato profondo dei colori
e sugli effetti che essi, combinati fra loro, producono sull’interiorità
dell’individuo stesso. La cosa, che può sembrare nuova,
è molto antica: non è cosa mia.
Nel
mondo dell’Ortodossia, nella Russia degli Ortodossi ed anche in
Grecia, in epoche molto antiche (si parla del 1300/1400), si faceva
un certo esercizio perché il monaco potesse, attraverso la scelta
di determinati colori da usare per le Icone (le immagini sacre), ottenere
su se stesso una trasformazione interiore. Le icone hanno un valore
di trasformazione interiore di grande portata, ed infatti non era concesso,
al monaco ortodosso di quei tempi, usare una tinta che piaceva, ma il
colore doveva essere tale da produrre un certo effetto sullo spirito.
Ed anche ora, come allora, come educazione artistica per abituare a
dipingere, si può seguire l’andamento normale, però
l’individuo deve contemporaneamente conoscere il motivo per cui
deve usare, per esempio, l’azzurro fra le penne di un Angelo.
Per esempio, nelle pitture, il Rublev (un pittore ortodosso russo dell’epoca
antica: fra il 1300 e il 1400), che ha fatto vari quadri (fra gli altri:
"La Trinità", "Il Giudizio") usava anzitutto
dipingere dei personaggi altissimi (si parla addirittura di sproporzioni
di corpi che erano 14 volte più lunghi della testa) per dare
il senso della proiezione verso l’infinito. E poi le bianche ali
degli Angeli avevano dell’azzurro nel mezzo. E quell’azzurro
non era messo così: per senso estetico, ma per ottenere un effetto
su colui che doveva pregare davanti a quell’immagine.
La
pittura dell’icona aveva una doppia funzione: la prima era quella
di trasformare in Santo e in Adepto il pittore; la seconda era quella
di produrre sui fedeli osservatori dell’icona - in sostanza: di
quella immagine - il medesimo effetto di rigenerazione spirituale.
Noi,
che cosa abbiamo nei tempi di oggi, e anche un po’ nel passato?
Questo dipingere, questa febbre disordinata di fare delle opere d’arte
senza badare all’importanza occulta, segreta, di questi colori,
i quali, guardati a lungo, fanno diventare l’individuo egoista
oppure generoso, umano oppure disumano, violento e sensuale, oppure
spirituale e casto. Non è a caso, quindi, che questi antichi
usassero determinati colori. Infatti, per fare un esempio: il manto
azzurro, la sottoveste rossa, il fondo giallo-oro, come colori e tenendo
conto solo della bellezza del quadro, potevano andare bene, ma si poteva
anche fare diversamente, come mettere altre tinte per mettere in maggior
risalto alcuni aspetti, ma la pittura doveva servire per fare la santità
dell’individuo, e non per divertirlo. Quindi, dovevano essere
scelti alcuni determinati colori, e non altri.
Ora,
noi, invece, vediamo molti pittori che usano delle tinte d’effetto.
Sì: siamo d’accordo sul fatto che impressionino; del resto,
anche la pubblicità, oggi, utilizza la magia del colore, usando
questo potere. Infatti, questi grandi organizzatori della pubblicità
mobilitano degli esperti, degli artisti, per studiare quali tinte possano
colpire di più la gente che vede il cartellone pubblicitario;
e questo allo scopo di far comprare quel prodotto. Quindi, in un certo
senso, se noi teniamo conto della scaltrezza usata da certi industriali
che capiscono quanto siano importanti il colore, il disegno, l’immagine,
per vendere, automaticamente abbiamo una prova pratica della teologia
dell’icona di cui parlavamo prima. Infatti gli organizzatori pubblicitari,
utilizzando, con la forma del disegno, alcuni gruppi di colori, colpiscono
il potenziale cliente, che resta impressionato, pensoso e desideroso
di possedere quel prodotto, e soltanto quello, e non un altro. Quindi,
resta turbato, tanto che, dopo qualche giorno, dopo qualche tempo di
riflessione, ripensando a quella pubblicità, va dal negoziante
a chiedere quella lavatrice, quell’elettrodomestico, o quella
borsa, di quella marca, e possibilmente di quel colore.
Allora:
se noi sfruttiamo l’abilità di questi industriali, che
fanno scegliere i colori più efficaci (perché lì
fanno le statistiche per vedere se la popolazione è sensibile
al giallo, oppure al verde, o al rosso, o al nero) e possono vedere
se, mettendo, per esempio, un blu accanto a un giallo, questo pubblico
resta, oppure no, affascinato, anche noi potremmo fare altrettanto,
scegliendo i colori più efficaci per lo scopo che vogliamo conferire
ad un’icona.
Dunque,
ci sono delle statistiche, delle prove, e quindi questi industriali
sanno come debbono fare la pubblicità per incastrare il compratore,
che è magari momentaneamente indifferente a quel prodotto, ma
che diventa, nel suo inconscio, innamorato di esso, dopo aver osservato
la pubblicità.
Ebbene:
nella educazione artistica, quando noi avremo spiegato agli Artisti
che, utilizzando determinati colori, essi, nel giro di pochi mesi, potranno
portarsi all’altezza di un grande Iniziato, noi avremo dato a
questi individui una chiave di autorealizzazione, una chiave di liberazione
dal gioco della mediocrità umana. Quindi, l’Arte è
importante.
Qualcuno
potrebbe obbiettare di non avere attitudini alla pittura e al disegno.
Ma che importa? l’interessante è che egli si eserciti come
può, sulla falsariga delle direttive di un insegnante, il quale
dia i rudimenti del disegno e l’uso del pennello e del colore.
Poi, a seconda delle proprie attitudini, potrebbe fare delle opere d’Arte;
oppure può non averne la disposizione, e quindi non farle, ma
questo poco importerebbe: quel che conta è cimentarsi nella pittura.
Questo
fenomeno l’ho sperimentato io stesso. Io non sono un artista,
non sono pittore, non sono disegnatore; però sento molto la pittura,
la scultura e il disegno, e mi emoziono di fronte a certe bellezze estetiche.
Provo questa gioia, se l’opera è ben fatta, oppure un certo
senso di ribellione o di disagio, se il colore non è ben sistemato
con un altro. Io non ho quella facilità che hanno alcuni artisti;
ma questo non vuol dire, perché anche facendo una cattiva pittura,
ma scegliendo i colori appropriati, la trasformazione interiore avviene.
Se l’individuo è capace, è meglio, perché
allora ottiene ancora di più, perché il pittore deve dipingere
per sé e per gli altri: non ci può essere l’Artista
che crea l’opera d’Arte per se stesso, perché sarebbe
un egoista, un individuo che gode attraverso la contemplazione della
sua personale opera creativa d’Arte, ma che si chiude in se stesso,
mentre invece dovrebbe prodigarsi perché la sua opera d’Arte
possa influenzare ed impressionare gli altri, per offrire il suo prodotto.
