La nascita dell'iconografia

Il popolo ebraico è stato scelto da Dio per stipulare un'Alleanza di Salvezza e al quale, in seguito, ha dato delle regole, delle direttive di comportamento sociale, nazionale, morale e spirituale: i Dieci Comandamenti. Questo popolo è rimasto ligio a tutte queste regole, ma solo per quanto riguardava l'esteriorità, tanto da spostare il baricentro del suo interesse dallo spirituale (a miglioramento del quale erano state date queste regole) al materiale.

Questo avvenne in misura tanto completa che, in più di un'occasione Cristo stesso rimproverò ai Sacerdoti del tempo, ai Farisei, agli Scribi, ai Dottori della Legge e ai Sadducei, di essere troppo attenti alla "lettera" e poco o nulla allo "spirito" della Legge. "Guai a voi, dottori della legge -dice Gesù- che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l'avete impedito" (Lc., 11.52).

Una delle regole che Dio aveva dato a Mosè era quella concernente l'immagine di Dio stesso: "Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù in cielo né di quanto è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra" (Es., 20: 4). Questa regola è stata necessaria ed importante per impedire che il culto delle immagini potesse scivolare nel fanatismo e nell'idolatria. Il concetto è stato ribadito da Mosè, che volle così impedire agli Ebrei di attribuire alle immagini qualsiasi significato di idolo, amuleto o talismano a carattere magico, e che potessero così spogliare l'immagine metafisica di Dio di qualsiasi valore spirituale e trascendente e sconfinassero nella più completa e gretta superstizione.

Il popolo ebraico, quindi, nelle sue sinagoghe non ha alcuna immagine di Dio; altrettanto avviene per i Musulmani, che si attengono rigidamente, su questo punto, alla Legge mosaica.

Nel Cristianesimo, invece, si è avuto un gran fiorire di immagini di Cristo, della Vergine, dei Santi e degli Apostoli. Tutto ciò è derivato dalla nuova rivelazione che Cristo portava con Sé, e dalle Sue parole: "Chi ha visto me, ha visto il Padre mio che è nei Cieli" e da quelle di S. Paolo: "Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me".

Queste due affermazioni fecero sì che i Cristiani adornassero subito le catacombe ed i luoghi di culto e di riunione con statuette ed immagini sacre, benché all'inizio essi usassero più i simboli, che le immagini.

Ma già al suo apparire l'iconografia cristiana conobbe i primi ostacoli e l'opposizione dei conservatori -probabilmente Ebrei convertiti- che erano tenacemente attaccati alla Legge mosaica e troppo timorosi del pericolo di cadere nell'idolatria.

Nonostante l'accettazione della venerazione delle immagini, si arrivò anche a promulgare dei divieti ufficiali, come quello del Concilio di Elvira (nel 306), che proibiva di ornare con dipinti le chiese, affinché "l'oggetto del culto e dell'adorazione non fosse esposto sui muri". Ma non si trattava di un divieto assoluto, e soprattutto non prevedeva sanzioni contro i non adempienti, così riuscirono a convivere in discreta armonia sia coloro che accettavano e veneravano le immagini sacre, sia i loro op positori. Finché non scoppiò quello che possiamo definire il più nero periodo della storia della Chiesa, che fu divisa, pur rimanendo una e unica, in due fazioni contrarie: quella che accettava e venerava le immagini sacre e quella che le respingeva.

IL PERIODO ICONOCLASTA.

Fu in Oriente, che si sviluppò la maggiore ostilità verso il culto delle immagini, o Iconodulia. Questo avvenne per due motivi: il primo era dovuto al fatto che vi era stato qualche abuso; il secondo era derivato dallo stretto contatto fra Giudei ed Arabi, questi ultimi tenaci avversari delle rappresentazioni iconografiche della Divinità. Oltre a queste ragioni, vi fu anche l'inconfessata volontà di annientare il potere del monachesimo, nel timore che questo potesse prendere il sopravvento sullo stesso potere imperiale. Infatti, la persecuzione si rivolse soprattutto contro i monaci, e non soltanto contro le immagini.

La furia iconoclasta scoppiò nel 726, quando l'imperatore di Bisanzio, Leone III°, l'Isaurico, preoccupato soprattutto di ricuperare le ricchezze investite nei monasteri e le loro proprietà terriere, promulgò una serie di leggi che colpivano duramente il culto delle immagini, le quali si trovavano -per l'appunto!- per la maggior parte nei monasteri. L'imperatore aveva idee riformatrici, e comunicò per iscritto al papa Gregorio II° la sua volontà, aggiungendo: "Io sono imperatore e sacerdote!", accentrando su di sé i due poteri: il civile e il religioso. Ottenuto l'appoggio (più o meno volontario) di alcuni importanti vescovi, cercò di sottomettere ai suoi voleri anche il Patriarca di Costantinopoli, S. Germano, il quale, per aver rifiutato, fu costretto a dimettersi.

