Il "Padre Nostro"

Notiamo che ci sono due Vangeli che parlano dell'insegnamento del "Padre Nostro": quello di S. Luca e quello di S. Matteo. Nel Vangelo di Luca, la preghiera non è così completa come in quello di Matteo, ed io preferisco meditare e riflettere su quest'ultima, perché è quella che, fin da piccoli, siamo abituati a recitare ogni giorno.

Il "Padre Nostro" è, per noi Cristiani, una delle preghiere quotidiane fondamentali: facile, semplice, armoniosa, calda, soddisfacente; ma a meditarla diventa difficile, complicata, bruciante, e suscita in noi una bella rivoluzione interiore.

Per meglio meditarla, e così comprenderne i significati -ed anche per facilitarmi il compito- ho pensato di trascriverla suddividendola in diverse parti, in modo da evidenziare quelli che, secondo me, sono i diversi insegnamenti che vogliono dare le parole di Gesù. Ecco quindi come la suddividerei:

- Padre nostro che sei nei Cieli
- sia santificato il Tuo Nome
- venga il Tuo Regno
- sia fatta la Tua Volontà come in Cielo così in terra
- dacci oggi il nostro pane quotidiano
- rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori
- non ci indurre in tentazione
- ma liberaci dal male.

Prendendo queste parole secondo il loro significato letterale, possiamo considerare questa preghiera come divisa in due parti: la prima riguarda le Cose dello spirito; la seconda quelle della terra. Secondo questo ragionamento, si direbbe che Gesù abbia voluto esortare l'Uomo a rivolgere una lode a Dio e di chiederGli anzitutto il sostegno per le Cose del cielo, e poi, in un secondo tempo, l'aiuto per le cose materiali.

D'altra parte, sappiamo che tutto quello che sta scritto nel Vangelo ha varie interpretazioni, di cui una sola è letterale. Perciò cerco di sforzarmi per intendere le parole della preghiera secondo il loro significato non letterale, perché voglio scoprire quello che esse vogliono dire a me personalmente, oggi, nella mia condizione di credente. Infatti so che il Vangelo è senza tempo, e quindi deve parlare a me, oggi, come ha parlato duemila anni fa a chi ha ascoltato la viva voce di Gesù.

Debbo anche aggiungere che, nel suddividere la preghiera come ho fatto, e meditandoci sopra, mi sembra di aver capito che la persona umana comune -come lo sono io stessa- si trova nella condizione di dover chiedere a Dio, per prima cosa, la liberazione dal male.

Da questo ragionamento, mi è venuta l'idea di commentare la preghiera cominciando dalle ultime parole di essa. Perché, secondo me, l'Uomo deve compiere una Ascesi, cioè una salita, che lo deve portare, dalla sua condizione attuale di uomo materiale alla condizione futura di Uomo spirituale. Ed ho ricordato che anche Paolo dice che deve morire l'uomo vecchio, affinché nasca l'Uomo Nuovo.

Pertanto, comincerò con:

liberaci dal male

Che cosa 'significa chiedere a Dio di liberarci dal male? di quale "male" si tratta? Non certo della malattia e dell'ingiustizia sociale.

Gesù ha detto che non è quello che entra nell'uomo, a contaminarlo, ma quello che esce dal suo cuore, cioè i peccati ed i cattivi pensieri, quindi l'Uomo, a mio modesto parere, deve liberarsi da tutto ciò che di cattivo potrebbe nascere ed uscire dal suo cuore, perché è questo che danneggia se stesso e gli altri, oltre che offendere Dio. Questo è dunque il "male" da cui si deve liberare. E, poiché la condizione umana è debole fragile ed instabile, l'Uomo deve pregare Dio affinché lo aiuti a liberarsi da questo male.