E qual è questo prodotto? E’ il messaggio del Cristo. Questo
è fondamentale. Il messaggio del Cristo deve essere offerto e
deve farsi sentire come necessario. Ora: il Vangelo si può portare
alle genti, e per Vangelo intendo sia la Morale assoluta cristica, sia
la Sapienza, sia la Conoscenza: la Gnosi vera, cioè, non la gnosi
eretica, bensì la Gnosi vera del Cristo.
Ebbene:
questo esercizio è straordinario. Ci fu un momento della mia
vita in cui, come tutti gli uomini, sbandai, e in questo sbandamento
spirituale, siccome mi ricordai della potenza del colore e della sua
forza, mi sovvenni della prerogativa che ha l’Arte di fare l’individuo
uomo o demone, bestia o angelo, e così mi misi a dipingere delle
immagini sacre, e dipinsi un Cristo. Per dire la verità: non
era un gran ché, come opera d’Arte. Questa pittura avrebbe
potuto benissimo essere criticata come infantile, dura e legnosa. Però
avevo usato degli accorgimenti cromatici che mi dovevano riportare nella
mia giusta interiorità, e che mi avrebbero dovuto ridare l’equilibrio
che avevo perduto.
Avevo
ceduto momentaneamente ad altri fascini estetici che mi portavano lontano
dalla perfezione spirituale voluta dal Cristo; e fu allora, che mi cimentai
nella pittura di questo Cristo: appunto per ritrovare il giusto me stesso.
E che cosa facevo? Seguivo un po’ l’istinto, per poter fare
queste immagini; però mettevo i colori che dovevano risvegliare
determinati Centri di Forza in me. Perché - mi si intenda bene
- non è che io, in quel periodo, peccassi di scienza: la scienza
la conoscevo abbastanza, come oggi; soltanto accadeva che io mi trovassi
in una di quelle famose crisi di cui parlavo poc’anzi con uno
dei presenti. L’uomo, pur sapendo che la Strada è soltanto
quella, a un certo momento - va’ a sapere perché - va di
qua, va di là, e si smarrisce, e perde tempo, mentre invece deve
arrivare a destinazione. E’ un po’ la faccenda di Cappuccetto
Rosso, che sa di dover andare dalla nonna, ma si ferma a guardare un
fiorellino, o un’altra cosa, finché, a un certo momento,
prima arriva il lupo a mangiare la nonna, e poi Cappuccetto Rosso si
trova a tu per tu con il lupo ... (se ricordo bene la favola).
Allora:
feci questa pittura, e poi mi misi a meditare su di essa, cercando di
interiorizzarla. Perché il pittore, in genere, che cosa fa? fa
l’opera d’Arte, poi se la guarda e se l’ammira: è
bella, però va ritoccata; allora la corregge, le dà ancora
qualche tocco di pennello. Ora è perfetta. E poi, o la regala
ad un amico, o la mette da parte, oppure la vende e passa poi ad un
altro lavoro. Magari ripete lo stesso soggetto, modificandolo, per cercare
di raggiungere una migliore perfezione. Però non sa che cosa
deve fare affinché quella pittura lo trasmuti interiormente.
Vi
è però l’ascesi artistica, che ha degli elementi
che, utilizzati con saggezza, possono dare questa modificazione. Allora
cominciai a meditare sopra questo Cristo. In sostanza, cercavo di aprire
quella figura, di dar vita al Cristo che avevo dipinto, e cercavo di
abbracciarlo. La meditazione consisteva nel dimenticare me stesso come
uomo sperduto, e nell’abbracciarmi con il Cristo dipinto, che
avevo idealizzato e reso tanto vivo da sentirlo penetrare, come fuoco
divoratore e purificatore, dentro di me. In quei momenti, per qualche
istante, potevo dire, come San Paolo: "Non io vivo, ma il Cristo
vive in me". Non io vivevo, ma la pittura viveva in me: l’avevo
interiorizzata.
Questo
procedimento mi fece rompere i ponti nei confronti dello sbandamento
che mi aveva colpito, e ripresi il mio cammino verso l’ascesi
e verso il lavoro di evangelizzazione, con maggior energia; e la forza
fu talmente potente, che troncai ogni rapporto anche con alcune correnti
che mi disturbavano, ed ebbi il coraggio di dire. "Basta, con voi
non ci sto più, mi fate schifo, perché la Via mia è
quella di Dio, e non quella del materialismo storico, tanto per precisare".
Ecco perché insisto su questo campo.
La
pittura, il colore, anzi: questo gioco di colori, hanno il potere di
risvegliare in noi dei Centri di Forza.
Coloro
che studiano le dottrine esoteriche sanno che l’uomo, dal punto
di vista invisibile, è formato in un certo modo: oltre il corpo
fisico, anzi: al di là del corpo fisico, c’è l’uomo
energetico, l’uomo animico, l’uomo spirituale, che è
fatto di luci, di colori. Infatti, se un individuo riesce a sdoppiarsi
e ad uscire dal proprio corpo proiettandosi nelle dimensioni successive,
si trova in un mondo particolare, fatto di colori; ma di colori non
piatti, terrosi, opachi, densi, ma di quei colori che non si possono
descrivere, perché noi siamo abituati ai colori fatti con sostanze
chimiche, che si avvicinano, sì, alla luce, ma che non sono la
luce: possono darne solo l’impressione. Anche se, a un certo momento,
è stato usato per esempio dell’oro, per fare l’aureola,
l’Aura dei Santi, nell’intento di dare il senso glorioso
dell’individuo che è salito a un livello superiore, teniamo
presente che l’oro pittorico non è l’Oro-Luce, poiché
questo è ben diverso. Qualche volta, guardando il cielo, si ha
l’impressione di vedere una luce trasparente, ma non è
nemmeno questa, la luce di cui si diceva, perché quella che vediamo
è una luminosità materiale, cioè di questa dimensione.
Vi sono luci dell’aldilà che sono particolari: luci che
vi posso confermare di aver visto, anche se non posso descriverle con
efficacia. Questi colori io non li posso descrivere adeguatamente e
validamente, perché queste sono esperienze che vanno vissute
di persona, e non è possibile trasmetterne l’essenza. Facciamo
un esempio. Uno dice: "Che sapore ha questo?"; gli si risponde:
"E’ dolce come un’arancia". Sì: il richiedente
può immaginarsi che è dolce; ma se non ha mai mangiato
un’arancia si trova in difficoltà a capire che sapore può
avere. E altrettanto avviene per questi colori immateriali: bisogna
vederli.
