Il mito di Ercole

In questa rubrica si fa molto uso della Simbologia: appare qualche riferimento all'uno o all'altro simbolo, oppure a qualche personaggio mitologico, alcuni dei quali, almeno, sono molto noti. Per noi abitanti del bacino del Mediterraneo, alcuni racconti e personaggi sono entrati a far parte del nostro comune linguaggio. Diciamo, di un uomo particolarmente forte, che è un Ercole; di una persona che si trova in una situazione intricata, che ha bisogno del Filo d'Arianna per uscirne; di un individuo introverso, taciturno, enigmatico, che è una Sfinge; e così via.

Ma perché parliamo così? forse perché riteniamo realmente vissuti Ercole o Arianna, o perché diamo pieno credito all'intricata vicenda legata alla Sfinge, alla sua domanda, a Edìpo? o non è perché "qualcosa" ci è rimasto addosso, della Tradizione più antica della nostra cultura mediterranea?

In questa sede non possiamo certo analizzare, tutti insieme, tutti i racconti mitologici, studiarne i significati esoterici e confrontarli con altre Mitologie o altri culti, anche evoluti: questo è ovvio. Però possiamo fare qualche accenno su alcuni di essi e, possibilmente, confrontarli con altri Miti, di epoche diverse o di diversa estrazione. Può avvenire che le conclusioni a cui arriveremo ci sembreranno, a volte sconcertanti, e a volte assurdamente logiche, tanto da chiederci come mai non ci siamo arrivati prima.

Per il presente articolo, che speriamo possa essere il primo di una lunga serie, abbiamo scelto uno degli Eroi più noti della Mitologia greca: Ercole (o Eracle, per i Greci).

Questo personaggio, compiendo le sue dodici fatiche, ha mostrato all'Uomo la Via della Virtù. È il tipico Eroe per eccellenza. Figlio di Zeus (Giove) e di Alcmena: "la forte", fu sempre ostacolato da Era (Giunone), la sposa di Zeus, la quale, per gelosia verso Alcmena, prima tentò di ucciderlo, mandandogli nella culla due serpenti (che Ercole uccise) e poi, mediante uno stratagemma, sottomise l'Eroe all'imbelle re Euristeo, per il quale compì le sue imprese.

Prime considerazioni: il nome Eracle, che significa "a gloria di Era", gli fu dato dalla sibilla (o profetessa) Pizia che, seduta sul tripode, faceva profezie a Delfo in nome di Apollo. La sibilla è simbolo dell'essere umano elevato alla condizione soprannaturale: è lo strumento della rivelazione; pertanto, se essa ha scelto questo nome, significa che tutte le imprese compiute dall'Eroe, anche se questi è ostacolato dalla dea, sono compiute proprio per la gloria di Era, la quale è il simbolo del principio femminile sovrano, combattivo e fecondo; essa è anche protettrice delle donne sposate, delle nascite legittime e, quindi, della moralità. Infatti, Ercole pone la sua forza a difesa dei deboli e degli oppressi, combattendo l'ingiustizia e la violenza e compiendo imprese utili agli uomini.

Ma vediamo di seguire un certo ordine cronologico. Dopo aver ucciso i due serpenti ( che possono significare le forze negative: ahrimaniche - o terrene e concrete- e luciferiche -o più sottili, che insidiano lo spirito) inviati contro di lui da Era, Ercole, amorosamente allevato dalla madre, fu addestrato in tutti gli esercizi fisici, nei quali eccelse, e fu istruito nelle scienze dal saggio centauro Chirone.

È degno di nota il fatto che, da giovane adulto, fu invitato a fare una scelta tra il vizio e la virtù; scelse la virtù, naturalmente, e questa fu l'unica scelta da lui fatta, perché tutte le sue imprese successive furono compiute per imposizione del destino, o Fato. Quella fra il Bene e il Male è infatti l'unica scelta possibile all'Uomo, perché tutte le altre sono condizionate da altri fattori, indipendenti dalla sua volontà.

Le dodici fatiche possono essere raggruppate in diverse categorie: 1) l'uccisione di mostri o animali; 2) la cattura e la sottomissione di altri mostri o animali; 3) la conquista di oggetti preziosi; 4) imprese straordinarie concrete; 5) imprese straordinarie che si possono chiamare extra-terrene, o spirituali.

Se sostituiamo l'idea di "mostro" o "animale feroce" con quella di "vizio" o "passione", potremo intendere meglio la vera natura delle sue fatiche. Le quali sono "dodici": numero dotato di molto simbolismo. E' il numero delle divisioni spazio-temporali e rappresenta anche la moltiplicazione dei quattro Elementi (terra, acqua, aria, fuoco) per i tre stati di ogni Elemento (evoluzione, culmine, involuzione).

