Il
nostro precedente articolo sulla Kabbala (Una discussione sulla Kabbala), che a noi era sembrato piuttosto...
come dire?: scialbo e anonimo, perché in effetti non era altro che una
esposizione di avvenimenti storici, o una ricostruzione di quanto era
avvenuto all'interno, non tanto dell'Ebraismo, quanto al metodo di studio
e al conseguente insegnamento che i Thannaìm, o Dottori della Legge,
avevano adottato, ha suscitato un mezzo "vespaio".
Abbiamo
infatti ricevuto, con nostra grande sorpresa e tuttavia con altrettanto
grande soddisfazione, numerosi scritti da parte dei nostri lettori più
interessati, i quali manifestavano, accanto alle critiche per il nostro
modo piuttosto superficiale di esporre la materia, la richiesta di approfondire
l'argomento.
Che
possiamo rispondere? A nostra "discolpa" diremo che non ci
saremmo immaginati che la Kabbala avrebbe suscitato tanto interesse,
e ci siamo quindi limitati a render noto quanto avevamo appreso dal
libro citato ("La Kabbale, où la philosophie religieuse des Hebreux"
di Ad. Franck), pensando che tali notizie avrebbero potuto soddisfare
la curiosità dei nostri lettori.
E
riconosciamo umilmente anche di esserci voluti togliere la personale
soddisfazione di controbattere pubblicamente, con un documento di cui
abbiamo riscontrato l'assoluta veridicità, le tesi dei nostri amici-avversari
della discussione di cui avevamo parlato nel nostro articolo precedente.
Come
"penitenza" per il nostro errore di valutazione e per quello,
più grave, di mancanza di umiltà, ci autoinfliggiamo il castigo di scrivere
tutta un serie di articoli sulla Kabbala. (Tanto, per noi, sarà una
lieve punizione, ma anche un piacere, perché ci darà il dolore-gioia
di approfondire le nostre modeste conoscenze).
Queste
sono le premesse. Ma dobbiamo anzitutto prevenire i nostri lettori che
la nostra chiacchierata, che prevediamo debba essere tutt'altro che
breve, ci porterà a seguire un lungo itinerario preliminare, in cui
non parleremo di Kabbala, ma prenderemo in esame l'ambiente in cui sono
nati e si sono sviluppati determinati concetti.
Senza
questa prima analisi, le conclusioni a cui arriveremo sembrerebbero
del tutto ingiustificate. Quindi, preghiamo i nostri lettori di seguirci
con parecchia pazienza e magari con un po' di sacrificio, perché pensiamo
proprio che, come si dice, "il giuoco valga la candela".
Detto
questo, cominciamo dal principio.
L'evoluzione
della comprensione e dell'interpretazione della Religione ebraica segue
un po' la storia del Popolo d'Israele, e questa è cosa normale e naturale,
perché ci vuole sempre parecchio tempo per comprendere bene una dottrina
religiosa. Se poi si considera il fatto che, dal momento in cui Abramo
ebbe la Chiamata da Dio, fino a quello in cui Mosè scrisse i suoi cinque
libri, al popolo ebraico mancava una vera e propria cultura religiosa,
o istruzione, o dottrina, questa "lentezza" nell'apprendimento
è ancor più comprensibile e giustificabile. Le indicazioni, gli orientamenti,
i codici di comportamento, i tentativi di far indirizzare il Popolo
eletto verso regole sociali, morali e religiose più consone alla Volontà
dell'Altissimo provenivano soltan to dai Patriarchi e dai Profeti, non
sempre compresi e talvolta anche, specialmente questi ultimi, respinti
e perseguitati.
Il
popolo ebraico aveva dovuto sopportare diverse traversie (ostilità con
i popoli vicini, invasioni, e perfino la schiavitù) previste dai Profeti
e da questi spiegate come espiazione del peccato di mancato adempimento
della Volontà dell'Altissimo, ma si era sempre ripreso grazie al mantenimento
della sua fede.
La
schiavitù in Egitto, durata all'incirca dal 1650 al 1235 a.C. (quindi
per quasi quattrocento anni) non aveva fatto perdere la fede nel suo
Dio al popolo ebraico, ma certamente l'aveva affievolita ed aveva fatto
dimenticare, o almeno accantonare, parecchie delle Tradizioni religiose.
Cosa
comprensibilissima, se si tien conto che tutta la nazione egizia, a
cominciare dal Faraone e dai sacerdoti fino al popolo minuto, seguiva
una religione politeistica e misterica, spesso infarcita di pratiche
magiche, di stregoneria e di riti occultistici. È logico quindi dedurne
che il popolo ebraico, che era nello stato di schiavitù, non fosse aiutato,
ma piuttosto contrastato nelle celebrazioni, specie quelle pubbliche,
dei suoi riti religiosi.