Oltre
tutto, dicevamo, l’uomo è formato di colori-luce, perché
tutta la creazione invisibile è formata di colori-luce. Il pittore
deve riuscire a dipingere questi colori-luce, sintonizzandosi, uniformandosi
ed entrando in comunicazione con essi, e deve anche sapere quali di
tali colori con- vengano per la sua perfezione, per la sua salita verso
Dio, verso la suprema perfezione.
Per
tutto questo, noi abbiamo degli elementi, ma che non possiamo trattare
in una breve conversazione improvvisata, così, sui due piedi;
però abbiamo anche delle notizie, delle informazioni che, prima
prese in esame e sperimentate, e poi seguite da un lavoro di equipe
(un lavoro di individui i quali, da un lato sono egli esoterici, e dall’altro
sono degli artisti), si può arrivare a gettare le basi di una
concreta ascesi artistica. Allora sì, che può sorgere
una rivoluzione degli artisti contro gli artisti, perché ci sono
gli artisti di Dio e quelli della forza avversa, i quali vanno bloccati,
a un certo punto, perché il male, oltre una data misura, diventa
troppo tossico. Il male, purtroppo, ci vuole, ma solo quanto basta per
l’equilibrio universale; se eccede, è la rovina.
Abbiamo
detto che abbiamo degli elementi importanti, per poter stabilire i colori
che fanno bene alla salute dello Spirito, dell’Anima emotiva e
dell’Eros, cioè ai tre componenti della trinità
spirituale dell’individuo. E, utilizzati, questi colori risvegliano
i Centri di Forza (noi abbiamo sette importanti Centri di Forza, scaglionati
dalla sommità del cranio, come sapete, verso il basso; Centri
che in alcuni individui sono attivi, e in altri non sono in movimento
evidente), i quali sintonizzano: simpatizzano, diremmo, con certi colori-luce.
Abbiamo
anche fatto comprendere che, in certo qual modo ed approssimativamente,
questi colori si possono adattare ai colori della tavolozza, cioè
ai colori che si trovano in commercio, i quali, in mancanza d’altro,
possono servire per l’opera pittorica.
Se
noi, quindi, ci esercitiamo qualche volta la settimana, o meglio ancora
tutti i giorni, a fare un’opera d’arte (abbiamo detto che
non ha importanza se l’individuo ha, o non ha, attitudini ottime
per il disegno e la pittura: l’interessante è che dipinga.
Infatti, tutti, più o meno, ce la caviamo a dipingere e a disegnare:
comunque riusciamo a fare qualcosa. Anche i bambini scarabocchiano a
scuola: fanno a volte delle figure che fanno spavento; comunque le fanno,
e magari sono anche interessanti dal lato del colore: destano una certa
attenzione); ebbene: se noi ci esercitiamo secondo i canoni e le direttive
della scienza dei colori secondo l’Archeosofia, arriveremo, a
un certo momento, a risvegliare quei Centri di Forza, dando ad ognuno
il numero di giri, cioè quelle determinate vibrazioni più
consone alla comunione con il piano corrispondente. Mi spiego meglio:
noi abbiamo questi Centri di Forza: uno alla sommità della testa
(coronarico), uno tra le sopracciglia (frontale), uno davanti alla gola
(laringeo), uno al cuore (cardiaco), poi all’ombelico (ombelicale),
poi alla milza (splenico), poi alla base della spina dorsale (radicale,
o basico) . Ve ne sono altri: alle mani, ai piedi, e in altri punti
del corpo. A noi interessano soltanto questi sette fondamentali. Con
questi sette si possono fare prodigi. Sono sette scale che portano in
cima al Paradiso, questi Centri di Forza; e quindi ci basta già
lavorare su di questi. Ebbene: ognuno di questi Centri corrisponde a
una dimensione, a un cielo, corrisponde, in sostanza, a .... - Come
faccio a spiegarlo ...?: qui siamo nelle dimensioni cosmiche; cose che
non si vedono ma che ci sono... - comunque, l’uomo è compresente.
Se questi sette Centri fossero accesi, tutti attivi (e in qualcuno di
voi è attivo) allora questi Centri di Forza sarebbero delle antenne,
dei radar in comunicazione con un mondo, anzi: con tutto un mondo. Noi
siamo collegati con sette mondi. Noi, piccolini così, siamo immensi,
perché siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, quindi siamo
veramente cosmici. Non ci rendiamo conto di quanto siamo grandi e di
quanto, allo stesso tempo, siamo piccoli rispetto al Creatore. Piccoli,
perché non siamo il Creatore. Noi siamo al di fuori dei concetti
panteistici, perché Dio è Iddio e noi siamo noi, in sostanza.
E’ come dire: "L’artista e il quadro": non sono
la stessa cosa. Ci può essere un certo rapporto di simpatia,
di analogia, ma non la stessa cosa. Ecco la differenza, quindi, dell’impostazione
di alcune correnti di pensiero che ci buttano nel panteismo ideale,
nell’idealismo panteistico, e ci allontanano sempre più
dalla perfezione. Si cerca la perfezione e invece si va indietro: si
diventa razionalisti e non santificati.
Questi
sette Centri di Forza, che corrisponderebbero a questi piani, a questi
mondi, a questi cieli, si possono risvegliare nel modo conveniente,
per vivere in quel mondo stando in questo; finché siamo in carne,
finché siamo vivi, possiamo entrare in collegamento con i colori,
con certi colori.
Qua,
per esempio, io avevo tracciato un quadro (che, da lontano, si vede
poco) dell’uomo, o della donna - perché noi archeosofi
consideriamo la donna come l’uomo: lo stesso, con gli stessi diritti
e doveri cosmici, in conformità all’insegnamento del Cristo.
Bene: questi sette Centri, che corrispondono a sette colori, a sette
cieli, ecc., si possono muovere, svegliare, eccitare, rendere molto
attivi, vivi, pulsanti, dilatati, e con ciò riusciamo a realizzare
una comunione con tutto l’universo.