Dopo alcune vicende, anche sanguinose, nel 730 l'iconoclastia divenne la dottrina ufficiale, confermata da un editto, e da qui cominciò la vera e propria persecuzione contro le icone e gli iconofili. Il papa Gregorio II° protestò violentemente, ma rimase inascoltato; il suo successore Gregorio III° convocò a Roma, il 1° novembre 731, un Sinodo, composto da novantatre vescovi, in cui si legittimava la venerazione delle immagini e si scomunicavano gli iconoclasti. Fu in questa occasione, che Gregorio III°, per onorare i Santi oltraggiati, istituì la festa di Ognissanti, successivamente stabilita alla data di apertura del Sinodo, il 1° novembre, dal papa Gregorio IV°.

La risposta dell'imperatore Leone III° al Sinodo romano fu la confisca dei beni delle chiese che si trovavano nel territorio a lui sottoposto, mettendo alle dipendenze del Patriarcato di Costantinopoli tutte le sedi vescovili del Patriarcato di Roma che si trovavano in territorio bizantino. Con queste azioni, Leone III° ha contribuito notevolmente all'allontanamento ideologico e dottrinale fra la Chiesa d'Oriente e quella d'Occidente.

Nel 740 morì Leone III° e salì al trono il figlio, Costantino V°, il Copronimo, ancor più fanatico del padre. Fu responsabile di lotte e persecuzioni degne dei primi tempi dell'era cristiana, e nel 752 preparò e indisse un Concilio, arbitrariamente definito "ecumenico", presieduto da Teodoro di Efeso e che iniziò il 10 febbraio 754, concludendosi il 29 agosto seguente. Di questo Concilio, basato su argomentazioni false, interpretazioni viziate da interessi tutt'altro che religiosi e citazioni manipola te degli antichi Padri della Chiesa, resta solo l'"Oros", ovvero la dichiarazione finale, firmata da ben trecentotrentotto vescovi, in maggioranza iconoclasti. In esso si condannavano definitivamente il culto delle immagini e coloro che lo praticavano.

In possesso di questa nuova arma "ufficiale", Costantino V° continuò la persecuzione in maniera ancor più violenta, durante la quale la distruzione di affreschi, mosaici, icone e reliquie fu totale, o quasi, e, come se questo non bastasse, crebbe enormemente il numero dei monaci iconoduli e dei loro sostenitori, torturati e mandati a morte.

La furia iconoclasta ebbe un attimo di sosta sotto il regno di Leone IV°, successore di Costantino V°, ma durò solo cinque anni. Alla morte di Leone IV° il governo passò alla vedova, Irene, reggente per il figlio Costantino VI° e sostenitrice dell'iconodulia, che cercò di restaurare il culto delle immagini e che lavorò per far cessare la scissione esistente fra la Chiesa di Bisanzio e quella di Roma.

Ella propose al papa Adriano I° la convocazione di un Concilio ecumenico, che ebbe inizio a Costantinopoli il 17 agosto 786, ma che fu interrotto a causa di un'irruzione dei soldati iconoduli nella stessa chiesa del Concilio. A seguito di ciò, questo fu costretto a trasferirsi a Nicea, ove ebbe inizio il 24 settembre 787, concludendosi il successivo 3 ottobre con un discorso della stessa Irene e con la lettura del decreto conclusivo, nel quale si ebbe la condanna e l'anatema per eresia contro l'iconoclastia e fu ristabilita la venerazione delle immagini sacre, definita nei suoi aspetti dogmatici.

Durante gli anni successivi, avvenne la caduta di Irene nell'802, ed i due imperatori seguenti, Niceforo I° e Michele I°, furono abbastanza fedeli al II° Concilio di Nicea; ma nell'813 gli iconoclasti, ancora molto forti, presero la loro rivincita con l'approvazione di Leone V°, l'Armeno, che ad essi doveva la sua elezione. Il Patriarca di Costantinopoli, S. Niceforo, fu esiliato ed il suo posto venne preso dal laico Teodoto Melisseno, il quale condannò il Concilio di Nicea e convocò nell'815 un nuovo Sinodo, che confermava le decisioni del Concilio di Jeria del 754.

Si scatenò così una persecuzione violenta, che provocò migliaia di vittime, e che soprattutto mirava a colpire la classe monastica. A Leone V°, ucciso nell'820, successe Michele II°, il Balbuziente, che si dimostrò più clemente, facendo liberare i prigionieri e ritornare gli esiliati, ma che mantenne tuttavia fermi i principi iconoclasti. Il successore di Michele II°, Teofilo, salito al trono nell'829, riprese con rinnovata energia la persecuzione, affollando nuovamente le prigioni e le sale di tortura. Alla sua morte, però, il potere passò nelle mani di Teodora, che riuscì a ristabilire l'iconodulia, perché trovò meno resistenza di prima. Ella depose il Patriarca iconoclasta Giovanni VII° e lo sostituì con san Metodio, uomo di polso e di prudenza, benvoluto e stimato dal popolo e mutilato nel viso dalla tortura di Michele II° e di Teofilo.

Nell'843 fu convocato un Concilio a Costantinopoli, e qui fu definitivamente dichiarato legittimo il culto delle immagini, come stabilito dal Concilio di Nicea. Questo avvenimento fu celebrato con una grande processione guidata da Metodio e dall'imperatrice Teodora e che si svolse l'11 marzo 843, prima domenica di Quaresima. Questa data è ricordata anche ai giorni nostri come "Festa dell'Ortodossia".