Ci
sarebbe anzi da meravigliarsi che abbia mantenuto la sua fede in IHVH
durante tutto questo tempo; ma pensiamo che, forse, questa "ostinazione"
sia dovuta appunto alla dura schiavitù: per contestare i suoi carcerieri
nell'unico modo possibile, quello ideologico, e quasi per far loro dispetto,
non ha voluto abbracciare la religione egiziana.
Poi
venne Mosè, il "salvato dalle acque" che, con l'aiuto di Dio,
liberò gli Ebrei. Ma, nella realtà, chi era Mosè? Nel "dizionario
enciclopedico RELIGIONI E MITI" (Bompiani, Milano, 1987) leggiamo
che nacque "probabilmente" in Egitto, figlio di una donna
ebrea, Jokebed, della tribù di Levi, la quale, nell'intento di salvarlo
da un'ordinanza del Faraone, "lo abbandonò sul fiume in un cesto;
salvato dalla figlia del Faraone, venne educato a Corte".
Ma,
in realtà, Mosè (questo ce lo dice il linguaggio usato nella stesura
del Pentateuco) non fu educato a Corte, bensì nei Collegi iniziatici
sacerdotali, ed era perciò a conoscenza dei Riti misterici della religione
egizia e quindi della parte esoterica di questo culto.
La
logica ci fa supporre che, in questi Collegi iniziatici, venisse insegnata
una dottrina, non diversa, ma complementare e più approfondita, rispetto
a quella che veniva esposta al popolino. Noi personalmente siamo convinti
che almeno alcuni dei grandi sacerdoti egiziani (come quelli più intelligenti
ed esoterici delle grandi religioni dell'antichità) credessero in un
unico Dio creatore, i cui attributi erano rappresentati dai diversi
dèi che, a loro volta, impersonavano le varie forze della natura, dalla
più materiale alla più spirituale.
In
questi Collegi iniziatici, quindi, doveva vigere l'uso di un linguaggio
e di una simbologia del tutto particolari, che Mosè doveva necessariamente
conoscere a fondo, altrimenti sarebbe stato estromesso per indegnità
o almeno incapacità od ignoranza, dai suddetti Collegi. Ma poiché questo
non avvenne, dato che Mosè raggiunse una posizione sociale discretamente
elevata, prima del noto incidente con il guardiano egizio (aveva preso
le difese di un Ebreo da esso maltrattato), ciò significa che fu sempre
tenuto in grande considerazione.
È
noto (la Bibbia lo dice in Es.,2: 11-15) che Mosè fu costretto ad allontanarsi dall'Egitto
per sfuggire alle ire del Faraone e che si stabilì nel paese di Madian,
presso Ietro, un sacerdote-pastore, di cui sposò la figlia Zippora (o
Sepphora) che gli diede un figlio. La Scrittura dice ancora che Mosè,
avendo portato il gregge a pascolare presso il sacro monte Oreb, ebbe
la Chiamata di Dio (episodio del "Roveto ardente": Es., 3: 2 e segg.).
Non
stiamo qui a riportare tutto quanto dice la Scrittura, che ognuno può
leggere da sé: a noi basta aver fatto notare che, anche se la Bibbia
non lo dice apertamente, Mosè doveva aver ricevuto senza dubbio un'educazione
esoterica molto approfondita, anche se ispirata ad una religione diversa
da quella ebraica.
Cosa,
questa, irrilevante perché, quando si tratta dell'esoterismo e del suo
linguaggio, il carattere e l'impronta della filosofia o della dottrina,
in sé e per sé, hanno poca importanza. Questo non vuol dire, per fare
un esempio, che l'esoterismo dello Zen sia uguale a quello islamico,
bensì che le sollecitazioni all'approfondimento dei concetti - insistiamo:
le sole sollecitazioni - sono della stessa natura in ambedue le filosofie,
perché vanno a risvegliare, nell'interiorità dell'individuo, i medesimi
impulsi e gli identici stimoli.
Sia
detto per inciso: abbiamo notato che quando due esoterici discutono
fa di loro, trovano sempre, e con relativa facilità, una convergenza
di idee, o almeno diversi punti di contatto fra le loro filosofie, anche
se queste sono del tutto diverse l'una dall'altra.
E
ritorniamo a noi e al Pentateuco, cioè ai cinque libri scritti da Mosè:
Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. Il Genesi, che è senz'altro,
con l'Esodo, il più noto, comincia con il racconto della Creazione.
Ma
attenzione! con quale linguaggio è scritto? Se andiamo a consultare
l'edizione ufficiale della C. E. I. (Edizioni Paoline, Roma, 1980) leggiamo:
Gen., 1: 1-2 "In principio
Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre
ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque".