Noi,
come ho detto prima, non partiamo da zero, perché esiste una
certa esperienza, nella teologia dell’Icona, sia in Grecia che
nella Russia dei tempi buoni, quando si lavorava veramente per un cristianesimo
esoterico, e non per un cristianesimo sociale, mediocre, come quello
di oggi. Noi abbiamo questi elementi preziosi, ed è quindi possibile
educare noi stessi come neo-artisti, come improvvisati artisti, e meglio
ancora sarà per chi è già artista - diciamo per
professione o per passione - perché allora non ha bisogno del
tirocinio che occorre per l’Arte, intesa come artificio per ottenere
un determinato risultato. Quello che è già addentro deve
avere soltanto una preoccupazione: quella di salvare la libertà
creativa. L’Artista, infatti, deve essere libero: non può
fare dell’Arte attraverso il ragionamento. Egli, ripetiamo, deve
essere libero e creare, ma al tempo stesso deve educarsi, conoscere
il significato dei colori, la potenza di ciascuno di essi e il giuoco
delle combinazioni, in maniera che questo bagaglio di sapienza (come
lo vogliamo chiamare? sapienza cromatica?: sì, perché
è una sapienza del colore), quando, a un certo momento, deve
fare una creazione artistica, egli operi liberamente. Però, essendo
stata modificata la sua natura attraverso la conoscenza di ciò
che è buono e di ciò che è cattivo nel campo del
gioco dei colori, scelga spontaneamente i colori da usare. La sua scelta,
ripetiamo, sarà spontanea, cioè non condizionata, ma,
essendo egli un individuo che si è pre-educato, questa sua educazione
lo guiderà nella giusta scelta dei colori. In sostanza: esiste
una morale dei colori, ed è la scelta ispirata da questa morale,
che lo metterà nelle condizioni di essere un Artista libero ma
onesto, pulito, giusto, conforme alla bellezza. Uno può essere
infatti un Artista di bruttezza oppure un Artista di bellezza: sempre
di Arte, si tratta. Perché anche il brutto, quando è veramente
brutto, è artistico.
Un’azione
violenta, fatta con una potenza da far provare la sensazione dell’orrido,
se è fatta veramente così, con lo scopo d far provare
questa sensazione, è bella: è un orrido bello, è
una bruttezza bella. Sembrerebbe un paradosso, questo linguaggio.
Se
non mi so esprimere bene, perdonatemi, perché sono un uomo che
cerca di esternare ciò che sente, perché ciò che
vi dico non è mio, ma mi viene detto; ed io ve lo porgo come
un dono: un dono d’amore; prendetelo per quello che può
essere: è un dono che faccio come posso. C’è chi
è elegante, nel porgere un dono; e c’è chi è
inelegante. Però è sempre un dono. Quello che conta è
l’essenza, il succo del contenuto.
Per
tornare al nostro argomento. Allora: l’Artista che sa ormai che
cosa deve fare per dipingere veramente nella volontà di Dio (e
lo sa ormai quasi automaticamente, perché il pittore non può
fare come un Kandinskij, che si mette a fare della pittura ragionando:
ci vuole sempre quello slancio di libertà creativa) bisogna che
imponga alla propria coscienza una determinata sensibilità.
E’
come il respirare. Noi non pensiamo certamente quanti giri deve fare
il sangue entrando od uscendo dal cuore, e quante volte i polmoni debbono
pompare. No: è una cosa automatica. Perciò, l’Artista
deve conseguire questo automatismo di conoscenza della morale del colore,
e poi produrre liberamente.
Questo
processo di dipingere deve essere collegato ad altri fattori molto importanti.
Molti pittori, per esempio, fanno dei quadri dipingendo dei fiori, degli
oggetti. Ci fu quel famoso pittore che dipingeva soltanto bottiglie:
alte, basse, larghe, comunque solo bottiglie. Un altro che faceva teste
e colli lunghi, e sempre colli lunghi, e basta. Altri invece dipingono
dei tramonti, ed insistono sempre sui tramonti. Non sto qui a condannare
l’individuo. Dico soltanto che c’è il pericolo che,
a un certo momento, quel pittore diventi lui stesso una bottiglia, a
forza di dipingere bottiglie.
Il
pittore è un uomo sociale, e allora, quando dipinge, non deve,
non può, perché è una responsabilità gravissima,
dare ai posteri soltanto bottiglie e bicchieri dipinti, e basta. Oppure
porgere soltanto dei meravigliosi cestini pieni di frutta. Fatta bene
... dice: "ma guarda: sembra vera, sembra colta da poco; c’è
perfino una goccia di rugiada, che sembra proprio una goccia di rugiada".
Però è frutta, e basta. Invece, il pittore Archeosofo
deve cercare di inserire la bottiglia o la frutta nell’insieme
di una scena che abbia un significato sociale, profondo; deve, in sostanza,
rispecchiare il momento storico che attraversa, e purificare quel momento
con l’opera d’Arte.
Noi
siamo in un momento drammatico della storia mondiale, dove gli individui
si distruggono a vicenda, si odiano, non si amano. Ebbene: il pittore
deve realizzare delle opere d’Arte in cui non soltanto i colori,
ma tutto l’insieme dell’opera sia tale da risvegliare in
lui quei Centri di Forza e, di riflesso, provocare, in chi osserva l’opera,
un’emozione che possa risvegliare anche in questi i Centri di
Forza benefici. Questo quadro deve essere tale da suscitare un’emozione,
che può essere cosciente, ma anche inconscia; però, anche
se inconscia, ha la sua grande portata, perché lavora nell’interiorità
dell’individuo, lo sconvolge in senso benefico e lo trasforma.
Quindi il pittore deve produrre quadri che abbiano un significato più
profondo della semplice visione che presentano. Il pittore che dipinge
in un modo incomprensibile per il pubblico, è un egoista, perché
l’Artista deve fare per sé e per gli altri, poiché
la nostra missione di esseri umani, e di cristiani in particolare, è
quella di aiutare il prossimo, e il prossimo, con l’Arte si può
aiutare in un modo meraviglioso. Lo vediamo, infatti, nella nostra vita
quotidiana: nei libri, nelle illustrazioni, nei giornali, tutto è
immagine, tutto è figura, e altrettanto accade nel cinematografo,
nella televisione, dove tutto è figura, tutto è forma,
tutto è colore; quindi l’importanza dell’immagine
è fondamentale: fa l’uomo assassino o l’uomo buono.
Facciamo
un esempio. I giovani che non sono di buona natura, se vedono una trasmissione
televisiva dove la maggior parte degli attori si ammazzano a vicenda
a colpi di revolver, che cosa provano, quando escono dallo spettacolo?
Il desiderio di imitare; vogliono fare un’opera d’arte anche
loro: ammazzare qualcuno. Perché l’opera d’arte viene
anche fatta in modo diverso dalla pittura: con l’azione, con i
fatti. Quindi questi ipotetici giovani vedono i gangster, e quando escono
impressionati, emozionati e soddisfatti da quella immagine, pensano
di fare anche loro un’opera d’arte. Quale? Ammazzando altra
gente, derubandola: quella è la loro "opera d’arte",
perché loro già la creano, la visualizzano nella mente,
proprio come dicevano Leonardo da Vinci e Michelangelo. Mi pare che
il discorso, più o meno, sia così: "l’uomo
dipinge con la mente e con il pennello ... con la mano" (o qualcosa
del genere). Sì, perché, ricevuta l’impressione,
l’individuo poi comincia a pensare; se c’è un’emozione,
c’è anche un pensiero, c’è l’idea, e
allora costruisce nella sua mente un scena similare, e la vuol tradurre
in esperienza.
