Il
racconto della vita di Serafino di Sarov ci permette di addentrarci
brevemente nel misticismo russo, che si presenta, nella spiritualità
cristiana, con un aspetto leggermente diverso da quello occidentale,
perché è caratterizzato da un profondo distacco dal mondo e dai suoi
beni. Il confronto fra questi due aspetti dimostra però che, nonostante
questa diversità -più di forma che di sostanza- con cui viene recepito
dall'Oriente e dall'Occidente, il Cristianesimo, se accettato e fatto
proprio, agisce sul cuore dell'individuo e sulla sua interiorità, "a
dispetto", si direbbe quasi, dei dogmi stabiliti, al tempo dell'inizio
del dissidio fra Cattolicesimo e Ortodossia, degli Ecclesiastici dei
primi secoli. Perché questi dogmi erano appunto stabiliti dall'uomo,
e non da Dio, e l'uomo è soggetto a sbagliare, anche in buona fede,
e ad interpretare secondo il proprio intendimento le parole del Vangelo,
cioè gli insegnamenti del Cristo.
Però
Dio, quando parla al cuore dell'Uomo, non usa le parole, ma il sentimento.
Così, le divergenze, puramente ideologiche e filosofiche, che dividono
le due branche maggiori del Cristianesimo non toccano il cuore del singolo,
del vero fedele, del mistico, ma solo l'intelletto del teologo, del
filosofo, dell'Ecclesiastico a cui è stata conferita una carica - spesso,
questa, più politica che religiosa. Ma nel Regno di Dio hanno valore
ben altri tipi di "gerarchia": quelli di cui stiamo parlando
non hanno alcuna importanza, in quel Regno.
Questo
sia detto per chiarire il motivo per cui, per la prima volta su questa
Rivista, presentiamo un Santo che, pur Cristiano, non è Cattolico, ma
Ortodosso, e che è considerato ancor oggi, dal misticismo russo, uno
dei più grandi, se non il maggiore fra tutti.
Serafino,
al secolo Procoro Moshnin, nacque a Kursk il 19 luglio 1759 da una famiglia
di commercianti, e manifestò fin da giovanissimo la vocazione religiosa.
A diciotto anni prese la decisione di farsi monaco e si recò a Kiev,
presso un apprezzato "starec" (una specie di direttore spirituale)
di nome Dositeo, per farsi consigliare e indirizzare. Dositeo gli suggerì
il monastero di Sarov, fondato nei primi anni del 1700 e frequentato
da monaci molto pii. (Sarov si trova in una località con molte foreste
a circa 370 km. ad Est di Mosca e a circa 100 km. a Sud di Gorki).
Giunto
al monastero nel novembre 1778, dovette attendere fino all'agosto 1786,
prima di diventare monaco a tutti gli effetti; questo perché la legge
vigente a quel tempo vietava di pronunciare i voti senza l'autorizzazione
del Sinodo, il quale era piuttosto restio a concedere permessi. Così
Procoro dovette aspettare fino a 27 anni per diventare prima monaco
e poi diacono, e fino a 34 anni (1793) per diventare sacerdote ed assumere
il nome di Serafino.
Circa
un anno dopo chiese al superiore del monastero il permesso di ritirarsi
in solitudine per vivere da eremita; autorizzazione che gli fu concessa
senza difficoltà, poiché erano ben note le sue visioni mistiche e la
sua santità. Si ritirò dunque a vivere in solitudine, abitando in una
casetta posta in una foresta disabitata, a circa 7 km. dal monastero,
provvedendo da se stesso a coltivare nell'orticello quel poco che gli
bastava per il suo parco desco.
Ritornava
al convento soltanto il sabato, per potersi poi comunicare la domenica.