Questo, sempre a mio modesto parere, è il primo passo da realizzare, per indirizzarsi verso quello che S. Teresa d'Avila chiama il "Cammino di Perfezione"

non ci indurre in tentazione

Questa frase potrebbe essere intesa come se fosse scritta: "Fà in modo che non cediamo alle tentazioni", e quindi farebbe pensare che dobbiamo chiedere al Padre di non essere tentati dalle forze cattive, affinché la nostra interiorità non ricada nel male, non torni allo stato originario, e che le tentazioni non prendano il sopravvento su di noi, facendoci così ricadere.

Però, questa frase non è scritta come l'ho prospettata io, ma dice: "non ci indurre". È forse Dio stesso, che ci potrebbe indurre in tentazione? Ebbene sì: penso proprio che sia Lui a farlo, perché Dio non vuole i "tiepidi", nel Suo Regno (Apo.,3:16 "perché sei tiepido ti vomiterò"); non vuole i deboli (Efe., 6: 11 "rivestiti del la completa armatura di Dio"); ma vuole l'Uomo forte (Mat., 11: 12 "dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il Regno dei Cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono"). Quindi è necessario essere ardenti e forti fino a far violentare se stessi, per entrare in quel Regno.

Ed ancora, leggiamo nell'Antico Testamento: "Ecco, ti ho purificato per me come argento, ti ho provato nel crogiuolo dell'afflizione. (Isa., 48: 10); "Perché Egli conosce la mia condotta, se mi prova al crogiuolo, come oro puro ne esco" (Giob., 23: 10); ed infine in Zac., 13: 9 "Farò passare questo terzo (del popolo d'Israele) per il fuoco e lo purificherò come si purifica l'argento lo proverò come si prova l'oro". Quindi, in qual modo Dio proverà l'Uomo, se non mettendolo di fronte alla prova delle tentazioni?

Ma l'uomo è fragile ed insicuro: " lo spirito è pronto, ma la carne è debole" (Mat., 26: 41), quindi, pur non sottraendosi alle prove alle quali Dio lo vuole sottoporre (e neppure lo potrebbe), l'Uomo prega in tutta umiltà il Padre, affinché le tentazioni attraverso le quali sarà provato, non siano tanto più forti della sua carne, da non essere capace di resistervi.

La frase potrebbe dunque essere intesa così: "io, mio Signore, ora che sono stato da Te liberato dal male che era in me, cercherò di resistere alle tentazioni e alle prove alle quali Tu mi vorrai sottoporre; ma, Ti prego, fai che, con il Tuo aiuto, le tentazioni non siano troppo grandi, per le mie deboli forze".

È dunque un atto di umiltà, che viene richiesto all'Uomo e, nel contempo, un riconoscimento che, senza l'aiuto di Dio, egli nulla potrebbe. Perché bisogna tener presente che le forze del male sono sempre pronte ad attaccare l'uomo, e che questi deve rimanere sempre vigile, per non essere travolto da esse. Ed anche le eventuali prove a cui Dio può sottoporla, debbono trovare la persona preparata ad affrontarle.

Questo tipo di Uomo o di Umanità è sulla Via della purificazione e della trasmutazione interiore, e perciò la sua interiorità comincia appena a cambiare; ma si è addolcita, è diventata più sensibile al richiamo delle Cose celesti, del Creatore di tutte le Sue creature. È con questa docilità, con questo nuovo amore -anche se ancora non puro- che può rivolgersi al Padre con le parole:

rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Grazie a quanto ha realizzato in precedenza, l'Uomo sente nel suo intimo di poter perdonare le offese, le umiliazioni, le ingiurie, le maldicenze rivolte contro di lui, ed è con questo spirito che può chiedere al Padre di essere da Lui perdonato, per quanto di male egli stesso ha fatto al prossimo, nella medesima misura con cui egli medesimo è capace di perdonare agli altri.

Essere in grado di perdonare con sincerità, con slancio, con amore, non è cosa facile. Perché non si tratta di un perdono formale, fatto a parole, ma deve scaturire dal cuore: silenzioso, sincero e caldo.