Se
capita a qualcuno di noi di vedere una scena a delinquere alla televisione
o sul grande schermo, per quel poco di malignità che sussiste
in tutti gli individui, compresi i Santi (c’è sempre un
po’ di maligno che resta: siamo sul pianeta Terra quindi ... !),
se vediamo due che lottano e uno di loro è ingiusto, e l’altro
è il migliore; se il migliore ammazza l’altro, allora:
"bello!" tutto contento dice, "l’ha fatto fuori,
era l’ora che lo facesse!". Però si guarda bene di
pensare, di fare un’azione di questa fatta, perché è
buono, in sostanza: c’è soltanto un malignità allo
stato cerebrale, e non allo stato attivo, reale.
Il
pittore, dicevamo, deve fare dei quadri che rispecchino la civiltà
del momento, o la civiltà del futuro, se è capace di intuirla,
se è capace di vedere tanto lontano nel tempo futuro, da fare
un quadro che rispecchi ciò che sarà domani, dopodomani,
o a distanza di secoli o di millenni, ma deve far sempre in modo da
costruire (non distruggere) le coscienze altrui, perché se fa
un quadro i cui colori sono micidiali, tali da risvegliare l’aspetto
negativo dei Centri occulti che ha l’individuo, e che quindi mettono
in moto le forze telluriche, malefiche della sua natura, di riflesso,
a causa di quei colori e di quell’immagine, il pittore risveglia
negli altri gli stessi istinti. Quindi dipingere. Si può utilizzare
anche un portacenere, che è una cosa sciocca, come modello; però,
se è fatto bene, uno dice: "è fatto veramente come
un portacenere: gli somiglia"; allora si può dare atto al
disegnatore, al pittore, di ave fatto un lavoro molto somigliante, comprensibile
a tutti. Perché la pittura, ripetiamo, deve essere comprensibile,
visibile. E in questo la Chiesa ha ragione, quando vuole dai pittori
veramente quella che possiamo chiamare la comprensibilità della
scena.
Quando
ci fu la famosa lotta contro il Caravaggio, la Chiesa tutti i torti
non li aveva, perché lui vedeva con occhio democratico i personaggi
dei Vangeli. Quindi diceva: "Pietro era un pescatore, e quindi
come deve essere? Le mani devono essere callose, perché tirano
le reti; le gambe devono essere varicose, perché è anziano;
ecc." ; ma agli effetti dell’Iniziazione, agli effetti dell’Ascesi,
i quadri in Chiesa hanno la funzione di portare alla meditazione. Certamente
i fedeli non sono allenati a queste dottrine: più o meno seguono
il sentimento, la devozione, però è necessario un certo
lavoro interiore, perché quando uno prega davanti ad un’immagine
che sia veramente spirituale di Cristo, ne trae un grande beneficio.
Se questa immagine è materiale, l’individuo fa la preghiera,
ma non l’interiorizza, non risveglia delle potenze superiori,
ma risveglia delle forze basse.
Quindi,
il Caravaggio, in sostanza, lavorava bene: era magnifico per la precisione,
per i colori, per quelle luci così efficaci. E conosceva bene
l’anatomia. E’ tutto. Però era volgare nei personaggi.
Sì, d’accordo: dal punto di vista umano, lui aveva ragione,
perché questi personaggi erano dei pescatori, gente del popolo
che soffre, che lavora, e il peso, la fatica, il sole, l’età,
rendono gli individui in quel determinato modo, fisicamente parlando;
ma il quadro, anche se deve presentare un pescatore, deve rappresentare
un pescatore speciale, perché quelli erano pescatori di anime,
e non soltanto di pesci. Uno può essere un pescatore di anguille,
di lucci, non so: qualcosa del genere; ma quando ha una funzione sociale:
quella di cercare degli individui per spiegare ad essi la Via che porta
a Dio, e darsi da fare perché si rinnovino e diventino diversi,
allora la sua immagine deve avere certi colori che risveglino la spiritualità,
e una spiritualità operante, attiva, perché il quadro
deve suscitare amore di Dio e amore del prossimo. Che dice il Cristo
a quel giovane ricco che chiede che cosa debba fare per guadagnarsi
il Regno dei Cieli? Gli risponde: "Ama il Dio tuo con tutto il
tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze, e il prossimo
tuo come te stesso".
Allora
il quadro, anche se riproduce una bottiglia, deve essere conforme a
ciò che ha detto il Cristo: deve suscitare, nell’individuo
che l’osserva, l’amore per Dio e per il prossimo, e allora,
siccome una bottiglia, anche se è dipinta con il colore dell’amore
di Dio e del prossimo (che potrebbe essere, per esempio, un bel blu
cobalto, un bel bianco, o un rosa trasparente) è pur sempre un
oggetto particolare: una bottiglia, e nulla di più. Se il dipinto
riproducesse una coppa, già potrebbe dare il senso del Graal.
E il Graal, la coppa che viene riprodotta in certi antichi quadri bizantini,
significa la Parola di Dio. La Parola di Dio, la Coppa del Graal: una
richiama l’altra. Ma questo solo in chi già è spiritualmente
preparato a collegare la Coppa con la Parola. Infatti, la coppa può
servire per bere del vino, o dell’acqua, o per altri usi: per
scioglierci una vernice, o qualcosa del genere, per esempio. Quindi,
questa Coppa, o questa bottiglia, va inserita in un contesto sociale,
in cui questa visione faccia pensare alla funzione che ha l’Umanità.
Quindi, il pittore stesso, che fa parte dell’Umanità, se
fa di questi lavori con la consapevolezza di ciò che fa, dimostra
di essere un vero pittore, altrimenti è un mascalzone senza saperlo.
Noi vediamo nelle Gallerie alcuni quadri che ci sembrano interessanti,
piacevoli, e questo perché? Perché hanno risvegliato in
noi l’istinto malvagio. Il quadro, a volte, ci sembra bello perché
ha risvegliato in noi la natura materiale, che non è buona; forse,
se quel quadro fosse spirituale, non risveglierebbe in noi la passione.
Il pittore ha quindi il dovere di fare dei dipinti comprensibili: non
deve mettere gli osservatori in condizioni di chiedersi: "Che cosa
ha voluto dire?".
Sì,
d’accordo: c’è l’astrattismo, il quale pure
ha la sua importanza, perché, alla fin fine, non è del
tutto fuori luogo, in quanto esistono delle cose che non hanno una forma
delineata. Se un pittore volesse dipingere un’onda elettromagnetica
che parte, per esempio, da una macchia del sole, e che non si vede,
ma che l’occhio del veggente può vedere, oppure che è
percepita dalla sensibilità o dall’intuizione di quel pittore
del tutto particolare, evidentemente verrebbe dipinto un quadro astratto,
incomprensibile. L’autore di questo quadro rappresenterebbe l’onda
in quel certo modo, cioè come lui l’ha percepita; però,
poiché l’osservatore non potrebbe, senza un aiuto, comprendere
quel dipinto, il pittore dovrebbe scrivere sotto: "Questa è
un’onda che è partita dal sole; anzi, da una macchia del
sole, e parte da qui e va a finire nell’infinito da quest’altra
parte", altrimenti l’osservatore guarda, poi guarda nuovamente;
non capisce nulla, e finisce con il pensare: "Ma che strani, questi
pittori... !".
