Fu
il primogenito degli otto figli di una famiglia lombarda di nobili origini.
Il padre, don Ferrante Gonzaga, marchese di Mantova e principe di Castiglione
delle Stiviere, era un uomo d'armi al servizio di Filippo II, re di
Spagna, ed era spessissimo impegnato in azioni di guerra contro Protestanti,
Turchi e Mori, considerati nemici della Fede, ma in realtà soltanto
avidi di potere e di ricchezze, e perciò sempre in guerra contro chi
deteneva questi beni terreni.
La
madre, donna Marta Tana di Sàntena, discendeva da una nobile famiglia
piemontese, che annoverava fra i suoi componenti personaggi di spicco,
come il cardinale Girolamo della Rovere, arcivescovo di Torino.
I
due si erano conosciuti alla Corte spagnola, dove lei dimorava quale
dama di compagnia di Isabella di Valois, moglie del re, e dove si trovava
anche Ferrante, probabilmente convocato da Filippo II per concertare
qualche campagna militare.
Dopo
il matrimonio, la coppia si stabilì a Castiglione delle Stiviere, nella
rocca precedentemente solo presidio militare ed adattata piuttosto spartanamente
ad abitazione, ma che conservava sempre l'impronta di guarnigione per
i soldati.
Qui,
poco prima della mezzanotte del 9 marzo 1568, nacque Luigi, dopo un
lungo travaglio che mise in pericolo la vita della madre e del figlio.
Il quale fu frettolosamente battezzato pochissime ore dopo, per il timore
che non sopravvivesse. Però, in seguito, tutto si sistemò, e abbastanza
celermente, considerato il modo piuttosto empirico dell'epoca di praticare
la medicina.
Come
di consueto, appena svezzato il bambino ricevette la prima educazione
dalla madre, la quale poteva essere considerata persona molto colta,
conoscendo quattro lingue (italiano, latino, francese e spagnolo), ed
era religiosa e molto pia.
Ed
era ben consapevole che Luigi, erede del titolo nobiliare e figlio di
un condottiero spessissimo inviato in giro per l'Europa a combattere,
sarebbe stato destinato a seguire le orme del padre. Il quale, per abituare
il figlioletto a questa vita, volle portarlo con sé quando aveva solo
quattro anni per seguire da vicino gli addestramenti ai quali erano
sottoposti i militari.
Fu
l'unica volta, perché a sei anni Luigi contrasse la malaria, che richiese
un anno e mezzo di cure mediche, e che lo lasciò indebolito.
Per
l'educazione scolastica, fu chiamato da Firenze un istruttore molto
noto per capacità, serietà, scrupolo e religiosità: Pier Francesco Del
Turco, al quale affidarono Luigi e il fratellino Rodolfo, di un anno
minore. Donna Marta era contenta dell'impegno che i due bambini dimostravano
nello studio, ma avrebbe preferito che Luigi (che lei "sentiva"
per nulla adatto ad amministrare i caduchi beni terreni, e ancor meno
a diventare un condottiero) seguisse un genere di studi che lo preparasse
piuttosto alla carriera ecclesiastica. Lo sognava alto prelato: lontano
dalla mondanità e dalle armi, e dedito allo studio delle Scritture e
alla diffusione della Parola di Dio.
Ma
i suoi sogni non trovavano corrispondenza in don Ferrante che, come
abbiamo detto, era soprattutto un uomo d'armi, con un incommensurabile
senso dell'onore e del dovere verso il re e verso la nobiltà, alla quale
era orgogliosamente conscio di apparte nere, e della quale amava la
mondanità, lo sfarzo ed il potere terreno.
Nel
1577 don Ferrante doveva recarsi a Lucca, per sottoporsi a cure termali,
e pensò di portare con sé Luigi e Rodolfo, che però avrebbe voluto far
dimorare a Firenze, magari presso i Medici, introducendoli così nel
dorato ambiente della nobiltà fiorentina.
Ma
donna Marta, consapevole di quanti scandali, corruzioni, immoralità,
ingiustizie si nascondessero sotto quella doratura esteriore, riuscì
ad ottenere che i figlioletti alloggiassero fuori dai palazzi nobiliari,
insieme all'istruttore Del Turco, ad un sacerdote e ad un domestico.
Così
abitarono in via degli Agnoli (forse l'attuale via dell'Agnolo) e solo
la domenica i ragazzi andavano a giuocare nei giardini di palazzo Pitti
con i figli di Francesco de' Medici. Parteciparono anche a qualche pranzo
ufficiale, ma sempre con grande sacrificio e sforzo da parte di Luigi,
al quale non interessavano le riunioni mondane, le feste, i balli e
i divertimenti, ed ancor meno piacevano le armi, i tornei e simili esibizioni.
