Una discussione sulla Kabbala

Qualche tempo fa, in un circolo privato, ci era capitato di partecipare ad una riunione fra amici, durante la quale, a un certo punto, era stato toccato l'argomento "Kabbala". La discussione, mantenutasi fino a quel momento relativamente pacata, ha preso a poco a poco dei toni piuttosto vivaci, perché alcuni sostenevano una tesi, ed altri appoggiavano quella opposta. E il bello si è che i difensori delle due asserzioni contrastanti citavano, a loro sostegno, scritti, opinioni e concetti espressi da personaggi la cui erudizione era riconosciuta anche dagli avversari.

Ad esempio: c'era chi sosteneva che la Kabbala avesse origini molto antiche, facendole risalire almeno al I° secolo a.C., se non ancora più indietro nel tempo; altri invece ne datavano la comparsa al XIII° secolo. Era nata anche una controversia fra gli assertori che la Kabbala fosse una esoterica dottrina ebraica di estrazione esclusivamente religiosa, e quelli che sostenevano che fosse una filosofia, quindi una speculazione puramente mentale.

La discussione si prolungò parecchio, e quando la compagnia si sciolse, ciascuno rimase della propria opinione.

Passò del tempo, ma gli argomenti della discussione ogni tanto tornavano a farci visita: che cos'è veramente la Kabbala? qual è il motivo della sua esistenza? quando è nata? presso quale gruppo ebraico?

Domande alle quali, quasi per caso, abbiamo trovato risposta in un libro di un semi-dimenticato studioso francese del secolo scorso: Ad. Franck, dal titolo: "La Kabbale, ou la Philosophie religieuse des Hébreux", e la cui prima edizione risale al 1843. È un'opera più storica che dottrinale o filosofica, però, forse appunto per questo -cioè per il fatto di non perdersi in lunghe e difficili dissertazioni teoretiche- l'esposizione è chiara e sostenuta da documentazioni storiche. Non ultimo (cosa che per noi personalmente è motivo di soddisfazione, perché avvalora la nostra tesi, sostenuta in quella famosa discussione) dimostra senza possibilità di dubbio le origini antiche di questa esoterica dottrina filosofico-religiosa.

Perché si tratta proprio di una dottrina filosofico- religiosa esoterica, riservata a pochi, cioè a quelli che, addestrati allo studio, dotati di intùito e soprattutto aperti alla spiritualità, sono più adatti alla comprensione e alla messa in pratica degli insegnamenti dottrinali.

Il pensiero, o l'ideologia, di questa dottrina è contenuto in due libri: il "Sepher ietzirah" ("Il Libro della Creazione") e lo "Zohar" ("La Luce", detto anche "Il Libro degli Splendori"), l'antichità dei quali è dimostrata dalla storia stessa dell'Ebraismo.

Infatti, il popolo ebraico, dalla sua origine e almeno fino lla liberazione dalla cattività in Babilonia, non conosceva altri Ministri della Religione se non il Profeta e il Sacerdote. Ma quest'ultimo non insegnava, dedicandosi solo alle cerimonie religiose, peraltro solo esteriori.

I Profeti erano spesso poco o nulla compresi, quando non addirittura perseguitati; in quanto ai Dottori della Legge (quelli che oggi si chiamerebbero i Teologi), p73 sempre, o quasi, asserviti ai grandi Sacerdoti, non dovevano essere personaggi di grande levatura, perché il loro nome, in tutto questo periodo, non è più conosciuto della loro esistenza. Li vediamo apparire solo all'inizio del III° secolo a.C., con il nome generale di "Thannaìm", che significa "organi della Tradizione", dato che era in nome di questa che si insegnava ciò che non è chiaramente espresso nelle Scritture.

I Thannaìm costituiscono una specie di catena lunga circa 500 anni, cioè fino alla morte di Giuda il Santo, redattore della "Mischnà", ovvero la raccolta di tutto ciò che era stato insegnato dai suoi predecessori, fra cui appaiono i presunti autori delle opere kabbalistiche più antiche ed autorevoli: Akiba e Simeon ben Jochai, con suo figlio ed i suoi "amici" (così si chiamavano i seguaci di questa Tradizione esoterica).

Verso la fine del II° secolo d.C. inizia una nuova serie di teologi, chiamati "Amoraìm", che riprendono, spiegandolo e commentandolo, quanto era stato detto dai Thannaìm. Questi commentari, che si sono moltiplicati durante 300 anni, sono stati poi raccolti in un'opera chiamata "Ghevarà" (la Tradizione). Infine, la Mischnà e la Ghevarà furono riunite sotto il nome generale di "Thalmud", cioè lo studio, o la scienza per eccellenza.

È quindi nel Thalmud, che deve essere ricercato qualche dato riguardante l'epoca dell'origine della Tradizione kabbalistica. E in questa raccolta si trovano, in diversi punti, delle raccomandazioni sul silenzio da serbare circa la spiegazione di alcuni passi della Scrittura e, ciò che più conta, il divieto di spiegare la Genesi (Sepher ietzirah) a più di due persone per volta; e la "Mercabah", o "Carro celeste", anche ad una sola "a meno che questi sia un uomo saggio e che comprenda da solo".