Senza contare che il "dodici" è molto sfruttato nella simbologia giudeo-cristiana (quindi il suo simbolismo era molto conosciuto, nell'Antichità): è il mondo compiuto, il numero della Gerusalemme celeste, che ha 12 porte, 12 Apostoli, 12 fondamenta. Le tribù d'Israele, sono 12, come sono 12 i frutti dell'Albero della Vita.

La Donna dell'Apocalisse porta, sulla testa, una corona di 12 stelle. Il "dodici" è simbolo dell'Universo nel suo svolgimento ciclico spazio-temporale. Quindi Ercole, compiendo le "dodici" fatiche, compie il completo svolgimento del suo compito, che inizia dalla materialità per terminare nella spiritualità.

Vediamo, ora una per una, le imprese compiute, cominciando dalla prima: l'uccisione del leone Nemeo, ferocissimo e invulnerabile. Ercole lo uccide soffocandolo nella stretta delle possenti braccia, quindi con le sole forze di uomo. Cerca poi di scuoiarlo, perché vuol farsi un manto con la sua pelle, ma vi riesce soltanto usando gli stessi artigli dell'animale, perché il ferro scivola su di essa. Se ne riveste e diventa anch'egli invulnerabile. E' il combattimento contro i vizi della carne, contro la materialità, le forze terrene e la cieca violenza feroce. Vinto questo combattimento, l'Uomo diventa invulnerabile, per queste forze negative.

Ora può affrontare l'Idra di Lerna, gigantesco mostro con parecchie teste: da tre a nove, a seconda degli Autori. Noi adottiamo il numero sette, più conforme alla nostra simbologia: tanti quanti sono i vizi capitali. Ercole è costretto ad usare il fuoco, perché ogni testa, appena recisa, rinasceva doppia. Infatti, ai vizi si può "tagliare la testa", ma occorre il cosiddetto "fuoco interiore", per impedire che essi rinascano peggiori di prima.

La terza fatica fu la cattura della Cerva dalle corna d'oro che viveva nella selva di Cerinea. Questa Cerva, che Ercole cattura al termine di un inseguimento durato un anno e che termina nel paese degli Iperborei, è simbolo della Saggezza, che è tanto difficile da raggiungere. Egli la cattura senza ferirla, poiché la Sapienza deve essere integra.

Quarta impresa: la cattura di un ferocissimo cinghiale che viveva sull'Erimanto. Ercole lo cattura rincorrendolo fin sulla cima del monte, dove la neve è altissima. Anche qui, con la neve, si ritorna al simbolismo iperboreo, nel cui ambito il cinghiale raffigura l'autorità spirituale, ponendosi in rapporto con il ritiro solitario nella foresta con il sacerdote. Ed anche qui, Ercole lo cattura vivo, cioè non distrugge il potere spirituale ma, consegnandolo ad Euristeo -il potere materiale che gli aveva "commissionato" l'impresa- accorda i due poteri: quello materiale a quello spirituale.

La quinta fatica fu il ripulimento delle stalle di Augia, impresa che l'Eroe compie deviando il corso di due fiumi e facendoli passare appunto nelle stalle. Il simbolismo è chiaro: la purificazione dell'individuo dalle conseguenze dei vizi e dei peccati.

L'impresa successiva fu la distruzione degli immondi, feroci e voraci uccelli che infestavano la palude di Stinfalo. La palude è simbolo dell'immobilismo, della pigrizia e dei piaceri sensuali; mentre gli uccelli possono essere la rappresentazione dell'anima che sfugge dalle funzioni intellettuali. Nel caso che stiamo esaminando, poiché gli uccelli sono "immondi, feroci e voraci", essi sono simbolo delle operazioni dell'immaginazione nata dalla pigrizia.

Settima fatica: la cattura e la doma del Toro di Creta. Il Toro è simbolo di potenza e di foga irresistibile; del maschio impetuoso e violento; del dominio maligno. Catturando e dominando il toro, Ercole, simbolo come sempre dell'Uomo che vuole evolvere, ha domato la foga delle passioni, affinché non lo intralcino sulla strada della perfezione spirituale, ed ha sublimato i propri desideri istintivi.

L'uccisione del tiranno Diomede, dato in pasto alle sue quattro cavalle che nutriva di carne umana, è l'impresa successiva: agisce in modo tale che la forza enorme del male, simboleggiata dai quattro animali, si ritorca contro chi la possiede; distrugge il malvagio usando le sue stesse armi: è un monito contro gli iniqui.

Poi Ercole, sconfiggendo Ippolita, regina delle Amazzoni, le toglie il cinto, insegna del suo potere; ma non tiene per sé il trofeo: lo dona ad Admeta, figlia di Euristeo, e dà in moglie a Teseo la regina sconfitta. Altro indice della naturale generosità dell'Eroe.

