In
altra occasione abbiamo parlato del valore e dell'importanza del simbolo,
e pensiamo di aver suscitato la curiosità di qualche nostro lettore
sul significato di almeno uno di essi: la Fenice.
La
Fenice, secondo il Mito, è un uccello di impareggiabile bellezza e dotato
di una vita straordinariamente lunga. Quando sente avvicinarsi l'ora
della morte, l'animale si costruisce un nido di rametti profumati, nel
quale si rinchiude, e si consuma al suo proprio calore, rinascendo poi
dalle sue ceneri.
Gli
aspetti simbolici sono chiari: risurrezione, immortalità e rinascita
ciclica.
Questo
Mito è di origine egiziana, e trae spunto da un uccello realmente esistente:
l'airone purpureo che, per il suo colore tendente al rosso, corrisponde
al fuoco, al sud, all'estate, al sole. Pertanto il suo simbolismo è
anche collegato al ciclo quotidiano ed annuale del sole e -dato l'ambiente
in cui è nato- alla periodicità ricorrente delle piene del Nilo.
Infatti,
alla fine del ciclo annuale, la primavera risorge dalla distruzione
(ceneri) dell'inverno; alla fine del giorno la Fenice si rinchiude nel
suo nido (la notte) per poi risorgere al mattino successivo; infine,
al termine del periodo di siccità (che ha bruciato i campi), il Nilo
straripa nuovamente, bagna il terreno, lo ricopre di nuovo humus e lo
rivitalizza. E noi tutti sappiamo l'importanza che ha sempre avuto il
Nilo, con le sue periodiche inondazioni, per la civiltà egiziana.
Volendo,
possiamo accostare la Fenice, dato il suo collegamento con il colore
rosso, alla cosiddetta "Opera al Rosso" degli Alchimisti.
Infatti, la "Grande Opera" ha un suo itinerario: comincia
con l'Opera "al Nero" (la morte a se stessi), continua con
l'Opera "al Bianco" (il periodo di purificazione) e finisce
con l'Opera "al Rosso" (il raggiungimento dell'interiore Fuoco
dell'Amore).
Nell'Alchimia
appare anche l'Opera "all'Oro", che altro non è che la "fissazione"
dell'Opera al Rosso, simbolo cioè della vita che ha raggiunto definitivamente
l'Immortalità. Quest'ultima condizione, per noi Cristiani, può essere
la vita che, se avremo ben vissuto su questa terra, ci aspetta nel Regno
dei Cieli. Dalla morte terrestre passiamo alla Vita celeste: la Vita
di Luce.
Ma
riprenderemo in altra occasione, questo affascinante Simbolismo alchemico;
per ora ci basta averne appena accennato.
La
Fenice è anche simbolo di una civiltà che muore, dalle cui rovine nasce
una nuova civiltà, un nuovo regno, più luminoso perché più giusto.
La
morte di una civiltà, soprattutto se a fondamento religioso, porta sempre
uno sconvolgimento, che non è solo civile, legale, militare, cioè esteriore,
ma anche e soprattutto interiore. Il nuovo culto ispira la moralità,
la legge, il costume ed il comportamento della civiltà che sta nascendo
sulle rovine della precedente. Questo è quanto intendiamo significare
quando ricorriamo al Mito della Fenice per indicare lo sconvolgimento
che accade quando, in un popolo, la nuova legge sostituisce la vecchia.
Vogliamo
provare a seguire passo per passo il simbolismo e la vicenda? Ecco:
giunto il momento della morte, la Fenice (la vecchia civiltà) si costruisce
un nido di ramoscelli profumati (si chiude in se stessa, circondata
dagli agi e dalle ricchezze esteriori e materiali di cui è riuscita
ad impadronirsi per mezzo del degrado della religione, della moralità
e delle leggi) e si consuma con il fuoco prodotto da se stessa (la decadenza
provoca ribellione, cioè fuoco). Dalle ceneri così prodotte (da quanto
è rimasto dalla distruzione delle leggi e dei costumi precedenti) rinasce
la Fenice, o nuova civiltà.
