Giasone, gli Argonauti e la conquista del Vello d'oro

La conquista del Vello d'Oro presenta una ricca simbologia legata alle vicende dei personaggi che vi parteciparono: Giasone, capo della spedizione e legittimo erede del trono di Iolco, e poi Eracle, Castore, Polluce, Orfeo, Teseo, Telamone, Piritoo, Peleo, e Argos, costruttore della nave Argo ("la Rapida"), e molti altri. Ma vi sarebbe anche la storia di Esone, padre di Giasone; quella di Pelia, l'usurpatore; e la precedente storia di Frisso, che sarebbe dovuto essere sacrificato agli Dei da Atamante, re di Alos in Tessaglia, per porre fine alla siccità nel paese, ma che fu portato in salvo nella Colchide dall'ariete dal vello d'oro. Il quale fu poi sacrificato a Zeus Fixios, salvatore dei fuggitivi, ed il cui vello fu appeso ad una quercia, pianta sacra a Zeus, nel santuario di Ares, nella Colchide, e sorvegliato da un drago insonne.

Come si vede da questa prima breve presentazione, la storia del Vello d'Oro è piuttosto complicata, ma noi cercheremo di semplificarla al massimo, perché quello che ci interessa è soltanto l'impresa degli Argonauti e la parte che vi ebbe Giasone, anche se dovremo andare un poco a ritroso nel tempo per raccontare come mai il prezioso vello si trovasse nella Colchide, e perché venne chiesto a Giasone di andare a ricuperarlo.

Anni prima dell'inizio dell'impresa degli Argonauti, Atamante, che aveva fondato la città di Alos, in Tessaglia, era stato scelto come marito dalla dea Nefele, dalla quale aveva avuto due figli: Frisso ed Elle. Poi, però, il re aveva abbandonato la dea e si era unito ad una donna terrena, e Nefele, offesa, tornò in cielo e punì con la siccità tutto il paese.

La nuova regina, Ino, gelosa dei figli della dea, aveva corrotto i messi che Atamante aveva inviato all'oracolo di Apollo, affinché questi dicessero al re che, per porre fine alla siccità, era necessario sacrificare Frisso e sua sorella Elle. Ma Zeus mandò ai due fratelli un ariete volante, quello dal vello d'oro, il quale li prese in groppa e li allontanò dal pericolo.

Elle non terminò il viaggio, perché cadde in mare (nello stretto che si chiamò Ellesponto, o mare di Elle, e che oggi si chiama Dardanelli); Frisso invece fu portato in volo dall'ariete fin nella Colchide. Qui giunto, fu accolto benevolmente dal re del luogo, che gli diede in sposa sua figlia. L'ariete fu poi sacrificato a Zeus, ed il suo vello, come abbiamo detto, venne appeso ad una quercia e custodito da un drago insonne.

Dobbiamo anche precisare che Atamante, padre di Frisso, era figlio di Eolo e fratello del re di Iolco, Creteo, e che questi aveva avuto due figli: Esone, il primogenito, al quale sarebbe spettato per diritto il trono, e Pelia, che però aveva usurpato il trono al fratello. Quest'ultimo, per salvare dalle persecuzioni di Pelia il figlio Giasone, lo aveva affidato al saggio centauro Chirone, che dimorava sul monte Pelio, e che lo aveva allevato ed istruito fino alla maggiore età.

Questi gli antefatti, la cui simbologia è evidente: le azioni di Atamante (il ripudio ingiustificato della moglie, che per giunta era una dea); la gelosia della nuova moglie (che, per liberarsi dei figli di primo letto del marito, aveva tramato per farli uccidere); l'usurpazione del trono di Iolco da parte di Pelia e le persecuzioni a danno del legittimo erede al trono sono tutte azioni riprovevoli, anche per la concezione degli antichi sull'idea della moralità.

L'intervento degli dei per salvare i figli di Atamante, per mezzo dell'invio dell'ariete dal vello d'oro, che portò Frisso nella Colchide, cioè nell'estremo Est del Mediterraneo, indica che le forze benefiche, anche se non intervengono immediatamente, sono sempre in atto per porre rimedio alle azioni malvagie dei mortali. E se talvolta sembra che non abbiano l'effetto completo (vedi la caduta in mare di Elle), sono tuttavia giuste: infatti la sua caduta in mare fu in realtà lo sposalizio con Poseidone.