Nell'edizione del 1788, autorizzata dal Papa Pio VI°, leggiamo allo
stesso punto: "Nel principio creò Dio il cielo e la terra. E la
terra era informe e vuota, e le tenebre erano sopra la faccia dell'abisso;
e lo spirito di Dio si movea sopra le acque".
A
parte le differenze di stile linguistico, notiamo già all'inizio una
certa differenza fra le due Edizioni: la più recente dice: "in
principio", l'altra dice: "nel principio". Sembra un
particolare di poca importanza, ma questa apparentemente piccola diversità
può far cambiare significato non solo a quel versetto, ma a tutto ciò
che segue.
Infatti,
"in principio" significa "all'inizio", cioè "per
prima cosa", "anzitutto", collegando così l'Opera della
Creazione al concetto di tempo, antropomorfizzando la Divinità e la
Sua Opera. L'espressione "nel principio", invece, fa intendere
che la Creazione è fatta "nel Principio" del Creatore, e che
essa ancora non si è materializzata, perché è, in un certo senso, ancora
nella Mente di Dio.
Ecco
allora spiegato il motivo per cui la Terra è "informe e vuota":
ancora la Creazione è allo stato metafisico, ed esiste solo nel Principio
divino. Infatti, ecco la traduzione dall'ebraico eseguita da Fabre d'Olivet,
insigne e dotto esperto di etimologia, vissuto dal 1768 al 1825 (traduzione
compiuta tenendo conto di ogni sfumatura di interpretazione del linguaggio
originale): "Nel principio, Elohim, Egli gli Dei, l'Essere degli
Esseri, determinò in esistenza potenziale ciò che costituisce l'esistenza
dei Cieli e della Terra. Ma la Terra esisteva solo come potenza contingente
d'essere in una potenza d'essere e l'oscurità, forza astringente e compressiva,
avviluppava l'Abisso, sorgente infinita dell'esistenza potenziale; e
lo Spirito divino, soffio espansivo e vivificante, esercitava ancora
la sua azione generatrice al di sopra delle acque, immagine dell'universale
passività delle cose".
Ora,
mentre invitiamo i nostri lettori a confrontare fra di loro le diverse
versioni, li esortiamo anche a cercare di comprendere il significato
profondo dello scritto originale, il quale è ben diverso dall'esposizione
semplicistica ed estremamente "diluita" alla quale siamo abituati.
E facciamo questo invito e questa esortazione pur sapendo che rappresentano
una apparente deviazione dalla materia di cui ci stiamo occupando: la
Kabbala.
Alla
quale, naturalmente, ci affrettiamo a ritornare, dopo questa lunga digressione
che, come abbiamo già detto, ritenevamo però necessaria per farci entrare
un poco nello spirito generale dell'argomento.
Mosè
quindi, scrivendo i suoi cinque libri (che sono poi il fondamento e
la base delle tre Religioni monoteistiche: Ebraismo, Islamismo e Cristianesimo)
dimostra di aver profondamente assimilato la mentalità esoterica. Ma
il suo è un esempio di scrittura "ad Arte", fatta cioè in
modo tale che quei concetti, che nell'originale sono decifrabili e comprensibili
soltanto per le intelligenze più acute, possano essere semplificati
e resi accessibili anche alle persone più semplici. Il suo è uno scrivere
"ad Arte", come abbiamo detto, perché infatti è stato possibile
"diluire" talmente il Racconto della Creazione (il "Sepher
Ietzirah") che lo comprendono anche i ragazzi, perché è diventato
evidente e chiaro come una favoletta. Ma quante Verità eccelse si nascondono
dietro quella "favoletta"!
Cominciamo
ora a comprendere il motivo per cui i maestri kabbalisti vietavano di
spiegare il Sepher Ietzirah a più di una persona per volta?
Noi
non abbiamo prove evidenti da mostrare, ma la logica (almeno quella,
in mancanza di indizi storici) ci induce alla convinzione che esistessero
due diverse versioni del Pentateuco: una per gli "addetti ai lavori",
l'altra per il popolino. Siamo anche sostenuti, in questo nostro convincimento,
da un altro fatto, apparentemente indipendente da ogni altra cosa, ma
che ci sembra invece significativo: la contemporaneità esistente tra
l'inizio dell'opera esegetica dei primi Thannaìm e la compilazione della
cosiddetta "Versione dei Settanta" (traduzione in greco del
Pentateuco per la biblioteca d'Alessandria): avvenimenti ambedue accaduti
verso la metà del III° secolo a. C. I Thannaìm erano -se ne ricorderanno
i nostri lettori- i primi veri Dottori della Legge esistenti in Israele,
e tutto ci induce a credere che fossero i fondatori della Kabbala.