Un rabbino rammentato nel Thalmud è ancora più severo, perché aggiunge che non debbono essere divulgati nemmeno gli indici dei capitoli, se non ad uomini "che portano in sé un cuore pieno di inquietudine" (cioè dotati di estrema prudenza).

È evidente che questa segretezza non può riguardare il testo della Genesi di Mosè, perché il Pentateuco era pubblicamente letto nelle sinagoghe; e nemmeno può trattarsi della semplice lettura della visione di Ezechiele (il Cocchio divino) che appare nel I° capitolo dello scritto di questo Profeta, anche perché la visione è descritta in un solo capitolo, mentre la spiegazione, che è chiamata "la Mercabah", ne comprende diversi.

E da quanto sopra risulta pure evidente che la dottrina occulta si suddivide in due parti, alle quali non si attribuisce la medesima importanza, perché una può essere insegnata contemporaneamente anche a due persone, mentre l'altra non può essere divulgata per intero, nemmeno ad una sola, se questa non soddisfa la condizione di essere tanto sapiente da comprendere da sola. Queste due parti sono: la "Storia della Genesi o della Creazione" (Sepher ietzirah), che insegna la scienza della natura, e la "Storia del Carro di Fuoco" (Mercabah), che contiene un trattato di Teologia.

La Storia ci dice che il redattore della Mischnà, Giuda il Santo, morì nel 186 d.C., che esisteva un determinato ordine secondo cui l'opera doveva essere suddivisa e che essa non era che la raccolta di tutto ciò che era stato insegnato dai Thannaìm a partire dal 300 a.C.: da tutto ciò risulta evidente che gli insegnamenti contenuti nell'opera, come pure le raccomandazioni sul silenzio e sulla segretezza, erano senz'altro anteriori alla compilazione della Mischnà stessa.

Non possiamo stabilire chi sia l'autore del divieto di confidare imprudentemente i segreti contenuti nei libri del Sepher ietzirah e della Mercabah, ma questo stesso fatto è la prova della loro antichità. Infatti, se l'autore di questi divieti fosse stato uno solo, il suo nome sarebbe conosciuto e tramandato: prova chiara che era l'opinione di tutti i Thannaìm a conoscenza di questa dottrina, i quali si erano resi conto dei pericoli esistenti nella sua divulgazione anche fra gli stessi dottori e maestri d'Israele.

Si può quindi far risalire questa Tradizione almeno alla fine del I° secolo dell'Era cristiana. Ma personalmente siamo convinti che essa risalga -almeno come prima idea, magari ancor confusa- ad un'epoca ancor anteriore di circa un secolo.

Vi è infine un altro documento che testimonia dell'antichità, se non dei libri, almeno delle idee kabbalistiche, ed è la traduzione in lingua caldaica del Pentateuco, ad opera di Onkelos.

In quest'opera si presenta l'idea che la Rivelazione fosse stata trasmessa a Mosè sul monte Sinai, insieme alla Legge scritta ed a quella orale, Rivelazione che arrivò per Tradizione -quindi solo come trasmissione da bocca a orecchio- da Mosè ai Thannaìm e che ad Onkelos spettò solo il merito di scriverla. Ma lo scritto è di concezione totalmente nuova, opposta a quella della Mischnà, del Thalmud, dell'Ebraismo essoterico e del Pentateuco stesso, perché vi appare una forte componente mistica.

E questo, a nostro avviso, non è da sottovalutare, perché segna una svolta importantissima, almeno per coloro che, di mentalità più aperta -come appunto i Thannaìm di cui si parla nella Mischnà- erano propensi a vedere, nella Legge, un insegnamento morale e spirituale, piuttosto che concreto, convinti che il Creatore si indirizzasse soprattutto all'interiorità, più che alle azioni materiali degli uomini.

E questo è di notevolissima importanza, in un popolo in cui l'interpretazione esclusivamente letterale della Legge religiosa giungeva ad estremi assurdi, come arrivare a contare i versetti, le parole e le lettere della Legge, o sottostare ad una massa sempre crescente di pratiche del tutto esteriori.

L'interpretazione della Legge secondo questa nuova concezione, contraria a tutto ciò che è materiale e positivo, e invece favorevole ad un idealismo interiorizzante, ci indica l'esistenza di una dottrina segreta, la quale non data certamente dal giorno in cui è stata scritta, ma che deve necessariamente derivare da una precedente Tradizione.

"Kabbalah", come indica il radicale "k'ba'l", indica l'azione di ricevere: una dottrina ricevuta per Tradizione. E quale può essere questa Tradizione, se non il Pentateuco interpretato spiritualmente? Non è, questa, una ulteriore dimostrazione dell'esistenza, in ogni grande Religione, di una interpretazione essoterica e di una esoterica della Scrittura?