Vediamo
ora il caso specifico del popolo ebraico: sappiamo che iniziò con Abramo,
che obbedì all'ordine di IHVH di spostarsi dalla città di Ur dei Caldei
(letteralmente: "città della luce dell'orgoglio"), nella terra
di Canaan ("terra della trasformazione"). Sappiamo che ebbe
due figli: Ismaele (Yshma-el = ascolto di Dio) -che sarà il capostipite
degli Ismaeliti (che diventeranno i musulmani)- ed Isacco (Yshaq = egli
ride, o ha gioia).
Abramo
fece il primo Patto con Dio, e gli fu cambiato il nome (segno di Iniziazione):
da Abram ("padre eccelso") in Abraham ("padre delle moltitudini").
Anche a sua moglie fu cambiato nome: da Saray ("mia signora")
in Sarah ("Principessa"). Che Abramo osservò il Patto con
Dio è confermato dall'incontro con Melchisedek, re di Salem ("Città
della pace"), che offrì, a lui ed a Sara, il pane e il vino (anticipazione
dell'Eucaristia).
Abramo
visse intorno al 1800 a.C.. La Legge di Dio fu osservata almeno fino
al 1750, tempo di Giacobbe. Anche a questi fu cambiato il nome: da Jacob
(lotta) in Ishra-el (mente che vede Dio).
Poi,
a poco a poco, il Patto fu dimenticato: la religiosità, la moralità
ed i costumi degenerarono, e vi furono i 400 anni di schiavitù in Egitto
("tribolazione che restringe"): dal 1600 al 1200 a. C.
E
venne Mosè, e si verificò quello sconvolgimento che abbiamo paragonato
al Mito della Fenice. Dal degrado in cui si trovava il popolo ebraico
dopo la lunga schiavitù, la Legge mosaica e la presa di possesso della
Terra Promessa sono paragonabili alla rinascita del mitico uccello.
E
la storia proseguì: con Davide e Salomone (dal 1010 al 930) e con i
regni di Israele e di Giuda, dal 930 al 721, anno della caduta del regno
di Israele. Vi fu un altro degrado dell'osservanza della Legge, con
conseguente decadimento della moralità e dei costumi, e con la cattività
in Babilonia dal 587 al 538.
Alla
liberazione e al ritorno, ci fu, all'inizio, una ripresa della religiosità:
fu ricostruito il Tempio di Gerusalemme -che era stato distrutto da
Nabucodonosor- per opera soprattutto di Giosuè (figlio di Iozadak),
di Zorobabele, e dei profeti Aggeo e Zaccaria.
Si
può parlare di Mito della Fenice anche in questo caso? Francamente,
noi siamo molto perplessi, perché, in sostanza, a parte il "fuoco
di paglia" iniziale, le cose non sono cambiate, nel comportamento
del popolo ebraico e dei suoi capi. Ce lo dice la Bibbia, riportandoci
anche esempi di come furono perseguitati i Profeti in quei periodi.
Gesù
stesso rimprovera i sacerdoti del tempo della Sua Incarnazione, chiamandoli
"sepolcri imbiancati", rinfacciando loro, o ai loro padri,
queste persecuzioni, ed accusandoli di non seguire più i Comandamenti
di Dio, ma quelli degli uomini.
Con
l'Avvento del Cristo si può, sì, riparlare di Fenice, ma solo per pochi,
cioè per coloro che, per primi, hanno creduto il Lui. Ma questi pochi
diventeranno moltitudini immense, quando, sulle rovine dell'Impero romano,
nascerà l'Impero spirituale del Cristianesimo.
E
la Fenice rinasce in noi ogni giorno, in un certo senso, quando decidiamo
di rinnovarci, di migliorarci, quando bruciamo -o almeno ci impegnamo
con noi stessi a farlo- le nostre passioni, i nostri egoismi, le nostre
avidità terrene, per rinascere "uomini nuovi".