La Via della Trasmutazione è dura, lunga e difficile, e basta tentare di immettersi in questa Via, per rendersene conto. Gesù stesso lo dice: "Angusta è la Via che conduce alla Vita" (Mat., 7: 14). L'essere capaci di perdonare è uno degli ostacoli che restringono questa Via, e, per essere capaci di percorrerla, bisogna cercare di annuì lare la propria personalità umana e terrena, per far nascere un'individualità superiore.

Proseguo lentamente in questa meditazione, ma comprendo sempre meglio che in questa semplice, ma stimolante, preghiera si nasconde tutto il cammino che ogni Cristiano deve percorrere, qualunque sia il suo stato di perfezione (o dovrei dire di imperfezione?), perché cercare Cristo, amarLo e volerLo raggiungere non deve essere condizionato dalle situazioni terrene e contingenti.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

La prima cosa che mi domando è questa: di quale pane si tratta? Non certo del pane inteso come nutrimento del corpo, anche se letteralmente si potrebbe intendere così. Io cerco di interpretarlo in senso spirituale, perché più leggo il Vangelo e più mi par di capire che, in esso, di materiale non ci sia proprio niente. Perciò sono portata a pensare che il "pane" di cui parla Gesù, e di cui noi abbiamo bisogno quotidianamente, sia il Pane spirituale, cioè il Nutrimento che ci pro viene dalla comprensione delle Scritture, cioè sia del Vecchio, come del Nuovo Testamento.

Per quanto mi sembra di aver compreso da quanto ho letto, Dio Padre è "Potenza"; Dio Figlio è "Sapienza"; Dio Spirito Santo è "Amore", e perciò sono indotta a pensare che nei Vangeli si manifesti l'Amore dello Spirito Santo per mezzo della Sapienza del Figlio, il quale presenta il Padre in se stesso ("Chi ha visto me ha visto il Padre", Giov., 14: 9). Quindi è di questo Pane spirituale -che è Sapienza e che è offerto con Amore- che noi abbiamo bisogno. Ogni giorno: di quel tanto che la nostra evoluzione spirituale ci permette di mangiarne. E solo il Padre sa di quanto Pane abbiamo bisogno quotidianamente. E ritengo che, via via che cresciamo spiritualmente, avremo necessità di una sempre maggior quantità di questo Pane.

Queste mie parole e convinzioni si appoggiano alla versione latina del Vangelo di Matteo 6: 11, che dice: "Panem nostrum supersubstantialem da nob~hodie". Cioè: Dacci oggi "il nostro" (quanto ci necessita) pane supersostanziale - o sopraessenziale, o soprannaturale-": è di questo Pane, che l'Uomo ha necessità.

E mi accorge che bisognerebbe che vivessi 500 o mille anni, per potermi nutrire di tutto il "Pane" che mi occorre.

Però mi conforta il pensiero di poter ricevere, nell'Ostia consacrata, il Nutrimento che mi sazia interiormente, almeno per un poco.

Ricapitolando quello che ho scritto finora, e che è quello che mi sembra di aver capito, dirò che, secondo me, l'Uomo, con l'aiuto di Dio, avrebbe compiuto questi primi passi: si è liberato dal male (anche se questo è sempre in agguato); prega costantemente Dio, affinché le tentazioni e le prove alle quali lo vorrà sottoporre non siano troppo superiori alle sue ancor scarse forze di cui egli, nella sua condizione umana, può disporre; cerca di essere capace di perdonare, con amore e sincerità, le offese ricevute, consapevole che la condizione prima per essere perdonato da Dio per i propri peccati è quella di perdonare egli stesso il prossimo suo; infine si sforza, con lo studio e la meditazione sulle Scritture, di comprendere le Leggi di Dio, nei limiti imposti dalla sua intelligenza umana, ma con l'Aiuto dall'Alto, offertogli anche attraverso i Sacramenti.