Ma
non perché fosse timido, schivo o vile, ma proprio perché per lui erano
cose inutili, se non addirittura dannose per la sua interiorità. Contrariamente
a Rodolfo, che si mescolava alla folla gaudente e soprattutto a ragazzi
e ragazze della sua età, Luigi si comportava come se fosse sempre impegnato
in altri pensieri ben più importanti.
Ma
così effettivamente era: si presentava alle riunioni mondane per obbedire
alle disposizioni del padre, ma ne rimaneva estraneo, e appena gli era
possibile si liberava di tutti gli orpelli esteriori per ritornare ad
essere il semplice ma impegnato ragazzino serio, modestamente vestito
e dedito allo studio e alla religiosità.
Andava
a Messa tutte le mattine e dedicava parecchio tempo alla meditazione
e alla preghiera solitaria -cosa assai rara, in quel tempo di grandi
cerimonie pubbliche e di preghiere collettive- e si comportava in modo
molto singolare per essere un nobile e figlio di nobili: preferiva non
dipendere dal personale di servizio, al quale comunque si rivolgeva
sempre gentilmente e ringraziando; quando usciva per la strada parlava
volentieri con le persone più umili, interessandosi a loro e possibilmente
aiutandole.
Mastro
Del Turco ne era stupito, ma don Ferrante, fissato nell'idea di far
brillare in società i propri figli (specialmente l'erede al titolo),
si rifiutava di credere che al maggiore dei ragazzi pesassero tutte
quelle esteriorità, e pensò di inviare ambedue i figlioli alla corte
di Mantova, che in quel momento era in gran movimento a causa del prossimo
matrimonio di uno dei figli del duca, il quale era suo cugino.
Rodolfo
era felicissimo, ma Luigi ne fu solo stordito. In più, contrasse anche
un'infezione renale: riportato subito a casa, fu sottoposto ad una rigorosa
dieta alimentare, che lo guarì, ma che lo ridusse magrissimo, pallido
e debole.
In
quel periodo cominciò a frequentare uno zio paterno, don Prospero Gonzaga,
al quale confidò la sua avversione al titolo nobiliare, che avrebbe
volentieri trasmesso a Rodolfo, e le sue segrete aspirazioni, ben al
di sopra delle mondanità e delle beghe terrene: lo studio, la preghiera,
la meditazione.
Ma
aveva anche altri interessi, legati però alla gente comune, cioè i poveri,
gli umili, gli ultimi della scala sociale: si interessava molto di più
della salute di un bambino del popolo che a tutto l'insieme della sfarzosità
dei nobili. Don Prospero ne parlò a donna Marta, la quale ebbe la conferma
di quanto aveva intuito nei confronti della spiritualità di Luigi.
Guarito
dalla malattia, il ragazzo avrebbe potuto ricominciare a nutrirsi normalmente,
ma egli continuò a rifiutare il cibo, col proposito di sacrificare il
suo corpo per amore di Cristo e fare penitenza; si stava rovinando lo
stomaco, ma ci volle molta fatica per riuscire a convincerlo a nutrirsi
un po' di più.
Luigi
era venuto in possesso di un libriccino in cui si parlava della Compagnia
di Gesù (da poco sorta) ed era tanto entusiasta dei princìpi, dei propositi,
dei compiti, del lavoro svolto e dell'opera di evangelizzazione mondiale
che i Gesuiti si erano prefissati e che stavano già mettendo in atto,
che li ammirò e li approvò con pieno convincimento.
Lì,
non vi erano carriere o avanzamenti di grado; non esistevano relazioni
mondane, titoli nobiliari o ecclesiastici, ma solo sacrifici, duro lavoro
per fondare ospedali, ospizi e collegi, aiuto materiale e morale da
dare ai bisognosi, ai malati, agli emarginati, agli increduli, agli
ignoranti della scienza terrena e spirituale.
Luigi
ne fu tanto ammirato che fin da allora, quando cioè non aveva che dodici
anni, desiderò ardentemente di entrare a far parte di quella Congregazione.
Si recava spesso in un convento di Cappuccini non molto distante dalla
rocca di Castiglione per intrattenersi a parlare con qualcuno dei buoni
padri, e gli sarebbe piaciuto tanto fermarsi anche per sempre in quel
quieto ambiente di pace e di religiosità sincera.