Quindi,
anche l’astrattismo ha la sua importanza (anch’esso fa parte
dell’Arte, perché uno può dipingere le cose che
vede con gli occhi fisici, ed anche quelle che gli occhi fisici non
vedono, ma che esistono e che si possono intuire in un altro modo),
però, quando un pittore lancia nel mondo le sue opere, deve rendersi
conto di assumersi delle responsabilità. E’ come lo scrittore.
Se uno scrittore compone libri di incitamento all’immoralità,
commette un crimine. Un individuo non può scrivere così,
tanto per guadagnare soldi, o per accontentare un editore, o per la
mania di scrivere: deve scrivere coscienzioso, sapendo quello che fa,
conoscendo le sue responsabilità, perché ciò che
l’individuo scrive oggi può avere una certa importanza
per cento, duecento, mille, tremila anni.
Quando
Socrate parlava per le piazze, ed altri trascrivevano i suoi dialoghi,
lui mica andava a pensare che noi, oggi, avremmo ancora ripetuto le
sue parole. E meno male che erano parole sante, e quindi hanno fatto
del bene alla società. Ma se fossero state parole malvagie i
cattivi soggetti di oggi avrebbero raccolto quei messaggi e li avrebbero
utilizzati come un’arma contro la società e contro se stessi:
è evidente.
Perciò
la pittura deve essere comprensibile. L’individuo può usare
qualunque cosa comune: delle chiavi, un microfono, un pezzo di carta,
degli occhiali, ma il tutto deve essere inserito in un certo modo, in
una scena significativa che rispetti ciò che l’umanità
è, e ciò che questa umanità deve diventare secondo
il Messaggio del Cristo.
Per
quanto riguarda la pittura intesa come Arte materiale, indirizzata alla
società concreta, al "popolino", si direbbe oggi, è
stata fatta un’opera grandiosa. Numerose sono le opere di grandi
pittori, specialmente del Rinascimento: opere che riguardavano anche
la Religione "di massa" (chiamiamola così). Per quel
che concerne invece la pittura "d’élite", cioè
quella che si riferisce ad un certo ambiente, composto da individui
preparati che seguono una corrente di pensiero, allora i soggetti devono
essere conformi alla dottrina stessa. I soggetti pittorici debbono essere
delle specie di "sintesi": dei Vangeli pittorici, diciamo:
dei Vangeli figurati, in modo che abbiano una ripercussione, una sensibile
influenza sugli amici che lavorano su se stessi per la perfezione loro
e degli altri. Poi, quando il pittore ha fatto il quadro, non deve metterlo
lì, da parte, come cosa compiuta. No! Il quadro è solo
il primo passo; poi c’è l’altro: bisogna interiorizzarlo!
L’individuo ha "buttato fuori se stesso" (si parla del
pittore veramente completo in senso archeosofico), poi deve fare un
lavoro di meditazione e di contemplazione: lui deve, ad un certo momento,
non vedere più nulla, non sentire i rumori, essere nel silenzio
più assoluto e sentirsi in comunione totale con la sua opera,
come se il quadro e lui fossero una stessa cosa. Allora il dipinto diventa
un castello di meditazione, perché il quadro è come un
castello, è come una fortezza. Il quadro, per il fatto stesso
di essere più o meno quadrato, diventa come una specie di recinto
in cui l’individuo si chiude, isolandosi dall’influenza
del mondo materiale. Il pittore, infatti, nel prendere il materiale,
da quel momento, cioè da quando ha preso il cartone, o la tela,
o il legno, e se l’è messo davanti, in quella determinata
forma, si è come blindato, chiuso dentro una fortezza; è
dentro una camera, e il quadro è tutto il suo mondo. Allora deve
muoversi nell’ambito di questo quadro. Esso è un castello
di meditazione, abbiamo detto, e così è.
Qualcosa
di simile viene fatto in India, viene fatto nel Tibet, da qualcuno.
Ci sono i famosi mandala: sono quadri che hanno delle forme geometriche,
e sono fatti usando determinati colori. Allora: il discepolo si mette
per terra e, con tutti questi gessetti colorati, incomincia, prima a
farsi un tracciato: fa i confini col gesso a colori, e lui sta dentro,
in questo quadrato. (anche i Magi fanno un lavoro del genere: si chiudono
dentro un cerchio). Ma anche a monte Athos, per esempio, a Kalampaka.
Qui mi fecero pregare dentro un cerchio di bronzo. C’era la Chiesa,
sopra quelle pietre arenarie alte alte che hanno i monasteri messi in
cima.... sono pittoreschi. Allora: c’era questa cappella suggestiva,
con degli affreschi molto interessanti, dove i colori erano quelli di
cui ho accennato; così: per avere un effetto del tutto particolare;
poi, in mezzo, c’era questo cerchio, e bisognava pregare dentro
il cerchio, non uscire da esso durante la preghiera, perché il
cerchio, visualizzato, costituisce una difesa contro le forze contrarie
(diciamo ahrimaniche, se vogliamo), che possono disturbare l’individuo.
Per l’orante, chiuso così, la preghiera resta più
efficace, perché l’individuo, pensando di essere difeso,
isolato, chiuso dentro il cerchio (lui e lo Spirito Santo dentro il
cerchio), riesce meglio a comunicare e a raccogliere la benedizione
dall’Alto.
Ebbene:
questo concetto, come dicevamo prima, praticato in India da quei pochi
che seguono la Via dello Spirito, rappresenta un mezzo, e contemporaneamente
una forma d’Arte e una forma di pittura, per ottenere determinate
Virtù, cioè delle qualità superiori degne di un
Adepto, degne quindi degli dèi, in sostanza. Si dirà che,
in India, chi segue queste pratiche, non è un cristiano: è
vero, però le tecniche usate sono molto efficaci, per ottenere
la spiritualizzazione dell’individuo.
Allora:
fatta questa fortezza, anzi: le mura di questa fortezza, che non devono
avere porte, perché attraverso quelle porte possono entrare forze
malefiche, il discepolo comincia a segnare dei triangoli, dei cerchi,
delle figure, aggiunge delle lettere, dispone tutto, però usando
colori appropriati, e, mentre fa questo, prega. Ma prega nel modo che
gli è stato insegnato. Il concetto di Dio, per gli Indiani, è
panteistico: tutto è Dio, per loro; ma per noi non è così:
per noi, Dio è l’Essere onnipotente, onnisciente e misericordioso
che è il Padrone del tutto, e noi invece siamo una creazione.
