Il valore del simbolo

L'argomento è piuttosto complesso, perché tutto ciò che viene disegnato raffigura qualcosa, ed è quindi "simbolo" non solo del determinato oggetto, ma anche di un'idea, di un concetto, che possono suscitare diverse sensazioni: di pace, di timore, di bellezza, e così via.

Tutti noi sappiamo che, fin dai tempi più remoti, la prima espressione di comunicatività grafica fu il disegno. Infatti, sono giunti fino a noi i graffiti raffiguranti partite di caccia, animali, persone o scene della vita quotidiana degli uomini primitivi che li avevano disegnati: segno evidente che essi volevano raffigurare qualche episodio saliente, piacevole o spiacevole, che essi avevano materialmente vissuto.

Così, un disegno poteva evocare ricordi gradevoli, ed un altro invece un episodio angoscioso o pauroso; da ciò i diversi significati simbolici: scena di caccia = un pasto abbondante = cosa buona; un animale grosso e feroce = aggressione subìta = paura, fuga, pericolo = cosa non buona.

Più tardi, le civiltà di grandi comunità, o popoli, anche in epoca storica, hanno elaborato un sistema di scrittura a geroglifici, composta cioè di disegni che raffiguravano piante, esseri animati, oggetti -significanti quello che essi rappresentavano- e che subì, in séguito, una decisiva evoluzione dalla pittografia a una scrittura più elaborata, ad ideogrammi e fonogrammi, con le caratteristiche, quindi, della scrittura fonetica, anche se non alfabetica e sillabica. Questo per quanto riguarda soprattutto l'Egitto, civiltà mediterranea.

Ma anche in estremo Oriente la scrittura a ideogrammi -che, per questa civiltà, sono segni derivanti da disegni estremamente semplificati- prese tale consistenza che esiste tuttora. Ed è tanto efficace, che due comunità che non parlano lo stesso linguaggio possono comunicare e intendersi ricorrendo alla scrittura ad ideogrammi.

Quello che vogliamo far notare è che, in un certo senso, sia la scrittura egizia che quella dell'estremo Oriente derivano da disegni simbolici dal preciso significato: sono, cioè, una serie di simboli che comunicano un fatto, un avvenimento, ed anche un pensiero.

Ma i simboli di cui noi vogliamo trattare in questa Rubrica sono segni o sigilli che trascendono il significato materiale dell'oggetto rappresentato, pur essendo raffigurazioni di qualcosa di concreto, perché rappresentano e racchiudono in se stessi un'idea, un valore, una conoscenza.

Sono cioè quei simboli ai quali gli Iniziati di tutti i tempi hanno sempre -e fanno tuttora- riferimento, per la loro trasmutazione interiore e l'ascesa alla Divinità.

In questo caso, il simbolo racchiude in sé delle verità difficilmente esprimibili a parole, proprio perché sono verità eterne, e le parole non sono sufficienti a renderne il concetto, cioè la pura essenza rappresentativa.

In un certo senso, le parabole usate dal Cristo nella Sua predicazione possono essere una raffigurazione orale di un concetto: come si può rappresentare -per esempio- il Regno di Dio, se non ricorrendo ad un racconto simbolico, per dare -sia pur vagamente- agli ascoltatori, il concetto di questo Regno celeste?

Anche i miracoli compiuti da Gesù, e raccontati dai Vangeli, hanno un loro significato simbolico: le malattie stesse di cui erano affetti coloro che sono stati guariti dal Cristo sono, sì, reali, ma sono anche simbolo di altre malattie o malformazioni, che non sono fisiche, ma spirituali.

Tutto ha un simbolo, e tutto è simbolo, nella Mitologia pagana e nelle Sacre Scritture: bisogna saper individuare questi simboli e meditarci sopra, per comprenderli e spiegarli.

Noi parleremo quindi del simbolo della Croce, della Fenice, della Rosa, della Coppa, del Fiore di Loto, e di molti altri ancora, facendo riferimento a quello che ci tramanda la Tradizione: pagana, mitologica, ebraica, kabbalistica, allegorica, cristica, e cioè, in una parola, l'Archeosofia, o Scienza dei Princìpi.

Cercheremo cioè di togliere, almeno fino a che ci sarà consentito dalle nostre limitatezze di esseri umani, quel velo che ci può rendere incomprensibile, a prima vista, il significato del Simbolo stesso.

Secondo le più grandi Scuole iniziatiche dell'Antichità, il Simbolo doveve essere studiato, meditato e compreso nel silenzio della propria interiorità, e poi vissuto. Attraverso questo silenzio e questa meditazione, il Simbolo parlava all'interiorità dell'individuo, e più veniva meditato -e quindi compreso in ogni significato più nascosto- più era efficace la sua azione trasmutante.

Perciò, era soprattutto l'interiorità del discepolo, ciò che contava: se riusciva a trascendere la propria limitatezza materiale, se era capace di entrare con la sua coscienza nel Simbolo, ne coglieva i valori e le verità eterne, traendone grande insegnamento e giovamento per il proprio cammino spirituale.

Ma tutto ciò è valido, validissimo anche ora, perché l'interiorità dell'Uomo, in sostanza, non è cambiata: si è mantenuta sempre uguale, in ogni tempo e in ogni latitudine. Si tratta soltanto di indirizzarla verso lo spirito invece che verso la materia.

Da tutto ciò che ci circonda giornalmente e che il nostro occhio si è ormai tanto abituato a vedere da non dargli più alcun significato, possiamo anche oggi trarre preziosi insegnamenti.

Perfino i numeri hanno una loro simbologia, densa di significati e di verità.

Sarebbe per noi di grande soddisfazione, se chi legge con attenzione la nostra Rivista potesse abituarsi a vedere simboli nelle immagini, nelle vicende e nei concetti del nostro tempo e del nostro mondo, perché attraverso di essi il Lettore giungerebbe a comprenderne i significati. Il Simbolo è infatti, come abbiamo detto, una verità, ma è anche e soprattutto espressione di un tenore di vita e di moralità, indice di un modo d'essere e di uno stato di coscienza che sono lo specchio del mondo che ci circonda, di quello della nostra interiorità, del cammino spirituale che dobbiamo percorrere e delle conseguenti "correzioni di rotta" che dobbiamo apportare alla nostra vita interiore.

La riflessione e la meditazione sulle raffigurazioni allegoriche e sui simboli cristici rafforzano la nostra volontà di trasmutazione e la costanza nell'operare e nel vivere in questo senso. Questa volontà costante, che si inserisce quasi senza sforzo nella nostra interiorità e che continuamente si rafforza, sarà per noi tutti una garanzia di riuscita nella nostra elevazione spirituale.