Don
Ferrante -finalmente!- cominciò a rendersi conto delle aspirazioni tutt'altro
che mondane di Luigi e, nel tentativo di dissuaderlo, organizzava feste,
battute di caccia, ricevimenti e gite; lo portava con sé nei suoi frequenti
spostamenti da una all'altra delle corti nobiliari; lo volle con sé
anche a Milano, in occasione di una grande rassegna di cavalli.
Ma
tutto fu inutile: Luigi era fisicamente presente, ma la sua mente era
altrove. E una volta tornato a casa riprendeva la sua vita ascetica
di rinunzie, digiuni, preghiere, penitenze. Teniamo presente che il
ragazzo aveva solo dodici anni: doveva essere ben forte il richiamo
che sentiva in sé.
Dall'autunno
del 1581 alla tarda estate del 1584, Luigi, Rodolfo e la sorellina Isabella
dovettero recarsi in Spagna, al seguito dei genitori, colà chiamati
dal re Filippo II, il quale voleva accogliere fastosamente la sorella
Maria, vedova dal 1576 dell'imperatore d'Austria Massimiliano II, e
che voleva ritornare a Madrid.
Durante
questi tre anni di soggiorno in Spagna e di contatti con i personaggi
più ragguardevoli della nobiltà di tutta Europa, Luigi ebbe occasione
di fare i suoi confronti e le proprie considerazioni. Poté notare l'estremo
egoismo, lo smisurato orgoglio, le assurde pretese, le sfacciate ipocrisie
che animavano sia le classi nobili, che le gerarchie ecclesiastiche.
E
poté notare come, contro questo stato di cose, si stesse battendo la
nuova Chiesa, impersonata da coloro che erano usciti dal Concilio di
Trento con il proposito di ripulire dalle ambizioni terrene la Casa
di Cristo; che fra questi innovatori vi era Carlo Borromeo (da Luigi
conosciuto nel luglio 1580 e dal quale aveva ricevuto la prima Comunione)
e che i più attivi in quest'opera erano proprio i Gesuiti. E tutto ciò
non fece che rafforzare mag giormente il suo proposito di entrare nella
Compagnia di Gesù.
Compito
di Luigi, a Madrid, era quello di fare da paggio al principino don Diego,
di cinque anni, figlio di Filippo II -che era partito per il Portogallo
con una spedizione militare nell'intento di appropriarsi di quel regno-
e di Anna d'Austria, quarta moglie del re.
Ma
il suo servizio di paggio, per quanto gli pesasse, durò poco: alla fine
del novembre 1582 don Diego morì per una malattia infettiva. Luigi e
Rodolfo, liberi da ogni impegno, potevano ora dedicarsi a quanto più
li interessava: Luigi allo studio, alla preghiera, alla sua elevazione
spirituale; Rodolfo alle manifestazioni mondane: feste, balli, divertimenti.
Il
re e don Ferrante tornarono in Spagna nella primavera del 1583. Luigi
aspettò qualche mese, durante il quale si confermò ancor di più nella
sua risoluzione, e poi si presentò al padre per chiedergli il necessario
consenso per entrare a far parte della Compagnia di Gesù. Inutile dire
che questo consenso gli fu categoricamente negato da don Ferrante, che
aveva ben altri progetti per il figlio.
E,
oltretutto, Luigi avrebbe preteso di entrare in un Ordine religioso
in cui non si poteva far carriera! Impensabile! Ma Luigi non demordeva:
non gli interessavano cariche, titoli nobiliari, onori, ricchezze: per
lui era meglio essere soldato di Cristo per il bene di tutta l'Umanità,
che essere agli ordini di un re terreno per mantenere i privilegi di
una nobiltà corrotta.
Il
padre insisteva nel suo diniego, e Luigi continuava nella sua richiesta.
Il contrasto durava già da alcuni mesi, e don Ferrante, nel tentativo
di guadagnar tempo, propose al figlio di rimandare la discussione a
quando sarebbero tornati a Castiglione, cosa che avvenne nell'estate
del 1584. Nel frattempo, volle sottoporre Luigi a colloqui con dei religiosi,
affinché questi dessero un giudizio sulla realtà e serietà della vocazione
religiosa del figlio, e tutti furono concordi nel ritenere il ragazzo
molto serio e veramente portato a seguire la strada scelta.
Il
ritorno a Castiglione non attenuò né l'insistenza di Luigi, né l'opposizione
di suo padre. Finalmente quest'ultimo fu costretto a cedere; ma si attaccò
ancora, per rimandare il consenso, alla condizione che Luigi sbrigasse
tutte le pratiche necessarie a trasmettere il titolo di nobiltà a Rodolfo,
e al giro di tutto il parentado e di tutte le varie corti nobiliari
per salutare tutti e comunicare il suo ritiro dal mondo dei nobili.