A questo punto del suo cammino, l'Uomo può accettare, con amore, sottomissione, fede e speranza, la Volontà di Dio, ed umilmente Gli dice:

sia fatta la Tua Volontà, come in Cielo, così in terra

Ma nemmeno questa è una cosa semplice, perché la Volontà di Dio è inconoscibile e, finché essa non turba il nostro equilibrio terreno ed i nostri piani, ci è facile accettarla; ma quando essa fa crollare i nostri "castelli in aria", nostri progetti, ecco che ci disturba, ci squilibria, ci fa sentire spersi, e ci è più difficile sottometterci ad essa. Tuttavia, nella preghiera diciamo "sia fatta", quindi è un'accettazione di ciò che Dio vuole, anche se non ne comprendiamo i motivi.

E non è facile sottometterci ad essa, dimostrarci disponibili, abbandonarci totalmente a Lui. Infatti le Scritture ci portano l'esempio di Giobbe, il quale, nonostante colpito nei beni, negli affetti e nella salute, si è mantenuto sempre saldo nello spirito, accettando incondizionatamente, e con amore, la Volontà di Dio.

Ma questa accettazione è solo un esempio, al quale dobbiamo avvicinarci il più possibile; ma non vuol dire che la cosa, anche se fattibile, sia di facile attuazione. Però, se Giobbe era aiutato, in questa sua battaglia, da un grandissimo amore verso Dio, noi, che purtroppo non siamo ancora riusciti a sviluppare un sentimento così grande, abbiamo un altro aiuto: la nostra ricerca di comprensione del significato e dell'insegnamento dateci dalle Scritture, la nostra volontà di studiare e di tenere sempre il pensiero rivolto verso Dio.

E quest'ultima cosa, sempre secondo il mio modesto parere, dovrebbe anche aumentare il nostro amore verso il Creatore. Quindi ognuno, con questi sentimenti e con la conseguente condotta di vita, può dire, con tutta sincerità: "sia fatta la Tua Volontà".

La seconda parte della frase aggiunge: "...come in Cielo, così in terra". A questo proposito, S. Girolamo, nel suo "Commento al Vangelo di Matteo, scrive: "Nello stesso modo in cui gli Angeli incolpevoli Ti servono, così Ti servano in terra gli uomini". Perciò, secondo le sue parole, fare la Volontà di Dio significa servirLo.

Infatti leggiamo, nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, che Dio si è servito degli Angeli, per comunicare con l'Uomo, e che, a seconda dell'evoluzione spirituale di coloro ai quali Egli voleva comunicare la Sua Volontà, ha inviato loro Angeli (ad Abramo, Tobia, Zaccaria, Giuseppe) od Arcangeli (la Vergine Maria: l'Immacolata Concezione).Questi sono tutti Personaggi di alta levatura spirituale, cosa che non siamo noi, persone comuni e peccatrici, quindi non degne di ricevere la visita di un Angelo.

Però, attraverso la preghiera, lo studio, l'attenzione ed il pensiero sempre rivolto a Dio, possiamo ugualmente ricevere "comunicazioni" dall'Alto, sotto forma di pensieri, impulsi, ispirazioni. In questo modo, forse, potremmo ricevere "messaggi" di Dio, in modo da comprendere, almeno parzialmente, una piccola parte della Sua Volontà. In questo modo, a mio modesto parere, si realizzerebbe, anche sulla terra, la Volontà dell'Altissimo.

A questo punto del suo cammino, l'Uomo può dire:

venga il Tuo Regno

perché si sta preparando a riceverlo. Infatti leggiamo: "L'Altissimo domina sul regno degli uomini" (Dan., 4: 17); "Il Regno di Dio è dentro di voi" (Luca, 17: 21); "Il mio Regno non è di questo mondo" (Gv., 18: 36); "Carne e sangue non possono entra re nel Regno di Dio" (I Cor., 15: 20); ed infine: "Gli ingiusti non erediteranno il Regno di Dio" (I Cor., 6: 9).