Per loro, invece, che sono, come abbiamo detto panteisti, pregano la
divinità del colore giallo, o la divinità del colore verde,
affinché quella divinità di quel dato colore faccia risvegliare
quel determinato Centro di Forza. Come si vede, in tutti i popoli c’è
una certa somiglianza di tecniche, di mezzi, che noi però possiamo
utilizzare al meglio, in quanto conosciamo tutti questi elementi e,
inoltre, seguiamo la vera e giusta Dottrina religiosa. Possedendo tutto
questo, a noi è possibile fare di più. Ecco perché
noi siamo, in un certo senso, presuntuosi, e vorremmo che tutte le scuole
esoteriche vengano con noi: sotto l’Archeosofia, perché
noi abbiamo utilizzato tutti questi elementi con maggior forza, con
maggior spirito nuovo, con una visione ancor più ampia di quelli
che ci hanno preceduto.
Sia
ben chiaro: noi non neghiamo l’importanza di tutti i filosofi
del passato, di tutti i mistici, di tutti coloro che hanno tentato la
Via iniziatica. Noi siamo rispettosi verso tutti questi pensatori, che
hanno dato del bene e che, se hanno errato, lo hanno fatto in buona
fede. Tutto serve, e noi, che siamo venuti dopo, utilizziamo questo
materiale, come ha fatto Gesù. Il Cristo, prima di presentarsi,
che cosa ha fatto? Ha aspettato che gli preparassero il terreno, poco
alla volta. E questo è avvenuto per mezzo di tutto il travaglio
delle precedenti religioni. In sostanza, c’è una Rivelazione
progressiva che viene utilizzata da quelli che vengono dopo. Naturalmente,
non possiamo, ad un certo momento, dire: "Va bene soltanto il Messaggio
arrivato fino ad Abramo"; no, perché, dopo Abramo, abbiamo
avuto altri Messaggi dall’Alto e bisogna utilizzarli senza trascurare
- diciamo così - la riconoscenza verso Abramo, il quale è
stato, sì, superato, ma il Messaggio che egli ha portato è
sempre valido. Abramo è sempre Abramo, e va amato per quello
che ha saputo captare e portare a noi.
Però,
a un certo momento, noi arriviamo a Giovanni il Battista, arriviamo
a Cristo, ed abbiamo le cose molto più spiegate, in modo più
preciso, sia spiritualmente che concretamente. Così è
per l’ascesi artistica; così è per l’Archeosofia.
Noi non siamo né Abramo, né il Cristo. Ci accontentiamo
di essere degli uomini e delle donne che vogliono bene al Cristo e che
lavorano per se stessi e per l’Umanità, e che si dànno
da fare nella misura delle proprie forze umane e mediocri, cioè
di questo tipo di umanità; ed è già qualcosa. Però,
avendo tutto questo materiale, del quale abbiamo accennato poc’anzi,
è facile pensare che noi, venuti adesso, possiamo dire qualcosa
di più, perché, a un certo momento, quelli che vengono
dopo utilizzano tutto il materiale di prima, ravvivato, purificato,
ben incastrato, ben capito, migliorato, secondo la mentalità
nuova: quella del momento. Quindi è possibile, attraverso la
nostra scuola, portare il messaggio della perfezione alle genti attraverso
vie diverse. Vie che, anche se diverse, fanno sempre parte della stessa
Archeosofia.
L’Arte,
quindi, è uno dei mezzi più potenti, più belli,
perché, come abbiamo visto, l’arte viene utilizzata perfino
dagli industriali per colpire l’immaginazione degli osservatori
occasionali, per costringerli - in un certo senso - ad avere il desiderio
di possedere ciò che viene consigliato.
Noi,
con l’Arte, possiamo entrare nella società, perché
i pittori, gli scultori, i disegnatori sono a migliaia su tutta la terra,
anche se pochissimi sono cultori di esoterismo e vivono nel pensiero
dominante di diventare figli di Dio. Constatiamo infatti che esistono
ben pochi artisti che sono contemporaneamente innamorati dell’Arte
e cercatori di Dio e della perfezione, mentre vi sono molti pittori
che vivono in uno stato caotico di irrequietezza, e che sono dei nevrotici,
perché utilizzano dei colori che non sono quelli della perfezione.
Questi non conoscono la morale cromatica, e di conseguenza seguono il
loro istinto, si beano di ciò che producono, bevono continuamente
il contenuto di questi colori deprimenti, dissocianti, non costruttivi,
e alla fine si riducono a degli scompensati, a dei distorti, a dei rovinati.
Noi vediamo, per esempio, un Van Gogh, che era un mistico, un individuo
che era partito con uno slancio meraviglioso di apostolato cristiano,
che com- pie i suoi studi di teologia, e addirittura dà tutto:
vende tutto, si riduce povero, ed entra in mezzo ai minatori per predicare
l’Evangelo come un San Francesco: con lo stesso slancio. La pittura,
però, lo distrugge. Bella, la pittura di Van Gogh: a me piace.
Mi piace, ma non condivido certi soggetti e certi aspetti, perché
Van Gogh si è ucciso, con la pittura. Infatti lui, attraverso
il travaglio mistico, le crisi, le incertezze, il voler diventare santo
e non essere capace di esserlo, a un certo momento, probabilmente durante
una crisi depressiva, si spara: si tira un colpo di pistola al cuore.
Quindi: un individuo che parte con uno slancio meraviglioso, che va
nelle miniere a predicare la Parola di Dio subendo insulti e scherni
dai minatori materialisti; un individuo che per tutta la vita ha pregato,
ha passato periodi di ritiro in eremi, in attesa del prodigio di diventare
un perfetto e di portare la parola d’amore, ... lui, proprio lui,
finisce miseramente: si spara al cuore come un individuo stanco, fallito,
finito, distrutto. Quella è opera dei soggetti che lui ha dipinto,
di certi colori che ha utilizzato, che hanno creato sempre più,
in lui, lo stato di nevrosi. Quel pittore abilissimo quale è
stato il Van Gogh, con la sua sensibilità estetica e spirituale,
se avesse avuto qualcuno accanto che gli avesse fatto conoscere le idee
che noi stiamo sostenendo, a proposito dei colori, probabilmente non
si sarebbe tirato il colpo di pistola: sarebbe sopravvissuto ed avrebbe
modificato la sua espressione pittorica in un modo nuovo, diverso. Poteva
sempre avere quell’impronta, perché quella era la sua inconfondibile
personalità; però, a un certo momento, i soggetti ed i
colori sarebbero stati coerenti con l’ascesi, e noi avremmo avuto
il pittore Santo, avremmo avuto il pittore Iniziato. Invece noi abbiamo
avuto un pittore interessante, una personalità complessa, tanto
complessa che arriva al punto, come saprete, che, in un momento di disperazione
per aver litigato con un amico, per punirsi si taglia un orecchio. Arriva
a questi estremismi, per punirsi! Quindi c’era del fuoco, in lui.