Giasone dunque, quando ebbe l'età giusta, partito dal monte Pelio, si recò a Iolco, con l'intento di reclamare i i suoi diritti e quelli di suo padre. Durante il viaggio, nell'attraversamento di un fiume, perse il sandalo sinistro, cosicché giunse in città con un solo sandalo. Giunto all'agorà, vide davanti a sé un uomo su un cocchio che gli chiese chi fosse.

Giasone -senza sapere di parlare proprio con il re di Iolco- gli rispose apertamente, al che Pelia si preoccupò non poco. Infatti, gli era stata fatta una predizione, secondo la quale egli doveva guardarsi da un uomo che portava un solo sandalo e che proveniva dalle "stalle alte". E Giasone possedeva ambedue queste caratteristiche: portava solo il sandalo destro e proveniva dal monte Pelio, "stalla" di Chirone.

Lasciata la piazza, Giasone si recò a casa del padre, dove ricevette la visita dei parenti ed amici, e da dove partì per fare le sue richieste ufficiali a Pelia, ma con molta moderazione, offrendogli perfino gli armenti ed i campi del padre.

Il re si mostrò apparentemente altrettanto moderato ma, nell'intento di allontanare il giovane, inventò una storia secondo la quale gli era apparso in sogno Frisso (ormai morto da tempo) che gli aveva chiesto di "riportare in Tessaglia il vello d'oro dell'ariete che lo aveva salvato". E lui, Pelia, "era troppo vecchio per affrontare il viaggio", quindi chiese a Giasone di compiere lui l'impresa. In cambio si sarebbe ritirato pacificamente dal trono, lasciandolo al fratello. Ma il re conosceva bene le difficoltà della spedizione ed in segreto sperava ardentemente nella morte di Giasone durante il viaggio.

La simbologia nascosta sotto tutta la vicenda, e in particolare sotto l'idea della riconquista del Vello d'Oro, è piuttosto complessa. Anzitutto: il vello riunisce in sé il simbolo dell'innocenza (il vello) e quello della gloria (l'oro), ed ha qualche attinenza anche con la ricerca del Santo Graal, il quale può simboleggiare la santità e la gloria spirituale.

Può anche essere considerato simbolo della vittoria contro ciò che la ragione giudica impossibile: la conquista di un bene immateriale che dona una gloria che non è di questo mondo e che purtuttavia eleva la spiritualità dell'individuo anche durante il suo soggiorno su questa terra. Ma a noi sembra soprattutto il simbolo del Sole: non di quello materiale, ma di ciò che esso rappresenta: la Divinità. Infatti, essa è la luce che illumina il mondo.

E questa Luce proviene da Est, il punto cardinale, la "casa" del Sole; anzi: la "dimora" in cui questo simbolico Sole si è andato ad occultare in seguito alle azioni riprovevoli degli uomini, i quali, a causa dei loro atti, non sono più degni di esserne illuminati. Il Vello d'Oro-Sole-Graal è là, agli estremi confini orientali del mare, ed è necessario riportarlo sulla Tessaglia-Grecia-Umanità, affinché questa ne sia riscaldata-illuminata-guidata.

L'impresa di Giasone non è quindi delle più semplici. Ed è per questo che viene allestita una nave tutta speciale: "Argo" o la Rapida, perché al ritorno deve essere tanto veloce da sfuggire alle forze del male, sempre in agguato, che vorrebbero fermarla e possibilmente schiacciarla fra le due "rocce mobili", che i Greci chiamavano Plegadi o Simplegadi (meno esattamente: Planktai) perché era la porta rocciosa che conduceva nell'aldilà e che era attraversata dalle sette colombe (le Pleiadi) che portavano il nettare agli dei.