La citazione da Luca dice che il Regno di Dio è dentro di noi; ma come fare a trovarlo? Allora: poiché l'Altissimo "domina sul regno degli uomini" (regno che io identifico con la Chiesa quale Istituzione terrena), è questo regno umano, che ci aiuta a ritrovare il Regno di Dio che è dentro di noi.

Però, "il Regno di Dio non è di questo mondo", perciò comprendo che vi è un Regno superiore, che non è la Chiesa quale Istituzione terrena (anche se è un riflesso di quella celeste), ma ha sua "dimora" nel Mondo di Dio, ed è perciò un Regno tutto spirituale, anzi: divino. Nel quale la carne e il sangue non entrano. E, poiché gli ingiusti non erediteranno questo Regno, si comprende ancor di più che è necessaria una trasmutazione totale dell'Uomo: da "materiale" a "spirituale".

Ho detto, al principio di queste osservazioni, che l'Uomo sta preparandosi a riceverlo, ad accoglierlo, questo Regno: in che cosa consiste questa preparazione? L'uomo che legge attentamente le parole di S. Paolo (1 Tess., 5: 17) : "Non cessate mai di pregare" dovrebbe comprendere che la preghiera è il fondamento della Trasmutazione interiore; ma non tanto la preghiera orale, quanto quella interiore, fatta con costanza, pazienza, fortezza, umiltà, semplicità, pietà, sacrificio.

La preghiera interiore è come la goccia che, cadendo incessantemente, fora la roccia più dura; ed infatti Gesù esorta gli Apostoli a pregare incessantemente: "vegliate e pregate per non cadere in tentazione". Anche se nell'Uomo avvengono fin troppo spesso stati di instabilità, di incostanza e di accidia, la preghiera ristabilisce l'equilibrio e la volontà di continuare per quella Via di Trasmutazione interiore che predispone l'individuo al ritrovamento ed all'accoglimento di quel Regno di Dio che è dentro di lui.

La preghiera interiore è paragonabile all'opera del contadino che ara e fertilizza il campo in cui deve germogliare quel seme che, come quello di senapa, è stato gettate nella sua interiorità.

Intendo, con l'esempio del "seme", parlare del Battesimo, confermato dalla Cresima e perpetuato dall'Eucarestia.

S. Paolo dice: "Voi siete il Tempio di Dio" (1 Cor., 3: 16), ed io vorrei aggiungere che in questo Tempio si debbono innalzare incessantemente gli inni di lode e le preghiere rivolte all'Altissimo. Con la perseveranza nella preghiera l'Uomo si sentirà cambiare interiormente, a poco a poco, perché la Trasmutazione non è improvvisa.

Con la Fede l'Uomo si predispone; con la Speranza si prepara; con la Carità si apre al ricevimento della Grazia divina. Con la preghiera l'individuo ha la sensazione di unirsi a tutta l'Umanità, con un Amore del tutte diverse da quel sentimento comune dì cui si sente tanto parlare. È quell'Amore che i Greci chiamavano "Agape", cioè Amore universale verso il Creatore e verso le creature, in un unico abbraccio che tutte unisce.

È con queste sentimento d'Amore, che sentiamo di far parte di quel Regno che unisce la terra al Cielo. Ed in tal modo possiamo sentirci nascere il Cristo nel Cuore interiore, e possiamo dire, con tutta sincerità, con desiderio, con speranza, e con cognizione di causa, "venga il Tuo Regno".

sia santificato il Tuo Nome

A parer mio, queste parole significano: "il Tuo Nome sia onorato come una Cosa sacra, perché è Qualcosa che si riferisce a Te, che sei Sacro; sia riconosciuto santo, come Tu sei Santo; anzi: Santo, Santo, Santo (Apo., 4: 8). Il Tuo Nome non sia nominato invano, perché Tu ce lo hai ordinato nel terzo Comandamento, ma sia onorato con atti di culto, con pensieri, parole ed opere conformi alla Tua Volontà. E sia, questo riconoscimento della santità del Tuo Nome, un atto di sottomissione e d'amore di tutto il Creato.