Infatti, era dell’Ariete: era, quindi, tutto irrequietezza, tutto
impazienza, e voleva arrivare! Però, non era Archeosofo. E’
stato un guaio, non esserlo, perché allora avrebbe potuto lasciare
un ricordo più bello, più grandioso, e i quadri sarebbero
stati più costruttivi.
Quindi,
è importante penetrare nell’ambiente degli Artisti, promuovere
delle mostre. Ma prima bisogna sviluppare la scuola di ascesi artistica,
raccogliere i pittori, convincerli che la strada da battere è
questa, offrire elementi concreti, positivi, in maniera che sappiano
che cosa fare, e come lo debbano fare. Noi, questa sera, ne abbiamo
fatto parola, ne abbiamo accennato così: piuttosto vagamente;
ma bisogna dire, in modo preciso: Se io dipingo con questo verde, che
cosa faccio? che cosa ottengo? quale Centro di Forza paralizzo o sveglio?
quale parte della coscienza entra in azione? entra in azione lo Spirito,
entra in azione l’Anima emotiva. entra in azione l’Eros?
tutti e tre, oppure nessuno di tutti questi? Ci sono dei rapporti: bisogna
stabilirli, bisogna sperimentarli, e, anzitutto, bisogna scoprirli.
Molti
sono stati già scoperti. Per esempio: c’è tutta
l’esperienza, come si diceva, della teologia dell’Icona
di color rosa, che già dà degli elementi; ma non sono
sufficienti. Noi la sappiamo più lunga, perché siamo venuti
dopo. Abbiamo le conquiste della scienza, i medici che hanno fatto certe
esperienze, usando apparecchi e strumenti; hanno fatto anche degli studi
per ottenere delle cure della psiche, oltre che degli organi, con quei
riflettori di cui abbiamo accennato: l’individuo nudo, disteso
nella poltrona, bombardato per un certo tempo da questo fascio di luce
colorata.
Ora:
noi sappiamo che gli attori, per lo più, muoiono di cancro perché
sono bombardati per lungo tempo dalle radiazioni dei riflettori. Quindi,
l’individuo che viene bombardato per pochi minuti con un colore
giallo, o con dell’arancione, o con del violetto, ha una certa
reazione organica e psichica, e questa è stata una scoperta di
diversi scienziati. Questi, per noi, sono elementi utili. Poi ci sono
alcune intuizioni dovute a dei veggenti, e vi sono anche degli Artisti
religiosi. Infatti, a Fiesole, in quella saletta in cui sono esposti
dei quadri antichi, del ‘300, del ‘400, ce ne sono alcuni
che rispettavano questi canoni. Per esempio: c‘era il Cristo e
il Padre. Il Padre era tutto bianco: la Luce Assoluta. Una luce particolare.
Lì è una luce realizzata dal pittore, perché ci
sono luci e luci, come ci sono colori e colori: c’è la
Luce di Dio, e c’è la Luce della Creazione, che hanno un
certo rapporto, ma non sono la stessa cosa, perché Dio è
Luce, è Colore. Ha tutti i colori. Però, nella Creazione,
abbiamo i riflessi: c’è il riflesso: i colori sono fatti
a immagine e somiglianza dei colori di Dio. Quindi, questi colori qui
sono il riflesso dei colori di Dio.
Quali
sono i riflessi dei colori di Dio? Andateglielo a chiedere, perché
non possiamo andarci, per ora, a quell’Altezza, perché
noi possiamo sempre muoverci nell’ambito delle Energie divine,
e non nella sostanza di Dio.
Le
Energie....! Allora Iddio proietta energie, che sono colori; ma colori
del mondo invisibile non sono i colori dell’Energia di Dio, cioè
delle Energie divine. E’ vero: la faccenda è troppo lunga,
e spiegarvela è una cosa complessa; ma io penso che qualcosa
lo avrete già intuìto.
Allora,
quando avremo spiegato l’Ascesi artistica (e bisogna fare un lavoro
sistematico, perché non è la strada unica, questa: l’Ascesi
all’Arte è una delle Vie che si addicono, per esempio:
a tutti, sotto un certo aspetto, e agli Artisti sotto un altro, perché
esistono molti pittori, molti artisti, e, di conseguenza, se riusciamo
a far capire queste idee, a poco a poco i seguaci passano a capire tutta
la dottrina), noi, a un certo momento, avremo gettato le basi per un
manifesto nuovo I pittori, a volte, hanno gettato - come sappiamo -
dei manifesti: li hanno attaccati; hanno dato delle direttive nuove;
hanno proposto nuovi modi di interpretare l’Arte, che secondo
loro andavano bene. Però hanno sbagliato tutti, perché
nessuno conosceva la morale dei colori. Noi, invece, la conosciamo,
e possiamo quindi dire che cosa bisogna fare per diventare un Artista
iniziato, un Artista adepto, un Artista figlio di Dio. Allora noi vedremo
che da questa Toscana, da cui sono usciti i più splendidi Artisti
di tutti i tempi, faremo venir fuori una nuova Arte, che è quella
del passato, ma che è anche quella del presente secondo un nuovo
spirito: lo spirito archeosofico.
Con
questo, io termino questa esposizione, che mi sembra già sufficiente,
per dare un’idea concreta di ciò che si può fare
con l’Arte.
Oggi
abbiamo una quantità di interessanti pittori che si distruggono,
o distruggono la società. Noi vogliamo fare in modo che le energie
che questi fratelli consumano nel travaglio e nella sofferenza interiore,
vengano utilizzate per la loro gioia spirituale di vivere e per dare
alla società la gioia spirituale secondo l’Arte che essi
esprimono. E mi sembra che questa sia una via molto buona, perché,
altrimenti, certi ambienti non si potrebbero nemmeno penetrare, perché,
molto spesso, il nostro linguaggio filosofico può non toccarli
nemmeno. Però, quando li prendiamo nel vivo e si entra nella
questione personale dell’Arte, essi intravedono che, attraverso
questa preparazione del capolavoro, a un certo momento preparano se
stessi per sviluppare dei doni dello spirito, per diventare veggenti,
per vedere i mondi soprasensibili, per diventare degli uomini cosmici,
anzi: degli Artisti cosmici. Io penso che la "proposta" -
chiamiamola così - il programma non sia da buttar via: potrebbe
interessarli, perché una cosa è essere un artista che
si ferma soltanto ai gradini della materialità artistica, altro
è far diventare questo individuo un creatore d’Arte vera,
cioè di opere d’Arte che oggi, domani, fra mille anni,
possano sempre dettare all’Umanità la Via della perfezione
del Cristo.