Trascorreva tutto il resto del tempo nella lettura della Bibbia e degli
scritti dei santi Padri, meditandovi sopra molto assiduamente e profondamente,
e senza trascurare la preghiera. A poco a poco riduceva sempre più il
suo nutrimento, che consisteva dapprima nel pane (che portava con sé
la domenica dal monastero) e qualche poco di verdura coltivata nel suo
orticello.
Poi
rinunciò al pane, e successivamente visse (per tre anni) di sola erba.
Tutto questo per fare mortificazione e per non distogliersi troppo dalle
sue preghiere e meditazioni. Nei primi anni del suo ritiro, diversi
monaci andavano a trovarlo, con l'intento di condividere la sua vita
ed imparare da lui la regola ascetica che si era imposta, ma nessuno
riuscì a sopportare la sua austerità.
Come
tutti gli eremiti, anche Serafino fu attaccato dalle forze del Male,
ma seppe difendersi tanto bene che, a poco a poco, non ne fu più tormentato.
E diventò di animo così puro e dolce, che gli animali selvatici della
foresta andavano da lui per riceverne cibo e carezze.
La
sua santità fu riconosciuta da tutti quelli che lo avvicinavano, soprattutto
dai monaci, cosicché, quando nel monastero di Alatur si rese vacante
il posto di Abate, questi ultimi lo offrirono a Serafino, che però rifiutò,
come non accettò la stessa carica per il monastero di Krasnoslobodsk,
offertagli poco dopo.
Egli
rifuggiva dagli onori e dai riconoscimenti, forse per la medesima causa
di cui abbiamo fatto cenno nella presentazione di questo articolo: quando
l'Altissimo parla all'Uomo, non usa le parole, ma il sentimento, e Serafino
era ripieno dell'amore per Dio, ed oltretutto sapeva bene che gli "incarichi"
ed i "riconoscimenti" che vengono assegnati nel Regno dei
Cieli sono ben diversi da quelli umani.
Durante
questo periodo cominciò a praticare una nuova specie di esercizio spirituale,
molto simile, come tecnica, a quella orientale dello Yoga: rimanere
inginocchiato quasi ininterrottamente per mille giorni e mille notti,
ripetendo l'invocazione: "Signore, abbi pietà di me". Lasciamo
immaginare al lettore quali sublimi capacità di attenzione, concentrazione,
meditazione ed elevazione egli abbia ottenuto: se il Buddha giungeva
al Nirvana, Serafino varcava la soglia del Regno di Dio.
Questa
forma di preghiera-meditazione viene chiamata "esicasmo" (dal
greco "esichia" = quiete) ed anche "meditazione sul cuore",
perché porta l'attenzione proprio in quel punto. Ma non nel cuore di
carne, bensì nell'atmosfera, nell'aura, nei sentimenti d'amore che,
come tutti riconoscono, nascono dal cuore. L'esicasmo era stato iniziato
dal movimento monastico sorto intorno al 1100, nel Cenobio fondato nel
963 da sant'Atanasio sul monte Athos, i cui monaci erano -e sono tuttora-
chiamati esicasti. La meditazione sul cuore, dunque, non fu "inventata"
da Serafino, però pensiamo che nessun altro sia riuscito a mantenere
come lui, e per tanto tempo, questa invocazione continua, ritmata, calda,
gioiosa, del Nome di Cristo, della Sua misericordia, della Sua pietà,
fino ad avere veramente la preghiera continua nel cuore, giorno e notte:
SEMPRE.
L'Abate
del monastero di Sarov, morendo nel 1806, lasciò vacante il suo posto,
ed i monaci provarono ad offrirlo a lui, ma egli rifiutò nuovamente
di occupare una carica, fosse pure ecclesiastica; anzi, mise in pratica
un altro esercizio ascetico: quello del silenzio assoluto, interiore
ed esteriore. Non parlò più con nessuno ed intensificò la preghiera
per tenere a freno la mente.