S. Girolamo, nel suo "Commento al Vangelo di Matteo", dice: "Se infatti, a causa dei peccatori, il Nome di Dio è bestemmiato dai Gentili, Esso è santificato a causa dei giusti."

La mia scarsa elevazione spirituale non mi suggerisce altro, perché dovrei essere io stessa in condizioni di comprendere quale sia il significato più profondo di queste parole e, di conseguenza, mi chiedo come possa io santificare il Nome di Dio. Mi domando: "come posso io, misera creatura terrena, peccatrice, santificare il Nome del l'Altissimo, dell'Onnipotente, dell'Eterno mio Creatore, che è anche Colui che santifica?".

Padre nostro, che sei nei Cieli

Gesù, secondo me, inizia così la preghiera che sta insegnando ai discepoli, perché Colui che ci ha dato la vita è, per noi, il Padre, la Potenza creatrice. E poiché è il Creatore di tutto, lo è anche dell'Umanità, e pertanto è "nostro", cioè Padre -o Creatore- nostro: di tutti noi. La preghiera inizia così, perché vuole dirci per prima cosa di rivolgerci a Lui, perché è proprio Lui che dobbiamo, anzitutto, invocare.

E, se ne siamo degni, la Sua infinita Misericordia scende verso di noi, attraverso i diversi Piani di evoluzione spirituale, fino a "liberarci dal male".

Questa, a mio modesto avviso, potrebbe essere l'interpretazione più semplice, più letterale della preghiera; ma, poiché io ho avuto la pretesa di interpretarla come un itinerario, per la scalata dell'individuo verso Dio, così ritengo che solo chi ha per corso la strada che io ho voluto indicare, sia degno di pronunciare le parole: "Padre nostro". Perché allora sarà capace di comprenderne pienamente il significato.

Chi è degno di chiamare "Padre" il Creatore? solo chi è diventato "fratello" del Cristo, nel senso di essere diventato il Suo perfetto imitatore. Infatti, S. Paolo, in Rom., 8: 16-18, dice: "Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E, se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle Sue sofferenze, per partecipare anche alla Sua Gloria". Io ho pensato che è durante questo Cammino, questa Trasmutazione, che l'Uomo partecipa alle sofferenze di Cristo, e ne diventa l'imitatore, il "fratello", e quindi figlio di Dio.

È questo tipo di individuo che può veramente, sinceramente, amorevolmente, e con Timor di Dio, dire: "Abbà, padre" ed aggiungere: "che sei nei Cieli".

Quali "Cieli"? non certo il firmamento che noi vediamo, perché questo fa ancora parte della Creazione, e non può essere la "Dimora" di Dio. Questa sarà certamente nei "Cieli" superiori, che la mente umana non può nemmeno lontanamente immaginare, e cioè quelli che S. Agostino, nelle sue "Confessioni", chiama "i Cieli dei Cieli".

Questa preghiera, che mi è stata sempre particolarmente cara, era lo è diventata ancor di più, e per molte ragioni, una delle quali deriva dal fatto che, durante questo mio lavoro, ho avuto modo di comprenderla meglio. Ma mi è cara anche perché è preceduta da una serie di profondi insegnamenti e da una calda raccomandazione: "...quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tue nel segreto".

Queste parole, interpretate letteralmente, possono essere intese come sono scritte, e cioè di chiudersi in un luogo (materiale) appartato, inaccessibile ai rumori, ai disturbi della folla, eccetera; però, secondo la mia interpretazione, significano: "chiuditi nella stanza segreta e inaccessibile del tuo cuore interiore e prega incessantemente". Perché ci si può sentire nel segreto del proprio cuore anche in mezzo alla folla, alle preoccupazioni mondane, alle sollecitazioni materiali, perché tutte queste cose possono essere "chiuse" al di fuori di noi.