Ma vi erano anche altri pericoli da affrontare, altre prove da superare, ed è per questo motivo che parteciparono tanti Eroi alla spedizione. Infatti era necessaria la forza di Eracle, la capacità di orientarsi del timoniere Tifi, l'abilità di domare i cavalli (quindi le forze materiali) di Castore e la valentia di pugilatore di Polluce, la sottigliezza di Nauplio, la capacità di ammaliare con il canto di Orfeo, la facoltà di volare (quindi di sottrarsi alle influenze terrene) dei gemelli Calai e Zete, il dono della preveggenza degli indovini Idmone e Mopso, il coraggio di Telamone e la costanza e onestà morale di Peleo, l'indomabilità di Admeto, e perfino la disobbedienza di Acasto che, essendo figlio di Pelia, fece parte della spedizione contro il volere del padre, perché, ritenendo giusta la richiesta di Giasone, si sentì in dovere di aiutarlo nell'impresa.

Le doti, o le prerogative, degli Argonauti sono quindi le qualità necessarie per riportare fra i mortali ciò di cui è simbolo il Vello d'Oro: la benevolenza, l'illuminazione, la guida, l'aiuto della Divinità. La quale, per gli antichi come per noi, è misericordiosa con tutti: anche con i peccatori, purché questi si rendano conto del male commesso, vi pongano rimedio e si rivolgano nuovamente ad essa seguendone le leggi.

Anche la nave, Argo, ha il suo simbolismo. Il nome significa "la Rapida", come abbiamo detto, ma ricorda anche il nome del gigante dai cento occhi messo a guardia della ninfa Io. Questi è simbolo dell'incessante veglia, dell'attenzione posta in ogni cosa, della vigilanza continua che i conquistatori del Vello d'Oro debbono perennemente possedere, perché le forze avverse sono sempre pronte ad intervenire per ostacolare la loro opera.

Le difficoltà incontrate, le lotte sostenute contro gli uomini e gli elementi, i pericoli superati dalla spedizione furono molteplici, ma non riuscirono a far fallire l'impresa: il Vello d'Oro fu riportato a Iolco.

Fra tutti questi personaggi, quello che ebbe un ruolo non proprio splendido fu proprio Giasone. Infatti, d'accordo con quello che scrive Paul Diel ("Le symbolisme dans la Mythologie grecque") anche noi siamo del parere che poiché, come tutti i tesori, il Vello è custodito da un mostro (il drago), questo doveva essere ucciso, perché è simbolo del pervertimento del desiderio di gloria, l'esaltazione impura delle brame e rappresenta la perversità propria di Giasone.

Se ucciso, il drago diviene simbolo di reale affrancamento. Invece, Giasone si limita ad addormentar lo per mezzo di un filtro preparato da Medea, la maga, colei che, figlia di Eete, re della Colchide, si era invaghita di Giasone e voleva aiutarlo per entrare nelle sue grazie. Ma Medea era malvagia e sanguinaria, come lo dimostrerà più tardi, ad impresa compiuta.

E costei cominciò subito a dare prova della sua ambiguità proprio con il filtro che addormenta il drago, invece di incitare ed aiutare Giasone a compiere per intero la sua missione. Così Giasone, invece di uccidere il drago, lo addormenta, ed è vinto dal suo "drago" interiore, rimanendo sottomesso a Medea l'incantatrice, che insanguinerà poi la reggia con i suoi crimini.

Giasone patteggia così con ciò che rappresenta l'opposto della sua missione e svuota di significato la sua impresa, annientando anche la sua prodezza e il suo ideale, e lasciandosi corrompere dall'impiego dei mezzi. Egli si è lasciato sedurre dall'idea che "il fine giustifica i mezzi": concetto già di per sé perverso; ed oltretutto dimostra, con la sua azione, che non ha compreso a fondo quale fosse il vero fine della sua impresa, e cioè che non era tanto quello di riportare a Iolco il Vello d'Oro, quanto quello di annientare le forze che lo tenevano sequestrato nella Colchide.

E durante il proseguimento della sua vita si renderà penosamente conto della malvagità di Medea e della riuscita solo parziale della sua azione, e morirà conscio della rovina finale della sua vita.

La storia particolare di Giasone e Medea insegna che anche l'eroe più puro e più forte deve stare bene attento prima di allearsi con chicchessia, perché il tradimento e la malvagità possono trovare albergo anche nelle persone più insospettabili.