E
finalmente, nel novembre 1585, quindi a diciassette anni, Luigi si recò
a Roma per seguire il corso preparatorio per diventare Gesuita. L'inizio
non fu facile, ma non perché gli sembrassero troppo dure a seguire le
regole imposte, ma per il motivo contrario: gli apparivano troppo facili.
Seguì comunque la disciplina della scuola preparatoria e due anni dopo,
nel novembre 1587, Luigi fece il voto di povertà, castità ed obbedienza,
e venne trasferito al Collegio romano, dove doveva poi completare la
sua preparazione al Sacerdozio.
E,
nonostante avesse dovuto sospendere per qualche mese la sua frequenza
al Collegio (doveva dirimere una questione tra il fratello Rodolfo ed
il cugino Vincenzo), il suo profitto non ne risentì minimamente. Eppure
le materie di studio non erano né poche, né facili: grammatica, latino,
greco, ebraico, lingue orientali, logica, fisica, etica, matematica,
astronomia, metafisica, sacre Scritture, teologia scolastica e teologia
morale. E trovava anche il tempo di studiare S. Agostino, S. Caterina
da Siena, S. Bernardo da Chiaravalle, pur dedicando diverse ore della
giornata all'aiuto materiale, morale e spirituale dei più poveri e di
insegnare catechismo a loro e ai loro figli.
Tutto
questo nonostante fosse egli stesso cagionevole di salute: le malattie
contratte da piccolo avevano lasciato i loro segni; i digiuni prolungati
non avevano certo rinforzato il suo corpo fisico; il continuo lavoro
non gli consentiva il necessario riposo; le ore -anche notturne- trascorse
in continua preghiera contribuivano anch'esse ad indebolirlo. E cominciava
a manifestarsi qualche sintomo di tisi. In più, nel 1591 le pessime
condizioni igieniche in cui viveva la gente del popolo causarono un'epidemia
di tifo.
I
Gesuiti, e Luigi con loro, si prodigavano fino all'impossibile, ma non
potevano far molto, altro che portare i malati nei lazzaretti, assisterli
per quanto era possibile farlo in assenza di cure mediche efficaci,
e seppellire i morti nella fossa comune. Anche Luigi fu colpito dalla
malattia, ma ne guarì in breve tempo, anche se ne rimase scheletrito
e quasi impossibilitato a muoversi per la debolezza.
A
poco a poco si riprese dal tifo, ma la tisi continuava a consumarlo;
aveva il presentimento di dover morire presto, ma ne era lieto: parlava
della morte con molta naturalezza; i tormenti causati dalla malattia
erano sopportati con grande forza d'animo: per lui erano "le stazioni
della Via Crucis" e come tali accettati; sembrava contento di dover
morire entro breve tempo "perché -diceva- adesso ho qualche probabilità
di essere in grazia di Dio, mentre non so come sarà per l'avvenire".
Morì,
come aveva predetto, nella notte del venerdì fra il 20 e il 21 giugno
1591, all'età di ventitré anni.
Subito
dopo la morte compì tanti miracoli che il Sinodo di Mantova lo proclamò
beato nel 1604 e la sacra Congregazione lo dichiarò degno della canonizzazione,
che avvenne, per opera di papa Benedetto XIII, nel 1726.
"Strano",
si direbbe questo Santo: figlio di nobili, nato e cresciuto in un ambiente
in cui la ricchezza, il fasto, l'esteriorità, l'orgoglio di appartenere
ad una classe sociale privilegiata erano considerate al di sopra di
ogni altra cosa; in un momento storico in cui la falsità, l'arrivismo,
l'esteriorità e l'ipocrisia si erano saldamente arroccate perfino nelle
gerarchie ecclesiastiche, ed in cui, al contrario, il popolo minuto
era veramente sfruttato, emarginato e trascurato dal potere, egli seppe,
per amore di Cristo, rinunciare a tutti i beni terreni e mettersi, materialmente,
moralmente e spiritualmente, al servizio di questo popolo oppresso.
Come si spiegano le sue azioni, pensieri, disponibilità e tendenze,
la sua religiosità e soprattutto la sua vocazione, che si sono manifestate
ad un'età in cui, normalmente, un bambino è soltanto una creatura inconsapevole?
Fu
chiesto, una volta, a Gesù: "Maestro, costui è nato cieco per i
peccati suoi o per quelli dei suoi genitori?". E noi chiederemo:
"Luigi è nato con la vocazione della Santità per i meriti suoi
o per quelli dei suoi contemporanei?". E non ci si risponda che
così è stato soltanto per manifestare le opere di Dio!