Per la decima fatica, Euristeo ordinò ad Ercole di impadronirsi dei numerosissimi buoi di Gerione. Questi era un gigante, dal corpo triplice e dotato di sei arti superiori e di sei inferiori. L'Eroe uccise il gigante e, nel viaggio di ritorno per condurre i buoi ad Euristeo, uccise un altro gigante: Anteo, figlio di Gea, la Terra, soffocandolo mentre lo teneva sollevato da terra, perché la madre, ogni volta che Ercole lo abbatteva, gli ridava nuove forze.

Ed uccise anche un ladrone: Caco, che spadroneggiava nel Lazio e che aveva tentato di rubargli i buoi. Il simbolismo, qui, è multiplo: il bue ricorda la potenza del lavoro ed è simbolo del sacrificio offerto alla divinità, quindi dei sacerdoti, specialmente quelli del culto delfico, dedicato ad Apollo, dio del sole, della luce, dell'arte, della poesia e della divinazione. Il ladrone Caco, che aveva tentato di rubare i buoi ad Ercole facendo camminare le bestie a ritroso, in modo che l'Eroe non potesse seguirne le tracce, è simbolo dell'essere infernale, che tenta di ingannare chi possiede i doni della divinità, per sottrarglieli.

Anteo, figlio della Terra, quindi della materialità, può essere vinto solo da chi riesce ad interrompere i vincoli che legano alla vita solo sensibile. I buoi di Gerione, che Ercole conduce ad Euristeo, sono dunque simbolo di ciò che l'Uomo deve possedere per continuare la sua evoluzione.

Nel lontano Occidente, esisteva il meraviglioso giardino delle Esperidi, nel cui centro vi era un Albero che produceva Pomi d'oro. Ercole fu incaricato di portare ad Euristeo questi preziosi frutti, cosa che fece dopo aver ucciso il drago Làdone, dalle cento teste, che custodiva il luogo. Il giardino, in sé, è simbolo del Cosmo di cui è il centro, degli stati spirituali che corrispondono alle dimore paradisiache e, per estensione, del centro più intimo dell'anima.

Il pomo ricorda il simbolismo dei due Alberi del Paradiso terrestre: quello della Vita e quello della Scienza del Bene e del Male; quindi è il frutto che, a seconda della sua provenienza, può dare la conoscenza unitiva che conferisce l'immortalità, o quella distintiva, che provoca la caduta. E' un altro dono che l'Eroe offre all'imbelle re Euristeo, che è simbolo dell'Umanità, anch'essa "imbelle", perché non conosce i mezzi per elevarsi, o perché non ha la forza per farlo.

La dodicesima fatica -la più impegnativa perché richiede l'ingresso nel mondo sotterraneo dei Morti, cioè nell'Ade- è la cattura di Cerbero, il mostruoso cane tricefalo posto a guardia degli Inferi. Esso stava sulla riva dello Stige o dell'Acheronte, i due fiumi infernali, con l'incarico di divorare chiunque tentasse di uscire dal regno dei Morti.

Ercole lo conduce incatenato attraverso la Tessaglia fino a Trezene, lo mostra ad Euristeo e lo riconduce nell'Ade. La simbologia contenuta in questa impresa sarebbe troppo lunga da spiegare in questo contesto, perché implicherebbe la conoscenza e la messa in pratica della dottrina archeosofica. Ci limiteremo a dire che, seguendo questa dottrina ed applicando le sue tecniche, è possibile entrare da vivi -ma da Signori, da Iniziati- nel regno dei Morti, per conoscerlo e per evitare lo stato di "erraticità" che normalmente assale l'anima disincarnata, specialmente subito dopo il trapasso.

La simbologia contenuta nella narrazione di questa fatica, e la sua comprensione, è perciò veramente "esoterica", cioè riservata a chi, per conoscenze acquisite ed esperienze vissute, è abbastanza "maturo" per comprenderla.

I nostri lettori, in seguito a queste parole, non si sentano esclusi dalla spiegazione, perché questa arriverà, a suo tempo, e cioè quando, continuando a seguire questa Rivista, arriveranno anch'essi, a poco a poco, alla comprensione.

La Via è lunga -il Mito di Ercole ce lo dimostra- ed è fatta di continue conquiste, sempre più impegnative e più importanti; conquiste che vanno compiute senza mai fermarsi, ma con calma, senza fretta e, se vogliamo guardar bene, secondo il medesimo ordine seguito dall'Eroe, che, nella narrazione, diventa sempre più forte, via via che compie le sue imprese: non uccide più i mostri (i vizi e le passioni), ma li cattura, li doma, e riesce pure a farsi servire da loro, come nel caso delle cavalle di Diomede.

Ma ricordiamoci anche della generosità dell'Eroe, e quindi della sua umiltà: non cadiamo nel titanismo!