A
questo proposito, lasciò scritte queste parole, in una specie di inno
al silenzio: "Quando ce ne stiamo silenziosi, il demonio, nemico
nostro, non può introdursi nel nostro cuore (...). Dalla solitudine
e dal silenzio nascono fervore e mitezza, e la mitezza, come le acque
di Siloe, agisce senza alcun rumore nel cuore dell'uomo".
Trascorse
due anni seguendo questa disciplina, poi tornò al monastero, dove rimase
come recluso, in una clausura così stretta che non accettò nemmeno la
visita di un Vescovo, venuto quasi appositamente a Sarov per conoscerlo.
Durante
gli anni di questa volontaria segregazione, Serafino ebbe un'estasi
(sdoppiamento) che durò cinque giorni e cinque notti. Tempo dopo ne
parlò con l'amico Tichonovitz, cercando di spiegargli la beatitudine
in cui si era trovato immerso, ma, logicamente, non riuscì nel suo intento.
Però,
durante questa conversazione, Serafino subì una trasfigurazione, osservata
con stupore e ammirazione dal suo ascoltatore, il quale riferì che il
viso di Serafino divenne talmente luminoso da essere impossibile il
fissarlo, mentre esprimeva contemporaneamente "un rapimento ed
una gioia tali, da renderlo simile ad un Angelo sceso in terra".
Trascorse
cinque anni in questo isolamento volontario. Ma un giorno ebbe la visione
della Madonna, che gli ordinò di cominciare a ricevere gente e di diventare
consigliere di anime. Cosa che Serafino fece con grande successo, perché
trovava sempre il modo d aiutare spiritualmente tutti coloro che si
presentavano a lui, dal più potente al più umile, dal più ricco al più
povero, dal più sapiente al più semplice.
I
casi accertati di chiaroveggenza, profezia, guarigione di ammalati,
lettura della mente della gente, sono numerosissimi: le persone si rivolgevano
a lui come, a suo tempo, le folle si rivolgevano a Gesù Cristo.
Fu
anche un profondo conoscitore della dottrina cristiana e della sua filosofia.
Ne abbiamo una validissima testimonianza negli scritti di un uomo che,
malato all'ultimo stadio di un morbo che la scienza medica non riusciva
a curare, fu guarito da Serafino, il quale, sull'esempio di Gesù, per
prima cosa gli avvivò la fede, e poi lo risanò.
Quest'uomo
si chiamava Motovilov, e divenne intimo amico di Serafino, dal quale
si fece chiarire tutti i punti oscuri della dottrina. Così, leggiamo
in questi scritti (che Motovilov chiamò "Quaderni") il pensiero
di Serafino su argomenti come: lo scopo della vita cristiana, l'acquisizione
dello Spirito Santo, la forza della preghiera, la pratica delle Virtù,
la discesa dello Spirito Santo, la grazia battesimale, la Luce divina,
la gioia ed il calore del cuore, oltre a consigli pratici di vita ascetica.
Ma
Serafino va ricordato anche per aver sempre proposto e seguito (e con
quali risultati!) una Via mistica che, contrapponendosi a quella imperniata
sul Calvario, sulla notte oscura dell'anima e sui tormenti dello spirito,
si presenta splendente, luminosa e piena di gioia, incentrata sulla
Risurrezione e sull'Amore.
Nel
1832, sentendo avvicinarsi la morte, cominciò a prepararsi, indicando
il luogo della sua sepoltura e ponendosi in meditazione davanti alla
propria bara, posta all'ingresso della sua cella. Il 1° gennaio 1833
andò nella cappella dell'infermeria, accese egli stesso le candele davanti
alle icone, si comunicò, si congedò dagli altri monaci e trascorse la
notte nella sua cella, cantando gli inni pasquali. Il giorno successivo
fu trovato morto, ma ancora inginocchiato davanti all'icona, in atteggiamento
di preghiera.
Fu
canonizzato a Sarov, con una grande cerimonia, di fronte ad una folla
immensa e alla presenza dello Zar, nel luglio 1903.